Allo stadio vedi sempre rigore. Se cade uno dei nostri in area senti sempre che è fallo.
Sabato invece era proprio rigore, rigore fischiato. Ed il quadratino rosso risaltava sul verde
del campo. Esce lento il portiere, ancor più lento entra quello nuovo.
Il cuore non si tiene, come al primo appuntamento con la donna che ami.
E gli altri, con le loro maglie a strisce che camminano distratti con in mano le birre.
E quelli seduti sembrano davanti alla televisione.
La palla entra, lenta e centrale.
Gol. Si vince e dovremmo gestire la partita. Ed io dovrei gestire le emozioni.
Guardiamo il tabellone luminoso. Incantati. Di fianco a me c'è il mio piccolo grande
aquilotto al battesimo di San Siro. Guardiamo le bandiere, le nostre sciarpe.
E guardi gli altri. Due parole con l'amico interista, dobbiamo pur sempre fare il viaggio di
ritorno insieme. E' abbonato, gran tifoso. Gli chiediamo quand'è nata l'inter. Gli chiediamo del
simbolo. La risposta è sempre boh. Appiattito sul presente. Tutto qui, ora ed Eto'.
Ed io invece sentivo la forza della storia. Un altro gol, un'altra pagina, un'altra fantastica
sconfitta.
Vincere e perdere insieme. Con tutti quelli che c'erano prima.
Con tutti quelli che hanno sofferto con nobiltà.
Ed hanno esultato con nobiltà.
Mi sembra di averli qui al nostro fianco.
Da Bigiarelli in poi, tutti quelli che ci hanno creduto.
Mi dico forse non sono normale. Sto esagerando.
Tornati a casa, il mio piccolo grande aquilotto mi ha ringraziato della bella giornata.
E quando gli ho chiesto se era triste per la sconfitta mi ha guardato con un sorriso
e mi ha chiesto: "Mi porti a Roma per l'ultima partita? Andiamo a vedere Olimpia".
Sì noi siamo di quelli che soffrono con nobilità.
Che vincono e perdono con stile. E lealtà.
Noi siamo di quelli che ci crediamo.
Arriviamo. Tre biglietti con il Genoa. Tre reggiani laziali all'Olimpico.