Perché Mourinho non perde mai in casaDavid Runciman, London Review of Books, Gran Bretagna20 luglio 2011
Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a un allenatore di calcio, l'amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile scorso, Mourinho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il Porto, il Chelsea e l'Inter).
È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono comunque un'eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho (per alcune, come il Gijón, le possibilità erano perfino meno; per altre avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150 partite è più o meno una su sette milioni.
Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po' dell'uno e dell'altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il cosiddetto fattore campo. Perché è tanto difficile battere una squadra nel suo stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte della sua invincibilità quando gioca in trasferta? Il Chelsea, che durante i tre anni e mezzo di Mourinho non ha mai perso in casa, fuori casa è stato sconfitto dieci volte.
Il fenomeno non riguarda solo i grandi club. Prendiamo un qualsiasi campionato di calcio europeo in cui tutte le squadre si affrontano due volte durante la stagione, una volta in casa e una in trasferta. Sommiamo il numero totale delle vittorie in casa e confrontiamolo con quello delle vittorie in trasferta. Nella migliore delle ipotesi, il rapporto sarà di 60 a 40 a favore delle squadre di casa (spesso è più alto: nella Premier league inglese il fattore campo incide per circa il 63 per cento, nella Liga spagnola per il 65 e nella serie A italiana per il 67 per cento).
Il fattore campo ha un peso in quasi tutti gli sport maggiori, anche se le proporzioni variano. I tifosi ci sono talmente abituati che danno per scontato che la loro squadra abbia più possibilità di vincere se gioca sul suo campo. E pensano anche di sapere il motivo: perché il pubblico di casa incita i giocatori. In realtà non ci sono prove che sia così. Nonostante le numerose ricerche sul tema pubblicate dalle più importanti riviste di scienza dello sport, non c'è una spiegazione conclusiva su che cosa faccia giocare meglio le squadre di casa. È questo il vero enigma del fattore campo: tutti sanno che esiste ma nessuno sa perché.
Economia e sportTobias Moskowitz e Jon Wertheim hanno provato a fare luce sul mistero. Il loro Scorecasting è un libro di un genere sempre più diffuso: un'inchiesta tipo Freakonomics su alcuni fenomeni quotidiani che diamo per scontati ma che non sappiamo spiegare. Gli autori hanno il profilo giusto: Moskowitz è un economista che s'interessa di sport, Wertheim è un giornalista sportivo che s'interessa di numeri, e sono amici di lunga data. Anche il metodo è consolidato: si parla di qualcosa che la gente pensa di conoscere ma che in realtà non capisce, si buttano giù un po' di numeri, si estrapolano le variabili, si aggiunge qualche battuta di spirito per mantenere vivo l'interesse del lettore e voilà, ecco la verità, per quanto possa sembrare improbabile. Lo sport è sempre stato terreno fertile per questo tipo di approccio, perché i numeri da analizzare sono tanti e altrettanti sono i pregiudizi.
Ma con l'eccezione del baseball, dove da anni imperversa una sottocategoria di statistici impegnati a sfatare i miti, i libri di economia applicata allo sport sono sempre stati molto deludenti. Forse lo sport rende tutto troppo facile: ci sono talmente tante statistiche da analizzare, e talmente tante sciocchezze spacciate per verità, che viene la tentazione di saltare a piè pari tutte le analisi e arrivare direttamente al punto. Scorecasting non ha questo difetto. È di gran lunga il libro più appassionante mai pubblicato nel suo genere, scritto in modo chiaro, frutto di ricerche accurate e pieno di sorprese. La sorpresa più grande di tutte è il fattore campo.
Cosa c'è all'origine del fattore campo? Per prima cosa, Moskowitz e Wertheim escludono le spiegazioni convenzionali, a cominciare dal sostegno dei tifosi di casa. Come si fa a isolare l'effetto del pubblico sulla prestazione di una squadra? Gli autori mettono a confronto come i giocatori in casa e in trasferta affrontano situazioni di gioco identiche, al netto della presenza o dell'assenza di un pubblico ostile. Facciamo l'esempio della pallacanestro: quando un giocatore subisce un fallo gli vengono assegnati due tiri liberi a 4,5 metri dal canestro. Nessuno può interferire, a parte i tifosi di casa, che fanno quello che vogliono per distrarre l'avversario. Se avete visto una partita della Nba saprete che spesso i tifosi fanno rumore o agitano dei palloncini dietro il canestro. Risultato? Niente.
