Cesaretto

Aperto da Valon92, 23 Nov 2011, 18:39

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Valon92

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"Cesaretto" racconta la sua Lazio: "Orgoglioso di aver indossato questa maglia e un giorno vorrei tornare... Che ricordo quel gol nel derby!"

Ospite molto gradito del consueto appuntamento settimanale di LazioStyleRadio "Intervista col passato" è stato "Cesaretto" Cesar Aparecido Rodriguez che in un lunghissimo botta e risposta ha raccontato la sua esperienza in biancoceleste, i suoi ricordi, le sue soddisfazioni, gli scherzi, ma soprattutto quel gol nel derby che diede il là al passo di Samba che tutti tifosi biancocelesti ricordano con grande gioia. Ecco l'intervista completa al giocatore brasiliano: «Quando sono arrivato per la prima volta a Roma nel marzo del 2001 si respirava un'aria bellissima e ricordo che andai a vedere la partita Lazio-Piacenza. Poi sono tornato l'11 luglio per iniziare il ritiro e da lì in poi ho conosciuto il mondo della Lazio. Una squadra che in quel momento era la numero uno al mondo, la squadra più pagata con dei giocatori di un livello eccezionale. Mi sono trovato in quella situazione, in una super Lazio, una squadra straordinaria».
Arrivavi dal Sao Caetano, una realtà molto più piccola. Hai avuto paura? «Paura mai, perché mentalmente era più un discorso fisico di adattamento e sapevo che sarei andato incontro a una cosa del genere. Non mi sono sbagliato e infatti i primi 4/5 mesi facevo sempre tutto ciò che dovevo fare, ma il fatto di avere un cambiamento così radicale ha fatto si che io necessitassi di più tempo per adattarmi»
Hai sofferto un po' di saudade? «Assolutamente no, quando hai delle occasioni, delle opportunità devi mettere tutto da parte perché può non accadere più. Nel mondo se vai a domandare a qualsiasi bambino che gioca a calcio quale è il suo sogno, la risposta sarà "diventare un giocatore professionista". Non tutti riescono ad arrivare ma il sogno è quello, e dopo tanta fatica e tanti ostacoli superati mi sono ritrovato nella Lazio e non potevo lasciare che la nostalgia potesse farmi cambiare idea»
Cosa ti aspettavi tu dall'ambiente romano? «Si capiva che il fatto di stare in Brasile e seguire il calcio italiano e spagnolo. Un livello che era il top in quel momento lì. Ho pensato "se sono riuscito a barcamenarmi tra mille difficoltà figurati adesso cosa posso fare che ho a disposizione qualsiasi cosa". Questo era quello che pensavo e si ti metti a fare quello che hai sempre fatto, alla fine riuscirai a farti vedere. Era quello che avevo con me, anche all'inizio nella fase di adattamento e di difficoltà. Arriverà il momento in cui sarò sia fisicamente che tatticamente uguale a loro e riuscirò a far capire il perché sono qui».
Si trattava quindi di una crescita oltre che professionale, anche tattica, fisica e mentale. «Si come ho sempre detto era tutto meglio, ma ho avuto bisogno di un po' di tempo per acquisire i giusti meccanismi. Ci è voluto un po' di tempo però è stato validissimo».
Come è stato il tuo trasferimento alla Lazio? «In quel momento la Lazio aveva tanti rapporti con il Brasile e avendo tanti osservatori in Sud America hanno notato la squadra in cui stavo che in tre anni aveva fatto cose stupende, a vincere campionati dalla Serie C alla A. Poi arrivare in finale del campionato brasiliano, facendo fuori squadre come il Gremio di Ronaldinho, come il Palmeiras di Scolari e tante altre squadre che abbiamo trovato nel nostro cammino. Gli osservatori mi hanno seguito e finito il campionato brasiliano è arrivato il momento in cui a fine allenamento il direttore mi ha chiamato dicendomi che saremmo andati a parlare con alcune persone e che praticamente era fatto il mio passaggio all'estero. Sono andato lì tranquillamente, ho incontrato il presidente in un suo ufficio lì in Brasile e ho saputo che con il club avevano già trovato l'accordo. È stata una cosa abbastanza veloce per me».
A che velocità andava il tuo cuore in quel momento? «Io era già consapevole che qualcosa doveva accadere perché facendo due stagioni comunque bene, quando sai che ti sei messo in evidenza sai benissimo che qualcuno ti segue, anche perché un conto è prendere un giocatore da una grande squadra e un conto è prenderlo uno che cresce in una piccola. I valori sono diversi e circolavano già delle voci anche se non di questo livello. La sorpresa è stata proprio quella, venire alla Lazio era un sogno. Quello che speravo era di andare in una grande squadra in Brasile, invece no è stato un doppio salto mortale perché dal Sao Caetano sono arrivato alla Seleçao, e dalla Seleçao alla Lazio».
