Mondiale 2026

Aperto da Maremma Laziale, 05 Giu 2025, 23:32

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zorba

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Ma anche qualche merito al "nostro" Lionello Scaloni, vogliamo riconoscerlo?!?

Chissà cosa avrebbe potuto fare sulla nostra panchina come mister se non avesse accettato la "chiamata della patria"...

Ho scoperto solo oggi che aveva frequentato un corso per allenatori tenuto dal mitico de La Fuente e domenica si affronteranno per una partitella di così minima importanza...

Vediamo se l'allievo sarà in grado di superare il "maestro".


PaperoGiallo

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Citazione di: mr_steed il Ieri alle 12:29comunque ieri adani a fine partita ha fatto tutta una sua ipotesi, quasi "paranormale", mettendo in relazione il fatto che da quando è morto diego subito dopo messi ha cominciato ad ingranare pure in nazionale e l'argentina a vincere tutto... 8)
Ho visto che oggi c'è una ribellione di popolo contro il tacchino 🦃 urlatore. Meno male. Allora non ero il solo a non sopportare Adani. 

P.

RG-Lazio

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Citazione di: Maremma Laziale il Ieri alle 11:3840 anni nel calcio sono epoche già troppo differenti per fare confronti, però Messi, dovesse vincere anche questo di Mondiale, sarebbe nel gotha del calcio di tutti i tempi (e secondo me, già lo è). Non ha nulla da invidiare a Maradona o a Pelè.

P.s.: scopro solo ora che Malvinas deriva dal francese "Îles Malouines", cioé "isole degli abitanti di St. Malo'" perché la prima colonia che occupò queste isole deserte furono soprattutto dei francesi abitanti di St. Malo'...insomma, se vogliamo essere fiscali, le Malvinas sono francesi.
Sinceramente sta roba delle Falkland /Malvinas nel 2026 fa abbastanza ridere.

In realtà anche nel 1982 o giù di li fu una pagliacciata nella quale ci rimisero la citadei poveracci mandati al macello contro gli inglesi.

Gli argentini dovrebbero iniziare un po' a studiare la storia e insomma li in quelle isole fu un governo fascista che aveva ammazzato e rapito migliaia di studenti e dissidenti a mandarci dei poveracci a morire contro gli inglesi, che francamente non fecero niente di così tremendo.

Tra l'altro qualche anno fa ci fu anche un referendum sull'isola e insomma i cittadini delle Falkland hanno votato con il 93% di voler restare inglesi. Di argentino non c'è niente su quelle isole. Certo la questione delle isole è sempre particolare. Spesso sono residui del colonialismo etc.

Detto questo, a mio parere sull'Argentina, soprattutto in Italia, vuoi per i tanti di origine italiana, vuoi per Maradona o altro ci sta un velo di opacità non indifferente.

Troppa, troppa esaltazione non critica. Parliamo di un paese che è stato molto molto fascista, probabilmente è il paese più a destra del sudamerica è il paese con meno "neri " del sudamerica.

Poi eh, ha dei movimenti sociali di resistenza fantastici ma questi con il nazionalismo calcifofilo di adani hanno poco a che fare.


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Palo

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Citazione di: vaz il Ieri alle 10:59Messi già è meglio di Maradona, secondo mondiale o no.

Ma cosa ne sai tu di Maradona che quando ha smesso facevi le elementari, mangiavi inRingo e manco ti facevi le pippe?


Palo

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Citazione di: vaz il Ieri alle 10:59Adani spero diventi afono per la vita
Almeno su questo andiamo d'accordo...

Gio

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Citazione di: sharp il Oggi alle 04:56https://www.msn.com/it-it/sport/other/argentina-tutti-i-trucchi-sporchi-per-affossare-l-inghilterra-i-calci-le-provocazioni-e-lo-striscione-proibito/ar-AA283mSj?uxmode=ruby&ocid=winp2fp&cvid=6a59563f59884af8a62982b0b4380d4f&ei=40

io ne ricordo 6/7 in nemmeno 10 minuti, quasi tutti a palla già data via
Poi la finisco, ma l'ha dettato il re ad uno con la sciarpa della roma al collo che rosica, questo articolo. Le spinte che intimidiscono ... Non una parola sui falli degli inglesi che hanno menato pure loro e manco poco. In campo ci si mena e se uno 20 cm. più alto si intimidisce per un fallo o una spinta è giusto che la finale se la veda in tv (per me). 


