Per anni il calcio palestinese è stato disorganizzato, senza fondi e ostacolato dalle restrizioni agli spostamenti all'estero ai calciatori della Cisgiordania e di Gaza. Al punto che spesso il match veniva dichiarato perso a tavolino dalla Fifa perché a un certo numero di giocatori non era stato dato il permesso di espatrio e la squadra in campo era incompleta. Giocare al calcio in una terra sotto occupazione militare non è un esercizio semplice, ci vuole motivazione, passione, impegno e tanta, tanta pazienza. Cenerentola di uno sport scintillante e milionario, il calcio palestinese fra mille, comprensibili, difficoltà, in questi anni è cresciuto sul piano tecnico, nuovi stadi sono in cantiere in tutta la Cisgiordania, la Federazione calcio locale — associata alla Fifa dal 1998 — ospita competizioni internazionali, match valevoli per la qualificazione alla Coppa del Mondo. Ambasciatore di una Palestina diversa, il calcio qui è molto più di uno sport. «È una missione per costruire una nazione indipendente», dice Abu Sahid, mezzapunta della nazionale palestinese. «Quando la squadra gioca sulla nostra terra, è un modo di riconoscere lo Stato palestinese», conferma Ismail Murad, 26 anni, mediano del team. La nazionale olimpica palestinese gioca oggi in Bahrain e il 23 giugno prossimo nel secondo turno preliminare di qualificazioni asiatiche per i Giochi del 2012 a Londra. E nel più grande match della storia palestinese, la nazionale "maggiore" se la vedrà con l'Afghanistan il 29 giugno e il 3 luglio nel primo turno delle qualificazioni asiatiche per la Coppa del Mondo 2014 in Brasile. Il calcio sembra l'unico successo di questa leadership palestinese, che sta cercando di costruire le fondamenta di uno Stato al di fuori del moribondo processo di pace con Israele. A guidare la carica è un uomo improbabile, Jibril Rajoub, un burbero ex capo della sicurezza preventiva in Cisgiordania che ha trascorso 17 anni nelle prigioni israeliane. Rajoub ha lasciato la politica nel 2006 ed è stato nominato capo della Federcalcio palestinese e del Comitato olimpico due anni dopo. Seduto nel suo ufficio di Ramallah, dove i giocatori lo salutano con baci, lui è perennemente al telefono, scrive, detta lettere. Rajoub è certamente un uomo in prima linea. «Concentrarsi sul calcio è stata la scelta più razionale che questa Anp potesse fare», dice Rajoub a "Repubblica", «abbiamo bisogno di esporre la causa palestinese attraverso il calcio, con i valori e l'etica del gioco». Il "navigato" ex guerrigliero di Fatah dice adesso con convinzione: «La lotta non violenta è certamente la più produttiva e proficua per la causa palestinese; viviamo nel 21esimo secolo, e questo è il mezzo migliore per raggiungere le nostre aspirazioni nazionali». «È un modo perfetto per dimostrare che siamo esseri umani», aggiunge il giovane Nadim Barghouti, terzino della nazionale, «siamo come soldati senza armi, giochiamo per la libertà della nostra terra». L'Undici della Palestina ha già giocato partite casalinghe in Giordania e in Qatar. Ha perso nel match casalingo con la Thailandia in marzo, spalti pieni e tutte le tv dei territori sintonizzate sulla telecronaca. Ma il problema che affronta è sempre lo stesso: il team in campo non era completo perché tre calciatori non avevano ottenuto il permesso dalle autorità israeliane di spostamento nei Territori occupati. Il presidente della Fifa Sepp Blatter e quello del Comitato Olimpico Internazionale Jacques Rogge hanno promesso il loro aiuto presso le autorità israeliane per superare le restrizioni di viaggio. Gli atleti palestinesi hanno bisogno di permessi israeliani per la maggior parte degli spostamenti, sia per attraversare Israele venendo da Gaza sia per entrare o uscire dalla Cisgiordania. Hossam Wadi, 25 anni, per esempio, non lascia la Cisgiordania per la nativa Gaza da più di tre anni. Lì c'è la sua famiglia ma lui teme che una volta entrato nella Striscia, Israele non gli dia poi più il permesso di uscire, mettendo a repentaglio le prospettive della sua squadra. «Ci stiamo giocando la qualificazione alla Coppa del Mondo», dice riferendosi al match contro l'Afghanistan che sarà giocato in Tagikistan il 29 giugno, «dobbiamo fare dei sacrifici». La partita è considerata una "partita in casa" per l'Afghanistan, che deve giocare in un campo neutrale per problemi di sicurezza. Il 3 luglio, l'attesissimo secondo turno si giocherà in Cisgiordania allo stadio "Feisal Husseini", se Israele permetterà agli atleti afghani l'ingresso attraverso la frontiera con la Giordania. La strada è molto lunga per coronare il sogno del Mondiale in Brasile. Classificati al n. 171 nel mondo dalla Fifa, i palestinesi devono vincere il turno per essere inclusi tra le 20 squadre asiatiche che vengono inserite nel tabellone principale di qualificazione alla Coppa del Mondo. Un percorso difficile per gli undici allenati da Mokhtar Tilili, il coach tunisino della nazionale palestinese. Ma non importa perché tutti sono convinti che lo sport possa aiutare la Palestina, anche se i calciatori non vinceranno, anche se resteranno a casa e il Mondiale lo vedranno solo alla tv. «Non possiamo essere conosciuti solo come guerriglieri, per gli attentati, gente che lancia sassi e spara contro gli israeliani», spiega il direttore tecnico della Federazione Mazin Khatib, «dobbiamo lottare anche nello sport per dimostrare che meritiamo di essere uno Stato indipendente, sovrano. Che amiamo la vita e che ci piace giocare a calcio». (fabio sciuto)