Quando sei arrivato eri definito come "un'ira di Dio" per la velocità e la potenza del calcio. Come è stato poi una volta a Roma? «L'accoglienza è stata straordinaria. Sapevo comunque che tutto quello che avevo fatto non serviva più a niente. Sarebbe servito soltanto per farmi arrivare a vestire la maglia della Lazio. Da quel momento in poi avrei dovuto dimostrare di poter avere un'opportunità. Arrivati a questo livello si tratta proprio di sperare in un'occasione per dimostrare di meritare e mantenersi poi su quei ritmi. Ho fatto di tutto per cercare di trovare la strada giusta».
Nonostante la squadra avesse in rosa tantissimi campioni è stata una stagione un po' difficile. Cosa non è andato? «Una stagione stranissima, anche se ero appena arrivato avevo subito capito che c'era qualcosa che non andava, innanzitutto per i risultati. Si vedeva che l'aria era un po' instabile per il fatto che qualcuno sembrava dovesse andare via, Veron era stato appena ceduto ma non per quel motivo la Lazio si sarebbe dovuta comportare in quel modo. Per me il primo impatto era quello, però con il tempo qualcosa è cambiato e mi sono ricreduto. Non possiamo dare nemmeno la colpa ai problemi societari perché l'anno successivo era anche peggio sotto quel punto di vista ma la squadra andava con dei giocatori che erano andati via. Nonostante tutto siamo riusciti però ad andare in Uefa nel famoso 5 maggio».
Un tuo compagno è stato Mendieta, fenomeno in Spagna, fantasma alla Lazio. Come te lo spieghi? «Quando vai a confrontarti con persone e con giocatori diversi, e il fatto che lui per tante volte non è riuscito a giocare ha dimostrato che comunque ha trovato delle difficoltà. Anche nell'allenamento si ti alleni in una certa maniera poi i riscontri li trovi sul campo. Le stesse difficoltà che ho trovato io. Certo lui aveva il suo passato e io il mio, io volevo crescere e così ho fatto mentre lui purtroppo non è riuscito a dimostrare il suo valore nella Lazio».
Nello spogliatoio si respirava un'atmosfera un po' altalenante oppure era tutto tranquillo? «No tranquillo no, perché parlando di giocatori di quel livello, non sta bene a nessuno perdere. Si sentiva la tensione, si vedeva che l'ambiente era pesante anche dal fatto che non siamo riusciti a fare una bella stagione».
La tua più bella stagione è stata la seconda, quella con Mancini, quando tu e Fiore su quelle fasce andavate veramente forte. «Una preparazione che veniva da qualche mese prima, perché già nella prima stagione le ultime partite, e negli allenamenti mi sentivo meglio e sapevo che avrei potuto indossare la maglia della Lazio. Così è successo e c'è stata la chiusura di stagione in quel modo con l'Inter. Poi l'arrivo di Mancini è stato fondamentale perché è riuscito a sfruttare le mie caratteristiche».
Il tuo percorso è stato molto simile a quello di Stefano Fiore. «Lui però ha comunque ha giocato di più nella prima stagione. L'unica differenza tra me e lui è che lui ha giocato e lo hanno fischiato, io non ho giocato e non hanno avuto l'opportunità per farlo».
Eravate due degli oggetti più contesi al fantacalcio, visto che entrambi segnavate parecchi gol. «Si è vero, il secondo anno ho segnato un bel po' di gol, ma il modo di giocare ci aiutava tanto visto che ci divertivamo. Ogni allenamento con il sorriso ma con la determinazione di voler fare le cose per bene».
Chi è laziale ricorda di quando Mancini preferì puntare sulla finale di Coppa Italia anziché concentrarsi sulla conquista della zona Champions League. «All'interno per me sembrava comunque una cosa normale. Poi dopo ci siamo resi conto che avremmo potuto fare di più. La vittoria della Coppa Italia è stata comunque una bella soddisfazione. Dopo la partita dell'Olimpico, siamo andati a Torino e abbiamo iniziato a giocare solo dopo aver subito gol. Ci siamo messi in testa che dovevamo iniziare a macinare e alla fine siamo riusciti a vincere quella Coppa».
Il balletto che facesti al derby fu organizzato al volo? «In quel secondo la mente ti dice quello che fare. Sono soddisfazioni che ti rimarranno per sempre nel cuore. Il derby è quello che è, e chi ne è consapevole sa di dover dare qualcosa di più. Sono stato in generale sempre molto tranquillo, più che altro quell'ansia che si giustifica prima delle partite fino a che non entri nello Stadio. Quando ti avvicini che vedi i tuoi tifosi e quelli avversari, la situazione si stabilizza e ti carica nel verso giusto, Una sensazione bellissima che solo il calcio mi ha dato. Quando sono sceso dall'aereo, ho fatto tutto l'iter per uscire dall'aeroporto, poi quando sono uscito prima di prendere le valigie, vedo un tifoso dentro con la sciarpa che mi ha detto "dobbiamo vincere il derby". Io non capivo niente, però mi ricordo. Mi ha detto questa frase, mi ha dato la sciarpa e mi ha abbracciato. Dopo ho capito il perché, ero arrivato nella sua Lazio e tanti tifosi la pensano come lui. Nella mia carriere ho giocato altri derby sia in Brasile che in Italia quando ho indossato la maglia dell'Inter, ma come quello di Roma non ce ne sono».