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Maremma Laziale

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Citazione di: mr_steed il Oggi alle 01:41ma bizotto lascia la rai perché va in pensione o perché va altrove?

https://www.fanpage.it/sport/calcio/spagna-argentina-gia-decisi-i-telecronisti-rai-per-la-finale-dei-mondiali-dopo-lo-show-di-adani/
Da altre parti leggo che va in pensione. Peccato perché mi è sempre piaciuto il suo stile asciutto e preciso (anche quando commentava molti altri sport). 

Warp

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Citazione di: RG-Lazio il Ieri alle 23:59Sinceramente sta roba delle Falkland /Malvinas nel 2026 fa abbastanza ridere.
OT 

RG in realtà non è proprio cosi. Ci sono ragioni storiche molto ma molto più profonde di come la narrativa europea (e come l' hai sintetizzato tu) racconta la vicenda.

Malvinas, la verità dietro il racconto occidentale
Dalla conquista del 1833 alle nuove strategie per il controllo dell'Atlantico del Sud: storia, diritto internazionale e interessi geopolitici dietro una disputa ancora aperta
di Fabrizio Verde

Nei giorni che precedenti la sfida ai Mondiali tra Inghilterra e Argentina, e anche a tutt'ora, è tornata a circolare una versione della storia delle Malvinas che merita di essere smontata pezzo per pezzo. È una narrazione che si è fatta strada soprattutto sulla stampa mainstream e sui social network che, con un'abilità quasi chirurgica, riesce a rovesciare i termini della vicenda: l'occupazione britannica di un arcipelago sudamericano diventa un dettaglio quasi amministrativo, mentre la sconfitta argentina nella guerra del 1982 viene presentata come un bene collettivo, il colpo che avrebbe finalmente fatto cadere la dittatura militare. È un ragionamento che suona rassicurante per chi lo scrive, perché toglie di mezzo la domanda scomoda - e cioè con quale diritto Londra tiene ancora oggi un pezzo di Sudamerica sotto la propria bandiera - sostituendola con un racconto morale in cui il Regno Unito avrebbe involontariamente fatto un favore alla democrazia argentina. È una lettura comoda, ma è anche profondamente disonesta e ipocrita, perché confonde una conseguenza politica interna con la legittimità di un'occupazione coloniale che dura da centonovantatré anni.
Vale la pena allora ripartire dai fatti che la cronologia registra senza bisogno di aggettivi.

