E' che fra poco riparte il campionato.
Che la Lazio, quella cosa bellissima, immateriale e magnifica, ricomincia a correre dietro a un pallone.
A vincere, a perdere, a farci sognare.
Conta solo quello.
E io sto ancora qua, a pensare a un gol di Cissé, a una parata di Bizzarri come 35 anni fa sognavo una parata di Pulici e un gol di Chinaglia, poi un gol di Chiodi, poi di Ambu o Giordano, quindi Garlini, Amarildo, Riedle, Signori, Vieri, Veron e Tommaso Rocchi. Perché la cosa più importante che ogni volta ci regala questa maglia é la voglia di sognare. Un pallone che resta in aria e una testa da Mapuche che la mette dentro alla rete, o un tackle di Alessandro Nesta, nato a Roma il 19 marzo del 1976, o un tacco di Roberto Mancini, nato a Jesi qualche anno prima.
Questa é l'unica cosa che conta, l'unica cosa che mi emoziona ancora, tanti anni dopo. Che mi fa sentire ora e per sempre, un bambino con una sciarpetta al collo, la bandierina in una mano e l'altra avvinghiata a quella di mio padre.
E mancano ancora due ore.
Daje Lazio, daje per dio.
Noi ci siamo.