Cosa hai pensato quando hai visto quel tifoso con la sciarpa? "Qui sono tutti matti"? «Per fare un gesto del genere, mi ha fatto capire subito a cosa andavo incontro. A quale passione mi stavo legando. Un gesto sicuramente particolare che mi è rimasto. Più che matto molto bello».
Ci racconti l'azione del gol del 3 a 1? «Con il mister Papadopulo che era appena arrivato. Eravamo in grande emergenza ma è l'atteggiamento che conta in queste partite. Se l'avversario capisce che tu sei debole diventa un problema, ma al primo contrasto abbiamo fatto capire subito. In gioco c'era una stagione e se non prendevamo la convinzione in una partita così non l'avremmo più presa. Il derby è partito quindi in questo modo, con una preparazione particolare visto che si veniva dalla sosta. Abbiamo iniziato con un gol di Paolo Di Canio, che dopo anni rientra e al primo derby segna un gol spettacolare sotto la Curva degli avversari. Un gesto tecnico fantastico su gran lancio di Liverani. Poi è arrivato il pareggio della Roma con Cassano e quando è iniziato il secondo tempo ho pensato "se segno devo esultare in modo particolare". Il cross di Oddo, se non sbaglio venne deviato proprio da Paolo (Di Canio ndr), che l'ha alzato ancora di più. Ero solo, ho calciato e il pallone è passato sotto le gambe di Panucci. A quel punto sono rimasto fermo perché poco prima avevo avuto un'occasione molto simile e ho sbagliato, quando invece poi ho colpito la palla non l'ho più vista per un po', mi sono spostato e ho visto che era gol. In quel momento lì mi sono fermato e mi è venuto da ballare la samba. Era troppo bello quel momento ed è altrettanto bello ricordarlo».
Quanto sono stati importanti i tifosi per voi? «Io penso che sono fondamentali. Più che altro nelle critiche nei momenti bui. Quelle sono giustissime perché se non te le facessero significherebbe che da te non si aspettano nulla. Invece quando te le fanno vuol dire che sei bravo e in quel momento quando non riesco a giocare come sempre, se i tifosi non mi pensano allora lì si che diventa un problema».
Quale è il giocatore più forte con cui hai giocato nella Lazio? «Dal punto di vista tecnico Fabio Liverani. Lui sbagliava quando gli altri non lo capivano ed è diverso. Lui ha pensato già a quello che tu dovresti fare e se tu non fai il movimento la colpa è tua che non l'hai seguito. Come classe dico Nesta, e se ti devo parlare di potenza e lealtà ti dico Jaap Stam. Era una bestia ma di una lealtà che in pochi hanno nel calcio. Non ha mai sfruttato la sua forza fisica per inibire o altro. Tra i più simpatici Favalli, Stankovic, Corradi e tanti altri. Lo stesso Peruzzi con il quale con gli anni ho creato un bel rapporto. Il gruppo era bellissimo ed era divertissimo allenarsi e giocare. Non c'era nessuno di antipatico, anche Mihajlovic che era quello un po' più chiuso, con gli anni si è creato un bel rapporto. Non ho mai avuto problemi con nessuno».
Che emozioni ha provato rientrando a Formello? «Sempre emozioni bellissime. Vengono ricordi bellissimi, i ritiri, le soddisfazioni, le critiche, le sofferenze, gli allenamenti, i magazzinieri. È sempre un piacere ritrovare queste persone che ti hanno sempre dato qualcosa e ti hanno sempre fatto stare bene per darti la possibilità di allenarti al massimo. Lo stesso Manzini, sono rimasto in buoni rapporti con tutti».
La segui ancora la Lazio? «Certo, anche se non più come prima. Non giocando mi muovo un po' di più e il calcio proprio non lo vedo. Fino all'ultimo ho sempre cercato di tornare ma giustamente i progetti e le società vanno avanti, seguono la loro strada e non sempre si riesce a rientrare. Mi avrebbe fatto piacere rientrare nella Lazio, ma va bene lo stesso».
Un aneddoto simpatico? «Di scherzi più che altro ne facevo. Sono sempre stato molto estroverso, una volta abbiamo preso il cellulare del cuoco e abbiamo mandato messaggi d'amore a tutti i numeri in rubrica. Si è creato un casino perché poi lo hanno cominciato a richiamare le mogli degli amici. Cose così banali per passare un po' il tempo. Cose carine ma con il piacere di stare in un contesto del genere».
Conosci i brasiliani della Lazio? «Si certo, con Diàs e Matuzalem ci troviamo ogni tanto. Non per ballare però, io ballo solo in alcune partite».
Progetti per il futuro? «Da grande ancora non ho deciso cosa fare. Sto facendo il corso di allenatore perché quando capisci che anche se non puoi stare dentro al campo, provi comunque a rimanerci vicino. Ho vissuto per tanti anni dall'altra parte e sai quando deve essere bravo un allenatore per gestire il gruppo. Per ora tutto molto positivo».
Un messaggio per i tifosi della Lazio. «Mi ha dato tanto la Lazio e mi hanno dato tanto i tifosi. Spero che riconoscano che quello che ho fatto è stato sempre di cuore. L'affetto, il rispetto le critiche è stato tutto molto compatibile con ciò che ho fatto. Sono molto fiero di aver indossato questa maglia. Un grosso augurio e Forza Lazio»