La storia, prima di ogni tifo
Le Malvinas non hanno mai avuto una popolazione originaria. I primi europei a vederle furono i marinai della spedizione di Magellano, e fu un cartografo di quella stessa spedizione, Andrés de San Martín, a tracciarne la prima mappa nel 1520. Da quel momento l'arcipelago finì dentro la giurisdizione spagnola, sancita dalle bolle pontificie e dal trattato di Tordesillas, e per tutto il Cinquecento furono solo le navi di Madrid a percorrere quelle rotte. Fu nel Settecento che Francia e Inghilterra iniziarono a guardare alle isole come a un avamposto strategico di fronte allo stretto di Magellano: i francesi fondarono Port Louis nel 1764, gli inglesi arrivarono clandestinamente l'anno dopo e nel 1766 edificarono un forte a Port Egmont. La Spagna protestò con tale fermezza che entrambe le potenze finirono per fare marcia indietro, e con il trattato di San Lorenzo del 1790 Londra si impegnò formalmente a non fondare insediamenti su quelle coste.
Quando l'Argentina si affrancò dalla Spagna, ereditò quel territorio come parte del proprio patrimonio territoriale, ed esercitò un'autorità continuativa attraverso una successione di governatori, tra cui il comandante David Jewett, che nel 1820 prese possesso dell'arcipelago a nome delle Province Unite del Rio de la Plata senza che nessuna potenza sollevasse obiezioni ufficiali. Fu solo il 3 gennaio 1833 che una nave da guerra britannica, la corvetta Clio, si presentò a Puerto Soledad ed espulse con la forza il governatore e le truppe argentine. Non ci fu guerra dichiarata, non ci fu trattato, non ci fu alcun atto giuridico che legittimasse quel passaggio di sovranità: fu semplicemente un atto di forza compiuto in tempo di pace, ai danni di un paese con cui il Regno Unito manteneva relazioni diplomatiche regolari. L'Argentina protestò da subito e non ha mai smesso di farlo, portando la questione davanti a ogni foro internazionale disponibile.
Le Nazioni Unite, dal canto loro, non hanno mai avuto dubbi sulla natura del contenzioso. La risoluzione 1514 ha riconosciuto la natura coloniale della disputa, la 2065 ha validato esplicitamente i diritti argentini invitando le due parti a negoziare, e da allora sono state approvate decine di risoluzioni dello stesso tenore, puntualmente ignorate dai governi di Londra. La guerra del 1982, con i suoi oltre seicento morti argentini e oltre duecentocinquanta britannici, non ha cambiato nulla sul piano del diritto: la stessa Assemblea Generale, con la risoluzione 37/9, ribadì che il conflitto armato non alterava in alcun modo la sostanza della controversia di sovranità. È esattamente per questo che presentare la sconfitta militare argentina come una sorta di beneficio storico è un'operazione retorica sleale: la caduta della giunta militare fu il crollo di un regime già logorato dalla propria brutalità interna, dalla repressione, dai desaparecidos, da un'economia allo sfascio, non un regalo della corona britannica. Confondere le due cose serve a un solo scopo, ed è quello di spostare l'attenzione dal fatto che l'occupazione del 1833 resta, ancora oggi, un'occupazione.

Il trucco del referendum
C'è un altro tassello della propaganda britannica che va smontato con la stessa pazienza, ed è quello dei referendum organizzati sull'arcipelago per certificare la volontà degli abitanti di restare sotto la corona. Quello celebrato nel marzo 2013 è il caso più citato: una sola domanda sottoposta agli isolani, se desiderassero conservare lo status attuale di territorio d'oltremare britannico, con un risultato plebiscitario che la stampa londinese ha trasformato in prova definitiva della legittimità dell'occupazione. Solo che il meccanismo, guardato da vicino, è un cortocircuito logico prima ancora che politico. Ad avere il diritto di voto sono solo i cittadini britannici o dei territori britannici d'oltremare che abbiano ottenuto lo status di isolano dopo almeno sette anni di residenza continuativa, il che riduce il corpo elettorale a poche migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali di origine e cittadinanza britannica. È, in sostanza, un esercizio tautologico: sono i britannici a chiedere ai britannici se vogliono continuare a essere britannici, e il risultato non può che confermarlo.
Le Nazioni Unite lo hanno chiarito senza ambiguità già nel 1985, quando l'Assemblea Generale respinse a larga maggioranza due proposte britanniche che tentavano di inserire il principio di autodeterminazione nella risoluzione annuale sulla Cuestión Malvinas. Non è un dettaglio procedurale: significa che l'organismo che dovrebbe arbitrare la disputa ha stabilito, nero su bianco, che quel principio non si applica a un arcipelago dove non esiste un popolo sottomesso da liberare, ma una popolazione impiantata dalla stessa potenza occupante dopo aver espulso con la forza gli abitanti legittimi nel 1833. La risoluzione 1514 lo dice altrettanto chiaramente quando ricorda che nessun tentativo di spezzare l'integrità territoriale di uno Stato indipendente può essere compatibile con la Carta delle Nazioni Unite. Un referendum non può quindi sanare un'usurpazione, allo stesso modo in cui non basterebbe un voto tra i coloni per legittimare una colonia altrove nel mondo. Eppure quel copione - isolani intervistati, sorrisi, urne, percentuali bulgare - viene riproposto ogni volta che serve a spostare l'attenzione internazionale dal nodo reale, che resta quello della sovranità contesa tra due Stati, non un plebiscito tra sudditi della corona.