Le statistiche dimostrano che i giocatori ospiti, nonostante i fischi, battono i tiri liberi altrettanto bene di quelli che giocano in casa. Lo stesso vale per i calci da fermo nel football americano e per le partite decise ai rigori nel calcio. La squadra di casa non ha più possibilità di vincere ai rigori rispetto alla squadra in trasferta. Spesso i tifosi di casa credono di poter spingere la palla in fondo alla rete con i loro cori o di mandarla fuori con i fischi. Farebbero meglio a risparmiare il fiato.
Se non dipende dai tifosi, allora forse dipende dai viaggi. Molto spesso le squadre in trasferta devono percorrere lunghe distanze (specialmente negli Stati Uniti), dormire in letti scomodi e affrontare il disagio di stare lontano da casa. Questa tesi è più facile da confutare. In tutti gli sport, il fattore campo vale anche per le sfide stracittadine, in cui non ci sono vere trasferte da affrontare. Gli stadi dell'Everton e del Liverpool sono a un chilometro di distanza l'uno dall'altro, ma l'Everton ha molte più possibilità di battere il Liverpool quando non si gioca ad Anfield.
I dati storici lo confermano. Inoltre le condizioni di viaggio per gli atleti famosi sono immensamente migliorate con il passare del tempo: mentre un tempo i campioni avevano le stesse difficoltà di chiunque, oggi sono serviti e riveriti. Le loro prestazioni lontano da casa, però, non sono migliorate affatto. Spiegano Moskowitz e Wertheim: "Il fattore campo è una costante quasi inquietante nel tempo". Per quanti sforzi si facciano per evitare ai giocatori tutti i piccoli inconvenienti del viaggiare, al momento di scendere in campo il risultato è sempre lo stesso.
E se dipendesse da una maggiore familiarità con l'ambiente? Ogni terreno di gioco è leggermente diverso dall'altro, perciò magari le squadre sfruttano a loro vantaggio la conoscenza del campo amico. Anche i campi di calcio variano: possono essere più o meno larghi, stretti, esposti al vento, coperti, gibbosi o regolari. Le differenze sono evidenti soprattutto nel baseball, dove alcune squadre giocano in stadi più adatti ai battitori e altre in stadi più adatti ai lanciatori (è questione di dimensioni, forma e condizioni atmosferiche). Eppure, anche nel baseball, secondo Moskowitz e Wertheim questo aspetto non fa alcuna differenza. Il rapporto tra le percentuali di battuta delle squadre di casa e le squadre ospiti è sempre lo stesso, a prescindere che si giochi in stadi più adatti ai battitori o ai lanciatori. Il fattore campo sembra sfuggire a qualsiasi controllo.
Capri espiatoriNon dipende dal pubblico, non dipende dai viaggi, non dipende dagli stadi, non dipende dai giocatori e nemmeno dagli allenatori. Cosa rimane? Be', ci sono sempre gli arbitri. Ecco i colpevoli: secondo Moskowitz e Wertheim il fattore campo dipende quasi completamente dai direttori di gara. I giocatori non si fanno condizionare dai fischi dei tifosi, ma gli arbitri sì. A pensarci è logico: se il nostro comportamento fosse sotto l'occhio vigile di decine di migliaia di persone isteriche, cercheremmo di compiacerle, almeno inconsciamente.
I giocatori ospiti non hanno nulla da guadagnare dai tifosi di casa: se giocano bene vengono insultati, se giocano male vengono presi in giro. Gli arbitri, invece, possono assecondare il pubblico e sfruttare la situazione a loro vantaggio. Le squadre in trasferta non hanno modo di alleviare la tensione che deriva dal giocare in un ambiente ostile. Gli arbitri invece sì.
