L'angolo del buonumore (Articoli divertenti - stagione 2011/2012)

Aperto da Biafra, 23 Mag 2011, 19:21

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spook

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Se vendevo punteggiatura tanto al chilo con Cagnuccio come cliente diventavo ricco...

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white-blu

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Citazione di: Biafra il 30 Nov 2011, 16:46
TOTTI UNITI

IL ROMANISTA
T. CAGNUCCI
..............................


la Roma non è il Milan, non è società di potere, non è società dei mass media, non è società di Galliani, non è una società che c'è mai stata in Italia.



sto cercando un senso  a quest'ultima frase ma non lo riesco a trovare.
Aiutatemi !!!!

gaizkamendieta

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Citazione di: white-blu il 01 Dic 2011, 09:04
sto cercando un senso  a quest'ultima frase ma non lo riesco a trovare.
Aiutatemi !!!!
significa che, secondo lui, è diversa da tutte!

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chuck6

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Citazione di: gaizkamendieta il 01 Dic 2011, 09:56
significa che, secondo lui, è diversa da tutte!

Per quanto il significato letterale è: è una società che in Italia c'è sempre stata.

gingiula

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Citazione di: chuck6 il 01 Dic 2011, 10:12
Per quanto il significato letterale è: è una società che in Italia c'è sempre stata.

occhio alla trappola della doppia negazione!

non è una società che c'è mai stata

potrebbe intendere: è una società che è sempre esistita

però non sono sicuro, non sono mai stato un drago nelle traduzioni...

robylele

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Non vedo l'ora di leggere un altro articolo di Ugo Trani sul prossimo mercato estivo della roma, così da essere aggiornato sugli acquisti che la società giallorossa andrà a concludere


jp1900

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Dal giornalaccio di cagnuccio, una notizia che da noi è passata quasi inosservata:

La Roma scende al 102esimo posto della classifica dei 400 migliori club del mondo stilata dall'Iffhs, l'Istituto di di storia e statistica del calcio. I giallorossi rispetto al mese precedente perdono 49 posizioni.  Barcellona e Real Madrid dominano sempre la classifica mondiale per club stilata e allungano il distacco dalle altre squadre. Novità della graduatoria diffusa oggi è l'ingresso sul podio del team argentino del Velez Sarsfield, che ha sfrattato il Manchester United. La squadra di Guardiola segna un nuovo record, guidando la classifica per la 39/a volta, davanti al Milan (37), Manchester Utd (33) e Inter (23). L'Inter di Ranieri torna nella top ten, all'ottavo posto (era 12esima), mentre il Milan scivola dal 19esimo al 26esimo. Quanto alle altre italiane, il Napoli sale dal 35/o al 32/o posto, la Lazio sale dal 98esimo all'84esimo posto

:since :asrm

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chuck6

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Citazione di: jp1900 il 01 Dic 2011, 12:55
Dal giornalaccio di cagnuccio, una notizia che da noi è passata quasi inosservata:

La Roma scende al 102esimo posto della classifica dei 400 migliori club del mondo stilata dall'Iffhs, l'Istituto di di storia e statistica del calcio. I giallorossi rispetto al mese precedente perdono 49 posizioni.  Barcellona e Real Madrid dominano sempre la classifica mondiale per club stilata e allungano il distacco dalle altre squadre. Novità della graduatoria diffusa oggi è l'ingresso sul podio del team argentino del Velez Sarsfield, che ha sfrattato il Manchester United. La squadra di Guardiola segna un nuovo record, guidando la classifica per la 39/a volta, davanti al Milan (37), Manchester Utd (33) e Inter (23). L'Inter di Ranieri torna nella top ten, all'ottavo posto (era 12esima), mentre il Milan scivola dal 19esimo al 26esimo. Quanto alle altre italiane, il Napoli sale dal 35/o al 32/o posto, la Lazio sale dal 98esimo all'84esimo posto

:since :asrm

La rivoluzzione non guarda la classifica!

robylele

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Non saranno mai schiavi delle classifiche dell'IFFHS.

eaglefly1978

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Dobbiamo ricominciare a preoccuparci???