La geopolitica di un arcipelago che vale più di quanto sembri
Chi guarda alle Malvinas come a un residuato latinoamericano della Guerra Fredda sbaglia prospettiva. Quello che sta accadendo attorno a quelle isole negli ultimi due anni ha molto più a che fare con il petrolio, con la pesca e con il controllo dell'Atlantico del Sud che con la nostalgia coloniale. Un documento della strategia economica britannica per il periodo 2026-2040, circolato negli ambienti diplomatici argentini, descrive apertamente un piano quindicennale per consolidare l'autosufficienza finanziaria dell'arcipelago attraverso due pilastri: lo sfruttamento della pesca, che già oggi rappresenta più della metà del prodotto interno lordo della colonia, e lo sviluppo del giacimento petrolifero offshore Sea Lion, dove il consorzio Navitas-Rockhopper - una joint venture anglo-israeliana - ha già firmato le decisioni finali di investimento e punta a un flusso commerciale di greggio entro il 2028. Nello stesso documento Londra ammette apertamente le proprie fragilità, a partire dallo sfruttamento incontrollato della zona nota come Blue Hole, appena fuori dalla zona economica esclusiva delle isole, che rischia di compromettere proprio quella pesca da cui dipende l'apparato coloniale.
A questo si aggiunge una strategia diplomatica ben precisa verso Cile e Uruguay, con missioni commerciali reciproche e l'obiettivo dichiarato di rompere l'isolamento geografico delle isole rispetto al continente, aggirando di fatto il tentativo argentino di isolare economicamente l'occupazione. E poi c'è la base militare di Mount Pleasant, che il piano britannico vorrebbe sempre più integrata nell'economia locale, fino a trasformare i soldati di stanza lì in una sorta di ambasciatori informali della causa coloniale una volta rientrati in Europa.
Su tutto questo si innesta il riavvicinamento militare tra Londra e Buenos Aires promosso dal governo neoliberista di Javier Milei, che ha annunciato l'intenzione di portare la spesa per la difesa al due per cento del PIL, richiedere lo status di partner NATO e riequipaggiare le forze armate argentine con materiale occidentale, allontanandosi dai crediti cinesi e dalle aperture russe. È un dialogo che Washington segue con grande interesse, perché la base satellitare cinese in Patagonia, la presenza russa nelle stazioni antartiche a duplice uso e l'espansione delle flotte pescherecce cinesi nell'Atlantico del Sud sono tutti elementi che spingono gli Stati Uniti a voler saldamente ancorare l'Argentina al proprio campo strategico, anche a costo di chiedere al Regno Unito di allentare l'embargo di armi imposto dopo il 1982. Il paradosso è lampante: un governo argentino che dovrebbe essere erede della causa Malvinas – ma Milei è un ammiratore confesso di Margaret Thatcher - accetta di comprare armamenti dalla stessa potenza che occupa il proprio territorio, in nome di un allineamento geopolitico che ha molto più a che fare con il contenimento di Cina e Russia che con gli interessi reali dell'Argentina.
Non è un caso che il Trattato Antartico, con la sua clausola di revisione sul divieto di attività minerarie fissata al 2048, aleggi su ogni mossa di questi anni: Regno Unito, Argentina e Cile mantengono rivendicazioni territoriali sovrapposte in Antartide, e chi oggi consolida la propria presenza logistica nell'Atlantico del Sud si sta posizionando per le trattative di domani su quella frontiera ancora congelata, letteralmente e politicamente. In questo quadro, l'ennesima risoluzione annuale del Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite, per quanto celebrata a Buenos Aires come una vittoria, resta un rituale diplomatico privo di qualunque forza vincolante: mentre le delegazioni si scambiano applausi a New York, le gru continuano a lavorare nei porti dell'arcipelago e le trivelle si preparano a entrare in funzione.