Moskowitz e Wertheim portano diverse prove a sostegno di questa tesi. Nel calcio, gli arbitri concedono quasi sempre più minuti di recupero quando la squadra di casa sta perdendo e meno quando sta vincendo (in media, quattro minuti nel primo caso e due minuti nel secondo, quanto basta per fare la differenza in molte partite). Le squadre di casa hanno molti meno espulsi e molti più calci di punizione a favore. Questo, magari, dipende semplicemente dal fatto che la squadra di casa gioca meglio e che gli avversari devono ricorrere alle maniere forti. Ma secondo gli autori è il pubblico che fa la differenza.
Nella Bundesliga tedesca, per esempio, dove molte squadre giocano in stadi con la pista di atletica, che allontana molto la folla dall'azione, gli interventi arbitrali a favore della squadra di casa si riducono della metà. In Inghilterra, in Spagna e in Italia, il numero degli spettatori ha un effetto evidente sul numero dei cartellini rossi mostrati agli ospiti. Maggiore è l'affluenza, più è probabile che la squadra in trasferta finisca la partita con qualche giocatore espulso.
Ma la prova più evidente del condizionamento arbitrale viene dagli sport che hanno introdotto la tecnologia per verificare le decisioni dei direttori di gara. Nel baseball c'è un sistema chiamato QuesTec che permette di stabilire se un lancio è stato effettuato o meno all'interno della zona di strike. Gli autori hanno analizzato una serie di dati e hanno scoperto che quando un lancio è chiaro, l'arbitro non favorisce la squadra di casa. Quando invece il lancio è dubbio, la decisione è quasi sempre a vantaggio della squadra di casa. Questo dimostra due cose.
La prima è che, se ne hanno la possibilità, gli arbitri preferiscono assecondare il pubblico che gli soffia sul collo (in molti stadi, quasi letteralmente). La seconda è che ne sono consapevoli, e limitano le decisioni a favore di chi gioca in casa alle situazioni non completamente ovvie (negli stadi in cui c'è il QuesTec, infatti, gli arbitri cominciano ad adeguarsi perché si rendono conto che un eventuale sbilanciamento a favore della squadra di casa sarebbe sotto gli occhi di tutti). Le partite equilibrate sono per definizione quelle il cui risultato può essere determinato da un paio di decisioni chiave. E a quanto pare, sono proprio quelle in cui gli arbitri fanno di tutto per aiutare la squadra di casa. Tanto basta a Wertheim e Moskowitz per indicarli come i responsabili quasi esclusivi del fattore campo.
È una splendida teoria: semplice, elegante e in sintonia con quello che un po' tutti pensiamo della natura umana (e che molti tifosi hanno sempre sospettato ma non hanno mai potuto dimostrare a proposito degli arbitri). C'è solo un problema: non è vera. Non dubito che il condizionamento arbitrale sia in qualche modo collegato al fattore campo, ma l'idea che ne sia l'elemento cruciale e determinante è assurda. Riflettiamoci un attimo. La prima volta che qualcuno vi dirà che è tutta colpa degli arbitri, probabilmente penserete "lo sapevo!", com'è successo a me. Già la seconda volta ne sarete meno convinti.
Prendiamo una partita di calcio. Certo, a volte sembra che l'arbitro voglia dare ai padroni di casa il beneficio del dubbio e, se gli serve, un tempo di recupero eterno. Ma perché la squadra di casa sembra sempre avere più possibilità di segnare nei minuti finali? Forse perché sono loro e non gli altri ad attaccare. Pensateci bene. Non è soltanto perché l'arbitro glielo permette, ma perché c'è qualcosa che li fa giocare meglio. Ci credono.
A questo punto i freakonomisti mi diranno che è la mia tesi a essere assurda. Se ci affidiamo ai numeri è proprio perché non possiamo fidarci degli occhi. Pensiamo di sapere cosa sta succedendo perché siamo influenzati da una serie di condizionamenti cognitivi che ci portano a giudicare male le singole situazioni. Questi studi hanno l'obiettivo di fare piazza pulita di quello che crediamo sia la realtà, costringendoci ad accettare il fatto che siamo accecati dai pregiudizi. Ma Moskowitz e Wertheim hanno escluso tutte le alternative plausibili? In effetti no. Hanno usato i numeri per far sembrare che fosse così, ma in realtà hanno solo espresso la loro idea. Questo è il problema: i freakonomisti rappresentano male i numeri.