non penso affatto che il calcio stia perdendo, o addirittura che già abbia perso, la sua natura di fenomeno popolare. al contrario, la sua natura popolare si sta rapidamente trasformando da locale a universale. la base materiale su cui si è fondato il passaggio dal calcio al neocalcio, ovvero la televisione, è lo stesso elemento che, in tempo reale, rende globale la fruizione di qulsivoglia evento calcistico locale
popolare si sa è un concetto di difficile definizione. un mercatino rionale offre immediatamente l'idea di una realtà popolare per il contatto tra le persone, per la comunicazione verbale e fisica che lo caratterizza; anche un supermercato però è una realtà popolare, pur nella freddezza del rapporto con le merci; e certamente non meno popolari, anzi forse addirittura di più, sono le televendite, per quanto affidate alla anomia del telefono e delle carte di credito. la popolarità crescente del calcio contemporaneo sta appunto nella capacità di far convivere rioni, merci, lingue, conti bancari, pubblicità, scenografie televisive: un "melting pot" inarrestabile, in continua evoluzione, in continua contraddizione tra emancipazione di classi e popoli (quanto peserà, per esempio, il calcio nei processi di liberazione dell'Africa?) da un lato e l'espansione dell'imperialismo culturale dell'occidente ricco e postindustriale dall'altro
questo calcio, questa straordinaria macchina economica, politica e culturale può tollerare l'antagonismo ultras (trovo più appropriata la definizione di comportamenti antagonisti che non quella di comportamenti devianti, la devianza indica livelli di consapevolezza inferiori rispetto a quelli dell'antagonismo)? o se volgiamo porla dal punto di vista della soggettività, gli ultras sono, saranno in grado di sviluppare un antagonismo capace di reggere il confronto con una realtà così complessa? la risposta, le risposte non sono affatto scontate, non condivido la perentorietà di kim gordon. l'evoluzione dei fenomeni e dei soggetti sociali non sempre è prevedibile; e le realtà sociali complesse come lo è oggi il calcio (italiano, europeo e mondiale) sono solitamente ricche di contraddizioni e le pianificazioni difficilmente sanno essere così perfette come pretendono di essere
quello che è certo è che l'intelligenza ultras è andata paurosamente scemando, mostrando nitidamente tutta la sua paurosa inadeguatezza. la vicenda laziale, per tornare ai nostri, può apparire addirittura paradigmatica: gli ultras laziali, in entrambe le versioni, quella "mercantile" e quella "politica", hanno sbagliato tutto ciò che potevano sbagliare, buttando alle ortiche una egemonia faticosamente costruita in decenni. errori di valutazione, di prospettiva, di analisi, di gestione, hanno sbagliato le alleanze, le tattiche, ogni singola scelta, non hanno voluto capire nulla di quello che stava accadendo alla Lazio e al calcio italiano; mentre lotito si poneva oggettivamente alla testa di un movimento di rinnovamente e di trasformazione loro si legavano al carro di chi raffigurava lotito come l'ultimo dei parvenu, degno di irrisione e facile da mettere fuori gioco (a ripensare a certe comparsate le domeniche sera a goal di notte, tra le evaporazioni mentali di plastino, la logica sconclusionatezza di teotino e persino l'afasia del buon greco, c'è da mettersi le mani nei capelli)
e comunque, tutto passa: ora è notte fonda per gli ultras, vedremo se per loro tornerà ad albeggiare. per favore, però, lotito è davvero l'ultimo dei problemi: se si vuol riprendere a correre, servono più intelligenza e meno slogan
(ciao porgascogne, anche io leggo sempre volentieri i tuoi interventi)