Solidarietà cubana e latinoamericana
In questo scenario dominato da interessi occidentali convergenti con inquietanti mire israeliane, la voce di Cuba resta uno dei sostegni più duraturi e meno raccontati alla causa argentina. L'ambasciatore cubano a Buenos Aires, Pedro Prada, ha ricordato in un'intervista come la posizione dell'Avana affondi le radici già nei primi decenni del Novecento, quando figure come Julio Antonio Mella includevano il riconoscimento della sovranità argentina sulle Malvinas tra le rivendicazioni del movimento studentesco e operaio latinoamericano. Con il trionfo della Rivoluzione, quella linea si è fatta politica di stato: Cuba ha co-patrocinato la risoluzione 2065 delle Nazioni Unite che nel 1965 sanciva la natura coloniale della disputa, e durante la guerra del 1982 - pur trattandosi di un conflitto voluto da una dittatura militare che a Cuba non poteva certo essere simpatica - Fidel Castro scelse comunque di offrire sostegno politico alla causa argentina, distinguendo tra i militari al potere e il diritto storico del popolo argentino sulle isole. Prada traccia anche un parallelo diretto con Guantánamo, definendo entrambi i casi atti di occupazione imposti con la forza e mantenuti attraverso trattati imposti in condizioni di manifesta disuguaglianza, a riprova che la questione Malvinas si inserisce per l'Avana in una lettura più ampia del colonialismo che il continente americano continua a subire da parte delle potenze del nord.
Alla fine, tutto questo intreccio di petrolio, pesca, basi militari e alleanze riporta a una domanda che nessun documento strategico britannico, per quanto elaborato, riesce ad aggirare: con quale diritto una potenza europea amministra ancora oggi, quasi due secoli dopo averlo strappato con la forza, un pezzo di Sudamerica. È una domanda che la grande stampa occidentale continua a trattare con studiata leggerezza, riducendo la questione a folklore identitario o a incidente diplomatico minore, quando invece si tratta di un caso irrisolto di colonialismo territoriale riconosciuto come tale dalle stesse Nazioni Unite. Il modo in cui la vicenda viene raccontata con gli isolani presentati come popolo da tutelare, con la sovranità argentina liquidata come rivendicazione nostalgica, con ogni riferimento pubblico alle Malvinas trattato alla stregua di una provocazione da contenere è esso stesso parte del dispositivo che tiene in piedi l'occupazione coloniale.
Lo si è visto con chiarezza proprio in questi giorni di Mondiale. La FIFA aveva vietato l'ingresso allo stadio di Atlanta di bandiere, cartelli e qualunque riferimento alle Malvinas, bollando la questione come un "messaggio politico" incompatibile col regolamento delle competizioni. Il governo argentino di Javier Milei aveva avallato quel divieto, giustificandolo con ragioni di sicurezza concordate con le autorità statunitensi, nel tentativo di tenere separati lo sport e la diplomazia. Sugli spalti, quindi, silenzio imposto. Ma dopo la vittoria per 2-1 sull'Inghilterra che ha spalancato all'Argentina la finale, sono stati i giocatori stessi a colmare quel vuoto: Giovanni Lo Celso e Nicolás Otamendi hanno srotolato sul prato del Mercedes-Benz Stadium uno striscione con la scritta "Las Malvinas son argentinas", tenendolo alto qualche istante prima di posarlo sull'erba tra gli abbracci dei compagni. Interpellato subito dopo, il centrocampista Leandro Paredes ha aggiunto che quelle isole "saranno sempre argentine". Nessun regolamento, nessun divieto calato dall'alto, nessuna diplomazia calcolata al millimetro è riuscita a impedire che la rivendicazione tornasse a manifestarsi proprio dove veniva negata. Ed è forse la sintesi più onesta di tutta la vicenda: si può vietare uno striscione sugli spalti, non si può cancellare una storia coloniale lunga quasi due secoli né il diritto di un popolo a raccontarla.

chiedo scusa per la lunghezza
EOT

Blueline

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Vero chel l'impero britannico ha fatto più danni della grandine nel mondo, vero che nel 1833 ha strappato queste isole con la forza, ma comunque la popolazione vuole stare nell'UK.