TMW

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Ma non allenava una squadra delle giovanili?

Biafra

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E' sempre un'immensa goduria sentire Caressa meditare sull'atroce dilemma.
Mai sentito un telecronista in silenzio per 5 secondi dopo un goal...  :DD

lazio1

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Peccato che quando volle andare via , a tutti i costi, danneggio' la Lazio. Un Pandev ante littera.

dani2110

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Ma infatti non ho capito l'intervista...sembra vecchia. Boh... :(

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Emanuele

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Lazionetter
* 8.473
Registrato
Citazione di: Biafra il 23 Nov 2011, 18:42

E' sempre un'immensa goduria sentire Caressa meditare sull'atroce dilemma.
Mai sentito un telecronista in silenzio per 5 secondi dopo un goal...  :DD

il mio primo derby allo stadio
avevo 16 anni
indimenticabile

titolotito

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Lazionetter
* 922
Registrato
Il pezzo è sicuramente riesumato.
Quest'anno allena i ragazzi del '99 (Giovanissimi Provinciali Fascia B).
O meglio, allenava. E' dovuto rientrare frettolosamente in Brasile per problemi personali, credo di salute di un genitore.
Quando ho visto il topic, pensavo che qualcuno avesse novità. Ne avete?

Auguriamoci comunque che rientri presto avendo superato il brutto momento.

Forza Cesaretto!!!

Scialoja

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Lazionetter
* 12.926
Registrato
Citazione di: Emanuele il 23 Nov 2011, 20:29
il mio primo derby allo stadio
avevo 16 anni
indimenticabile

Idem  :ssl

Matias Jesus Almeyda

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Lazionetter
* 673
Registrato
se ne andò all'inter senza tanti complimenti... ora lancia parole d'amore... che le lanciasse all'inter...

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arkham

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Lazionetter
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Registrato
Citazione di: Matias Jesus Almeyda il 23 Nov 2011, 22:03
se ne andò all'inter senza tanti complimenti... ora lancia parole d'amore... che le lanciasse all'inter...

E corredò l'addio con una dozzina di prestazioni svogliate e irritanti.
Simpatico, ma mai rimpianto.

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