Fonte Cazzetta dello sport:


Citazione
Fenucci: «Roma, la ricetta c'è: rigore e crescita. Sarai al top dal2014»

GASPORT (A. CATAPANO) - Claudio Fenucci, amministratore delegato della Roma, cominciamo dall'attualità: Osvaldo avrebbe preferito che il suo cazzotto a Lamela fosse rimasto nello spogliatoio, e invece siete stati proprio voi a darne notizia. Perché?
«Abbiamo pensato che dare un segnale sui principi di correttezza e comportamento fosse più importante che difendere una posizione dall'esterno. Conosco bene Osvaldo, so che ha l'intelligenza per capire i motivi della nostra scelta. Detto questo, il gruppo ha dato subito segnali di coesione».

Magari a scapito di Luis Enrique... Totti lo ha ribattezzato «Zichichi», lei come lo definirebbe?
«È un insegnante. Più che inventarsi una scienza, sta cercando di portare una filosofia nuova. La sua proposta calcistica ha contenuti tecnici diversi, ci vuole tempo perché venga assimilata. Per quanto si è visto finora, comunque, sono ottimista: nella seconda parte della stagione le prestazioni cresceranno».

Ma i tifosi cominciano a chiedersi quando e se la Roma americana vincerà qualcosa?
«Dobbiamo essere onesti. Abbiamo ricevuto un'eredità finanziaria complessa, la Roma nel recente passato ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Abbiamo numeri negativi e li avremo per un po': il percorso di risanamento che abbiamo iniziato ci consentirà di tornare in equilibrio nel 2014. Fino ad allora, dovremo essere bravi a restringere la rosa e ridurre il monte ingaggi pur non rinunciando agli investimenti. Ma sempre su giocatori di prospettiva, talenti da crescere».

Questo significa che per i prossimi tre anni la Roma non potrà permettersi un Ibrahimovic o un Messi?
«Evidentemente è così».

Eppure avete previsto un investimento enorme per rinnovare il contratto di De Rossi. Quanto vi divide ancora?
«C'è differenza, certamente non siamo ai dettagli finali. Stiamo pensando di modulare la nostra offerta in modo tale da rendere i primi anni del contratto più in linea con il nostro budget. Aspettiamo risposte».

Restiamo sui numeri: cosa manca alla Roma per raggiungere il fatturato delle grandi?
«Lo stadio, solo quando ne avremo uno nostro potremo colmare il gap con Juventus, Milan e Inter. Nel frattempo, potremo solo aumentare i ricavi dallo sfruttamento del marchio. Ma per riuscirci, dobbiamo aumentare la competitività della squadra e tornare stabilmente nelle coppe europee. Sta qui la nostra difficoltà. I posti in Champions sono limitati e l'Europa League non offre la stessa vetrina. Io le riunirei in un'unica competizione, in modo da garantire posti sicuri ai Paesi più sviluppati».

È la Superlega europea già bocciata da Platini, che non vi ha aiutato nemmeno con il fair play finanziario...
«Il fair play è giusto, ma va corretto. Sacrosanto non spendere soldi che non si hanno, ma perché vietare investimenti che si possono coprire con aumenti di capitale?».

Il vostro da 50 milioni tarda ad arrivare. Anche qui problemi di cassa?
«Quante volte dobbiamo dire che gli azionisti americani hanno già prodotto tutte le garanzie necessarie? Ci sono passaggi tecnici da rispettare, la ricapitalizzazione sarà completata entro febbraio».

E lo stipendio da 1,2 milioni a DiBenedetto quando sarà accordato? Non è lo stesso che percepiva la Sensi?
«Anche qui, il Cda deve aspettare che si formi il comitato preposto agli emolumenti, che comunque riguardano tutto il consiglio».

A proposito di consigli, ne ha uno per Gianni Petrucci alle prese con l'organizzazione del tavolo della pace?
«Apprezzo il tentativo di chiudere una delle pagine più oscure del calcio italiano con una stretta di mano, ma se deve diventare un tavolo di lavoro allargato a più partecipanti, perché qualcuno sì e altri no?».

Chiudiamo col botto. Ci spiega la posizione della Roma in Lega? Dal sostegno alle grandi al ricorso col Napoli contro l'ultima decisione sulla spartizione dei diritti tv?
«Avevamo raggiunto un'intesa sul peso dell'audience che è stata modificata. Con il Napoli c'è sintonia, abbiamo bacini e fatturati simili. Quando ci siamo visti con De Laurentiis abbiamo posto le basi di un percorso comune per una nuova politica sportiva».