RG-Lazio

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Citazione di: Warp il Oggi alle 13:43OT

RG in realtà non è proprio cosi. Ci sono ragioni storiche molto ma molto più profonde di come la narrativa europea (e come l' hai sintetizzato tu) racconta la vicenda.

Malvinas, la verità dietro il racconto occidentale
Dalla conquista del 1833 alle nuove strategie per il controllo dell'Atlantico del Sud: storia, diritto internazionale e interessi geopolitici dietro una disputa ancora aperta
di Fabrizio Verde

Nei giorni che precedenti la sfida ai Mondiali tra Inghilterra e Argentina, e anche a tutt'ora, è tornata a circolare una versione della storia delle Malvinas che merita di essere smontata pezzo per pezzo. È una narrazione che si è fatta strada soprattutto sulla stampa mainstream e sui social network che, con un'abilità quasi chirurgica, riesce a rovesciare i termini della vicenda: l'occupazione britannica di un arcipelago sudamericano diventa un dettaglio quasi amministrativo, mentre la sconfitta argentina nella guerra del 1982 viene presentata come un bene collettivo, il colpo che avrebbe finalmente fatto cadere la dittatura militare. È un ragionamento che suona rassicurante per chi lo scrive, perché toglie di mezzo la domanda scomoda - e cioè con quale diritto Londra tiene ancora oggi un pezzo di Sudamerica sotto la propria bandiera - sostituendola con un racconto morale in cui il Regno Unito avrebbe involontariamente fatto un favore alla democrazia argentina. È una lettura comoda, ma è anche profondamente disonesta e ipocrita, perché confonde una conseguenza politica interna con la legittimità di un'occupazione coloniale che dura da centonovantatré anni.
Vale la pena allora ripartire dai fatti che la cronologia registra senza bisogno di aggettivi.

La storia, prima di ogni tifo
Le Malvinas non hanno mai avuto una popolazione originaria. I primi europei a vederle furono i marinai della spedizione di Magellano, e fu un cartografo di quella stessa spedizione, Andrés de San Martín, a tracciarne la prima mappa nel 1520. Da quel momento l'arcipelago finì dentro la giurisdizione spagnola, sancita dalle bolle pontificie e dal trattato di Tordesillas, e per tutto il Cinquecento furono solo le navi di Madrid a percorrere quelle rotte. Fu nel Settecento che Francia e Inghilterra iniziarono a guardare alle isole come a un avamposto strategico di fronte allo stretto di Magellano: i francesi fondarono Port Louis nel 1764, gli inglesi arrivarono clandestinamente l'anno dopo e nel 1766 edificarono un forte a Port Egmont. La Spagna protestò con tale fermezza che entrambe le potenze finirono per fare marcia indietro, e con il trattato di San Lorenzo del 1790 Londra si impegnò formalmente a non fondare insediamenti su quelle coste.
Quando l'Argentina si affrancò dalla Spagna, ereditò quel territorio come parte del proprio patrimonio territoriale, ed esercitò un'autorità continuativa attraverso una successione di governatori, tra cui il comandante David Jewett, che nel 1820 prese possesso dell'arcipelago a nome delle Province Unite del Rio de la Plata senza che nessuna potenza sollevasse obiezioni ufficiali. Fu solo il 3 gennaio 1833 che una nave da guerra britannica, la corvetta Clio, si presentò a Puerto Soledad ed espulse con la forza il governatore e le truppe argentine. Non ci fu guerra dichiarata, non ci fu trattato, non ci fu alcun atto giuridico che legittimasse quel passaggio di sovranità: fu semplicemente un atto di forza compiuto in tempo di pace, ai danni di un paese con cui il Regno Unito manteneva relazioni diplomatiche regolari. L'Argentina protestò da subito e non ha mai smesso di farlo, portando la questione davanti a ogni foro internazionale disponibile.
Le Nazioni Unite, dal canto loro, non hanno mai avuto dubbi sulla natura del contenzioso. La risoluzione 1514 ha riconosciuto la natura coloniale della disputa, la 2065 ha validato esplicitamente i diritti argentini invitando le due parti a negoziare, e da allora sono state approvate decine di risoluzioni dello stesso tenore, puntualmente ignorate dai governi di Londra. La guerra del 1982, con i suoi oltre seicento morti argentini e oltre duecentocinquanta britannici, non ha cambiato nulla sul piano del diritto: la stessa Assemblea Generale, con la risoluzione 37/9, ribadì che il conflitto armato non alterava in alcun modo la sostanza della controversia di sovranità. È esattamente per questo che presentare la sconfitta militare argentina come una sorta di beneficio storico è un'operazione retorica sleale: la caduta della giunta militare fu il crollo di un regime già logorato dalla propria brutalità interna, dalla repressione, dai desaparecidos, da un'economia allo sfascio, non un regalo della corona britannica. Confondere le due cose serve a un solo scopo, ed è quello di spostare l'attenzione dal fatto che l'occupazione del 1833 resta, ancora oggi, un'occupazione.