È un'alleanza contro le grandi del Nord?
«No, è un tentativo di modificare la governance del calcio italiano. Possiamo anche cambiare Beretta, un ottimo professionista che ha governato in un momento difficile, ma con le attuali regole il presidente non decide niente. Dobbiamo dare più poteri agli organi esecutivi. Questioni come la legge 91, gli stadi, la riforma dei campionati sono interessi comuni che vanno difesi dagli organi della Lega. Mentre oggi vengono lasciati ai singoli presidenti, che a volte si rivelano portatori di interessi particolari».

Ce l'ha con Claudio Lotito?
«No, per carità».

sharp

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Citazione di: gaizkamendieta il 01 Dic 2011, 09:56

Citazione di: white-blu il 01 Dic 2011, 09:04


Citazione da: Biafra - 30 Nov 2011, 17:46
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TOTTI UNITI

IL ROMANISTA
T. CAGNUCCI
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la Roma non è il Milan, non è società di potere, non è società dei mass media, non è società di Galliani, non è una società che c'è mai stata in Italia.


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sto cercando un senso  a quest'ultima frase ma non lo riesco a trovare.
Aiutatemi !!!!

significa che, secondo lui, è diversa da tutte!


no significa semplicemente che ar cagnuccio,quando era piccolo,
è morta la maestra che  provava a spiegargli  la sintassi  !!!!


ma per fare il giornalista è necessario studiare la lingua italiana ???

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Biafra

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Una perla assoluta.
Solo pochi mesi fa:

L'importanza di chiamarsi Lucio
   
Domenica 17 Luglio 2011 10:09

DALL'INVIATO A ROSICONE

TONINO CAGNUCCI 
:rotfl: :rotfl: :rotfl: :rotfl:

C'è un uomo solo al comando e la retorica finisce qui. Si chiama Luis Enrique Martinez Garcia ha 41 anni, è nato l'8 maggio, il giorno in cui la Roma vinse il suo scudetto più bello 41 anni dopo il primo. E' andato in fuga per far vincere il gruppo. Perché il campionissimo è un gregario che conosce il valore enorme del lavoro, con quello ha fatto un miracolo dopo il mare di brodo dell'ultimo anno: ha riacceso la Roma. Ha entusiasmato i tifosi. Ha fatto scattare l'immaginazione, fermare la gente a guardare un allenamento di pallone, riflettere i calciatori che forse c'è ancora qualcosa da imparare.
Certe cose poi i calciatori se le dicono solo fra di loro, ma perfino un senatore come Perrotta in conferenza stampa non ha potuto che raccontare le cose come stanno: «Giochiamo un calcio che nessuno in Italia ha mai giocato». Avete presente la storia della rivoluzione culturale? Quella.
C'è solo da riprendere di nascosto un'eventuale cena a due fra Enrique e Sabatini: potrebbero progettare l'azzeramento del debito pubblico con un 4-3-3, uno che si mangia la frutta in ciabatte arancione (come ha fatto al termine della prima seduta) e l'altro che si fuma la centotredicesima sigaretta. Ci riuscirebbero.
Luis Enrique ha conquistato la squadra e i tifosi partiti con le scorie dello scorso campionato ("Tifiamo solo la maglia") giusto il tempo di accorgersi di quello che stava succedendo in campo. E' bastato l'allenamento di ieri. Anzi sono bastate le prime due ore di mattina. Avete presente quando succede qualcosa che per autorevolezza e bellezza s'impone da solo allo schiamazzo che c'è intorno? Questo è.
Anche ai giocatori per certi versi è bastato un solo allenamento. Quando Totti a fine serata è uscito dal campo a chi gli chiedeva un saluto ha risposto «Te lo farei, ma non ce la faccio manco ad alza' il braccio».
:clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap:
Diceva. Luis Enrique ai suoi Mosè lo fa continuamente, alterna il lei con il tu. Più tu che lei. C'era già un altro allenatore che alla Roma, almeno per un certo periodo, faceva altrettanto. Era il primo Castelrotto: Luciano Spalletti.
E' impressionante come quante persone abbiano fatto la stessa associazione, e non è solo una questione di un pronome. Semmai di soprannome. E' evidente eppure nessuno ancora lo ha notato: Luis Enrique Martinez Garcia per tutti è Lucho, col ci-acca, ma si legge Lucio. Lucio come chiamavano Luciano Spalletti. E non è solo una questione di nome, Shakespeare già lo sapeva. Venite a Riscone e scoprirete il fantastico mondo di questo allenatore che ha la silhouette di un fumetto disegnato a metà fra Tim Burton e Jacovitti, lo stesso sguardo folle di quell'altro Lucio (e di chiunque non fa che vedere una sola cosa, coltivare l'ossessione della perfezione).
Gli esercizi senza la porta che arriva alla fine, l'interscambiarsi ruoli e posizioni, fasi di difesa e d'attacco, schemi da baseball, la divisione del lavoro per un'autentica rivoluzione industriale, fra il suo vice, il mental coach (che è uno fichissimo che ha fare i girotondi e applaudire l'autostima), il preparatore, eccetera. E' stato Spalletti il primo che a Roma ha introdotto questo, è talmente vero che ancora qui ci sono Andreazzoli e Franceschi. E poi la necessità quasi vitale di dare il pallone in profondità, la maniacalità dei dettagli: Luis Enrique pretende che tutto sia organizzato, che il suo calcio sia organismo, uno finito e infinito, organizzato. Ieri si è fatto sentire due volte coi suoi, perché non erano immediatamente pronti i fratini e non c'era subitamente a disposizione l'acqua nel cambio fra un esercizio e l'altro. Luis Enrique pretende che non ci si rivolga a voce alta dalla tribuna ai propri giocatori, si deve parlare a bassa voce. Vuole che le telecamere riprendano non più di quindici minuti (poi succede la baraonda... vedrete... Girotondi, gente che si prende per mano, calci nei sederi: inni alla vita).
Ieri nella riunione che ha voluto alle 17.30 col gruppo più che far rivedere cos'era andato o non era andato al mattino, la notizia è che ha voluto una certa disposizione delle sedie dei giocatori. Si va direttamente in un concetto: la squadra è dentro e fuori dal campo, la squadra è un'idea più alta di undici giocatori più panchina. La squadra sono essere umani che vanno applauditi: lo fa ogni volta dopo un gol, ma sa trovare anche il modo di fare un rimprovero che non sia castrante o fine a se stesso: «Cicinho la palla non pesa quando crossi».   :DD La palla è un volo.   :rotfl: Un tocco di prima. Un tocco per un compagno, un interscambio, non un lancio lungo, ma un dialogo, un guardarsi negli occhi e scoprirsi pronti all'abbraccio.  :rotfl2:
Non è un modo di dire.
:clap:
  Se l'immagine del primo Spalletti, di quel Castelrotto dove si è costruito mezzo sogno era l'immagine della porta portata porta a porta da tutta la squadra, quella di Luis Enrique è il primo esercizio fatto fare alla squadra: partivano in due, ma non erano abbastanza.
Erano per mano e andavano a cercarne un altro, e poi un altro ancora. Fino a fare una catena umana. A un certo punto c'erano tutti i giocatori della Roma mano per mano. Nessuno si è accorto che il primo a tenderla è stato Luis Enrique. A un certo punto c'era solo la Roma che si abbracciava. Una squadra sola al comando.




TONI' TE VOGLIO BENE
:DD :rotfl: :rotfl2:

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Io intanto mi tengo da parte questa che ho accuratamente "ritagliato" da Repubblica e con la quale spammerò il web nel momento opportuno...


uforobot

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Citazione di: Biafra il 05 Dic 2011, 23:50
Una perla assoluta.
Solo pochi mesi fa:

L'importanza di chiamarsi Lucio
   
Domenica 17 Luglio 2011 10:09

DALL'INVIATO A ROSICONE

TONINO CAGNUCCI 
:rotfl: :rotfl: :rotfl: :rotfl:

C'è un uomo solo al comando e la retorica finisce qui. Si chiama Luis Enrique Martinez Garcia ha 41 anni, è nato l'8 maggio, il giorno in cui la Roma vinse il suo scudetto più bello 41 anni dopo il primo. E' andato in fuga per far vincere il gruppo. Perché il campionissimo è un gregario che conosce il valore enorme del lavoro, con quello ha fatto un miracolo dopo il mare di brodo dell'ultimo anno: ha riacceso la Roma. Ha entusiasmato i tifosi. Ha fatto scattare l'immaginazione, fermare la gente a guardare un allenamento di pallone, riflettere i calciatori che forse c'è ancora qualcosa da imparare.
Certe cose poi i calciatori se le dicono solo fra di loro, ma perfino un senatore come Perrotta in conferenza stampa non ha potuto che raccontare le cose come stanno: «Giochiamo un calcio che nessuno in Italia ha mai giocato». Avete presente la storia della rivoluzione culturale? Quella.
C'è solo da riprendere di nascosto un'eventuale cena a due fra Enrique e Sabatini: potrebbero progettare l'azzeramento del debito pubblico con un 4-3-3, uno che si mangia la frutta in ciabatte arancione (come ha fatto al termine della prima seduta) e l'altro che si fuma la centotredicesima sigaretta. Ci riuscirebbero.
Luis Enrique ha conquistato la squadra e i tifosi partiti con le scorie dello scorso campionato ("Tifiamo solo la maglia") giusto il tempo di accorgersi di quello che stava succedendo in campo. E' bastato l'allenamento di ieri. Anzi sono bastate le prime due ore di mattina. Avete presente quando succede qualcosa che per autorevolezza e bellezza s'impone da solo allo schiamazzo che c'è intorno? Questo è.
Anche ai giocatori per certi versi è bastato un solo allenamento. Quando Totti a fine serata è uscito dal campo a chi gli chiedeva un saluto ha risposto «Te lo farei, ma non ce la faccio manco ad alza' il braccio».
:clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap:
Diceva. Luis Enrique ai suoi Mosè lo fa continuamente, alterna il lei con il tu. Più tu che lei. C'era già un altro allenatore che alla Roma, almeno per un certo periodo, faceva altrettanto. Era il primo Castelrotto: Luciano Spalletti.
E' impressionante come quante persone abbiano fatto la stessa associazione, e non è solo una questione di un pronome. Semmai di soprannome. E' evidente eppure nessuno ancora lo ha notato: Luis Enrique Martinez Garcia per tutti è Lucho, col ci-acca, ma si legge Lucio. Lucio come chiamavano Luciano Spalletti. E non è solo una questione di nome, Shakespeare già lo sapeva. Venite a Riscone e scoprirete il fantastico mondo di questo allenatore che ha la silhouette di un fumetto disegnato a metà fra Tim Burton e Jacovitti, lo stesso sguardo folle di quell'altro Lucio (e di chiunque non fa che vedere una sola cosa, coltivare l'ossessione della perfezione).
Gli esercizi senza la porta che arriva alla fine, l'interscambiarsi ruoli e posizioni, fasi di difesa e d'attacco, schemi da baseball, la divisione del lavoro per un'autentica rivoluzione industriale, fra il suo vice, il mental coach (che è uno fichissimo che ha fare i girotondi e applaudire l'autostima), il preparatore, eccetera. E' stato Spalletti il primo che a Roma ha introdotto questo, è talmente vero che ancora qui ci sono Andreazzoli e Franceschi. E poi la necessità quasi vitale di dare il pallone in profondità, la maniacalità dei dettagli: Luis Enrique pretende che tutto sia organizzato, che il suo calcio sia organismo, uno finito e infinito, organizzato. Ieri si è fatto sentire due volte coi suoi, perché non erano immediatamente pronti i fratini e non c'era subitamente a disposizione l'acqua nel cambio fra un esercizio e l'altro. Luis Enrique pretende che non ci si rivolga a voce alta dalla tribuna ai propri giocatori, si deve parlare a bassa voce. Vuole che le telecamere riprendano non più di quindici minuti (poi succede la baraonda... vedrete... Girotondi, gente che si prende per mano, calci nei sederi: inni alla vita).
Ieri nella riunione che ha voluto alle 17.30 col gruppo più che far rivedere cos'era andato o non era andato al mattino, la notizia è che ha voluto una certa disposizione delle sedie dei giocatori. Si va direttamente in un concetto: la squadra è dentro e fuori dal campo, la squadra è un'idea più alta di undici giocatori più panchina. La squadra sono essere umani che vanno applauditi: lo fa ogni volta dopo un gol, ma sa trovare anche il modo di fare un rimprovero che non sia castrante o fine a se stesso: «Cicinho la palla non pesa quando crossi».   :DD La palla è un volo.   :rotfl: Un tocco di prima. Un tocco per un compagno, un interscambio, non un lancio lungo, ma un dialogo, un guardarsi negli occhi e scoprirsi pronti all'abbraccio.  :rotfl2:
Non è un modo di dire.
:clap:
  Se l'immagine del primo Spalletti, di quel Castelrotto dove si è costruito mezzo sogno era l'immagine della porta portata porta a porta da tutta la squadra, quella di Luis Enrique è il primo esercizio fatto fare alla squadra: partivano in due, ma non erano abbastanza.
Erano per mano e andavano a cercarne un altro, e poi un altro ancora. Fino a fare una catena umana. A un certo punto c'erano tutti i giocatori della Roma mano per mano. Nessuno si è accorto che il primo a tenderla è stato Luis Enrique. A un certo punto c'era solo la Roma che si abbracciava. Una squadra sola al comando.




TONI' TE VOGLIO BENE
:DD :rotfl: :rotfl2:
AL COMANDO DE CHE????? :D :D :D :D :D

chuck6

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Dalla manita alla manata il barcellonismo sgasato del bimbo confuso Bojan

Vedi, a volte, come finiscono le illusioni. Guardiola vince 5-0 e il pubblico, festante, fa "manita". Luis Enrique perde 3-0 e Bojan, sperduto, gli fa pure la manata. Sulla linea di porta, inutilmente, provocando rigore ed espulsione, lasciando la squadra in otto. Otto undicesimi di niente, elevato al cubo, togli il 14 e il prodotto non cambia: un Barcellona Zero, ultra light, senza caffeina, sgasato. Ingrediente principale: Bojan, l'attaccante che sta a Messi come Luis Enrique sta a Guardiola. Cioè: stan messi male. Al punto da fare la "bojata".

Accade quando ormai è successo già tutto, la Roma è in 9, la Fiorentina non si accanisce, Jovetic (che da solo vale tutta la squadra avversaria) si riposa e le lancette avanzano senza ferire. Anche tenendo conto dell'inferiorità numerica c'è qualcosa di paradossale nell'azione: al tiro va il centrale difensivo Nastasic, sulla linea di porta c'è l'uomo che dovrebbe marcare, il centravanti nemico, l'uomo teoricamente più avanzato. Avanzato? E' al confine del nulla. Un passo (o una manata) ed è fuori. Bojan sta sulla riga, in aiuto alla difesa. E' lo scudo umano che dovrebbe respingere di corpo o di testa. Con le mani, ci pensa semmai il portiere. Quando parte il tiro di Nastasic, diretto nello specchio della porta, in alto e alla sua sinistra, ha un fatale istante a disposizione per decidere che cosa fare. E' uno di quei momenti in cui il pensiero è un riflesso, un distillato di esperienza e personalità: fai quel che sei.

Nella circostanza, le possibilità sono due: saltare di testa, sapendo che probabilmente non ci arriverai, goffo ricadrai e sarà gol, oppure bloccare la palla con le mani e provocare il rigore. Scegliere la seconda ipotesi è un gesto al limite della sportività, ma se sei sul confine di tutto, campo e sconfitta, è ammissibile. E' mettere il piede nell'uscio che si sta chiudendo. Alzarsi in piedi per una dichiarazione spontanea prima che la corte si ritiri dopo un processo che ha sparso una marea di indizi sulla tua colpevolezza.

Le decisioni istintivi sono specchi del carattere, creano eroi come Salvo D'Acquisto o macchiette come lo zio Michele. C'è gente che si autoaccusa per salvare e altra che lo fa per niente. Nel calcio la manata più mortale e mortalmente efficace l'ha tirata l'uruguayano Suarez a un sospiro dalla fine del quarto di finale mondiale contro il Ghana. La palla andava dentro, la sua squadra era fuori, e lui l'ha fermata in quel modo. Anche chi non ha visto piangere l'Africa in diretta ricorda il seguito, quasi ineluttabile: Asamoah Gyan va sul dischetto, il pallone è una pietra e non può che tirare malamente. Supplementari, rigori, e vince la squadra di Manolesta Suarez. Un ladro, un eroe nazionale. "Che cosa conta se sono in malafede, dato che combatto per la causa giusta?". All'opposto: "Che cosa conta se combatto per la causa sbagliata, dato che sono in buona fede?". Ma si può commettere un gesto sbagliato per una causa sbagliata? Che cosa diablo difende Bojan sullo 0 a 2 quando para il tiro di Nastasic? Torvo più che mai, ammantato di popolare saggezza, lapidario come un sms, Totti sentenzierà: "Se non lo prendeva era uguale". Esatto. E allora perchè fare la "bojata"? E' come autoaccusarsi dopo che la rappresaglia è già avvenuta. A chi o a che cosa serve? Nel momento preciso a niente e a nessuno.