Il trucco del referendum
C'è un altro tassello della propaganda britannica che va smontato con la stessa pazienza, ed è quello dei referendum organizzati sull'arcipelago per certificare la volontà degli abitanti di restare sotto la corona. Quello celebrato nel marzo 2013 è il caso più citato: una sola domanda sottoposta agli isolani, se desiderassero conservare lo status attuale di territorio d'oltremare britannico, con un risultato plebiscitario che la stampa londinese ha trasformato in prova definitiva della legittimità dell'occupazione. Solo che il meccanismo, guardato da vicino, è un cortocircuito logico prima ancora che politico. Ad avere il diritto di voto sono solo i cittadini britannici o dei territori britannici d'oltremare che abbiano ottenuto lo status di isolano dopo almeno sette anni di residenza continuativa, il che riduce il corpo elettorale a poche migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali di origine e cittadinanza britannica. È, in sostanza, un esercizio tautologico: sono i britannici a chiedere ai britannici se vogliono continuare a essere britannici, e il risultato non può che confermarlo.
Le Nazioni Unite lo hanno chiarito senza ambiguità già nel 1985, quando l'Assemblea Generale respinse a larga maggioranza due proposte britanniche che tentavano di inserire il principio di autodeterminazione nella risoluzione annuale sulla Cuestión Malvinas. Non è un dettaglio procedurale: significa che l'organismo che dovrebbe arbitrare la disputa ha stabilito, nero su bianco, che quel principio non si applica a un arcipelago dove non esiste un popolo sottomesso da liberare, ma una popolazione impiantata dalla stessa potenza occupante dopo aver espulso con la forza gli abitanti legittimi nel 1833. La risoluzione 1514 lo dice altrettanto chiaramente quando ricorda che nessun tentativo di spezzare l'integrità territoriale di uno Stato indipendente può essere compatibile con la Carta delle Nazioni Unite. Un referendum non può quindi sanare un'usurpazione, allo stesso modo in cui non basterebbe un voto tra i coloni per legittimare una colonia altrove nel mondo. Eppure quel copione - isolani intervistati, sorrisi, urne, percentuali bulgare - viene riproposto ogni volta che serve a spostare l'attenzione internazionale dal nodo reale, che resta quello della sovranità contesa tra due Stati, non un plebiscito tra sudditi della corona.

La geopolitica di un arcipelago che vale più di quanto sembri
Chi guarda alle Malvinas come a un residuato latinoamericano della Guerra Fredda sbaglia  

chiedo scusa per la lunghezza
EOT
Altro che scusa, io ti ringrazio sentitamente per  aver postato questo intervento che è molto molto più corretto del mio.

L'unica cosa che si può salvare del mio intervento è il fatto che fu il governo fascista dell'Argentina a iniziare una guerra impossibile e che fu effettivamente per la Tatcher un calcio di rigore.

Reta una questione complessa e penso che ci siano tante isole in questa situazione che appartengono a uk, usa, portogallo, francia, spagna, etc..

Nonostante la tua preziosa spiegazione mi è difficile scrivere questa diatriba almeno oggi nel quadro di una protesta anticoloniale. Proprio perché mancano i colonizzato. Alla fin fine è un problema geopolitico, ma nel momento in cui il milei di turno si accoda a trump, tu3il discorso decade.

Tornando ai giocatori, probabilmente loro lo usano come sfotto sportivo. Questa generazione di calciatori è del tutto stupoda a livello politico. Pensano ai soldi e alle mode. Messi, Cr7 sorridono con trump... Maradona e Cruijff non l'avrebbero fatto. 

Sinceramente ho dei dubbi che gente così popolare come Messi abbia davvero il lusso della neutralità... A mio modo di vedere il non prendere parte è gia una scelta di campo. 
LeBron James ad esempio non è così


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Maremma Laziale

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Idem come RG. Mi mancava il passaggio dei primi dell'800 quando il territorio passò automaticamente dalla Spagna all'Argentina.
Oh, l'impero inglese comunque rimane il male assoluto della storia  :=))

sharp

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Citazione di: Gio il Oggi alle 10:13Poi la finisco, ma l'ha dettato il re ad uno con la sciarpa della roma al collo che rosica, questo articolo. Le spinte che intimidiscono ... Non una parola sui falli degli inglesi che hanno menato pure loro e manco poco. In campo ci si mena e se uno 20 cm. più alto si intimidisce per un fallo o una spinta è giusto che la finale se la veda in tv (per me).


secondo me il tuo TVC ha grossi problemi con l'interlacciamento altrimenti non si spiega,riguardati la partita dall'inizio (magari su un altro televisore)  dopo 5' minuti c'erano già stati una serie di falli e falletti (stronzi) degli argentini, su Anderson un paio di entratacce, una bruttarella anche su Keane, mentre su Bellingham erano stati principalmente colpetti e spintoni con palla già lontana. e li è stata decisiva la scelta dell'arbitro che ha sempre richiamato gli argentini, ma non gli ha mai dato il giallo, cosa che ha invece (giustamente va detto) fatto al primo fallo, tra l'altro di Anderson,che ne aveva subiti tre, di cui almeno un paio da ammonizione in precedenza, da li in poi ha iniziato ad usare i cartellini, e si è iniziato a giocare a calcio invece che a calci, spintoni (a palla già data via) e insulti.

sulla sciarpa giallorossa concordo, gli undici in campo dell'argentina rappresentano appieno lo stile con cui gioca il merda. poi c'è a chi piace (conosco parecchi merdici che adorano lo stile di mancini merda che si troverebbe pienamente   a suo agio con la maniera di fare degli argentini), e a chi no ... de gustibus

tra l'altro l'atteggiamento si vede subito mc allister dopo 1' e soprattutto quella merda di paredes 1'11" con bellingham che da via la palla e lui che con 1 secondo abbondante dopo gli va a dare un colpo da dietro, poi gli dice anche qualcosa, puro stile merdico che per carità può anche piacere

peccato non si possano postare filmati



     

genesis

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Lazionetter
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Citazione di: Warp il 01 Lug 2026, 17:14esatto, quindi si puo' fare, se non si fa, non lo si fa per precisa scelta politica (vediamo adesso malago' come si muovera' sul tema).
Sì, perché negli altri sport non c'è bisogno dello ius soli.
Sylla, Egonu & co. possono aspettare i 18 anni, tanto i paesi d'origine in quei sport non sono attrattivi.
Nel calcio invece un adolescente viene subito cercato dai paesi d'origine e possono scegliere di giocare per loro, vedasi Marocco.

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