Quel gesto è un sintomo definitivo, la prova della confusione che regna nella mente dei giocatori della Roma. Bojan per primo. Era l'emblema della "barcellonizzazione". Oggi è solo l'ennesima dimostrazione che se Guardiola ti lascia andare un motivo ci sarà. Ha esordito bambino, nessuno più giovane di lui al debutto in Champions League, ha avuto occasioni e qualcuna l'ha pure colta, ma un cultore dell'eccellenza gli ha preferito Pedro, e poi Sanchez y Cuenca...Perchè? I grandi allenatori sono anche attenti psicologi. Possono sbagliare una diagnosi e non cogliere l'autismo di Ibrahimovic, poi si rimettono a studiare e la prossima volta capiscono.

Che cosa? Se in un ragazzo che gioca in attacco anzichè l'istinto del killer c'è una vocazione suicida. Se non la prendeva era uguale. Ma se la prendeva si faceva del male. Salterà la partita con la Juve. Magari al suo posto gioca Totti. Sta a vedere che cambia idea sul senso della "bojata".

Repubblica – Gabriele Romagnoli

Oggi su Repubblica c'è la risposta di Bojan... la devo ancora leggere, chissà chi l'ha scritta. Forse er cugggino.

chuck6

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la lettera
Io, Bojan Krkic, chiedo il tempo di sbagliare


di BOJAN KRKIC PÉREZ

Caro Direttore, io ho sbagliato. Ho sbagliato a prendere quella palla con la mano, sulla linea di porta a Firenze: ma ero in una zona di campo dove non sono molto abituato a stare e sono stato tradito dall'istinto, non volevo subire il terzo gol. Ho sbagliato a buttare la maglia. Ho sbagliato per la "bojata" e ho chiesto scusa. Ai compagni e al tecnico perché quell'espulsione ha messo in difficoltà la squadra, ai tifosi perché quel gesto potevo risparmiarmelo. Ma è stato solo per la rabbia, non c'era niente altro: dovevo sfogarmi perché mi ero reso conto della cazzata che avevo fatto e perché sentivo di non riuscire a dare alla Roma il massimo. La maglia era la prima cosa che mi sono ritrovato per le mani.

Però chiedo anche la possibilità di sbagliare senza per questo essere trattato da "bimbo confuso". Ho 21 anni e il fatto di essere un calciatore, di guadagnare bene e di essere famoso, purtroppo o per fortuna, non mi ha fatto diventare improvvisamente adulto e responsabile. Sono un ragazzo fortunato, ma come i miei coetanei voglio avere il tempo di crescere. Rivendico le attenuanti concesse a tutti i ventenni anche se gioco a calcio. Questo sport mi dà tanto: soldi, gloria, per i tifosi sono un idolo, ma non regala saggezza o maturità. Sono sempre un ragazzo di ventuno anni, con tutti i miei pregi e i miei difetti. Non abbiate fretta, datemi il tempo di crescere. A me come a tutti gli altri giovani che giocano in A. Ci sarà tempo per massacrarci.
E' col mio entusiasmo da ragazzo che sono voluto venire a Roma. Un gruppo di cui volevo far parte perché credo nel progetto societario e credo, come il resto dei miei compagni, nel progetto tecnico di Luis Enrique. Non è stata una scelta di ripiego, bensì voluta e ben ponderata. La difficoltà di trovare spazio a Barcellona è risultata evidente nel corso dell'ultima stagione ma quanti sono i calciatori che troverebbero facilmente spazio nel Barça dei sogni? Tanta la voglia di giocare e far vedere le mie capacità che ho deciso di guardarmi intorno. E vi prego non paragonatemi a Messi. Lui è un fenomeno unico, non è giusto fare paragoni: se Lionel è il parametro, nessun ventenne può giocare al calcio.

La Roma non è stata l'unica società a farsi sotto: Chelsea, Tottenham e Psg mi hanno fatto offerte anche superiori dal punto di vista economico, ma io volevo la Roma. Un progetto in cui credo, anche nel momento di massima difficoltà, anche nel momento in cui sono stato tradito dal mio istinto, quello che tante volte mi aveva aiutato facendomi trovare al posto giusto nel momento giusto, quello stesso istinto che mi, sono convinto, mi ha fatto fare la scelta giusta nello scegliere Roma. L'istinto dei ventenni. Grazie
(07 dicembre 2011)

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Si, oltretutto secondo me manco l'ha scritta lui.

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Citazione di: Ranxerox il 07 Dic 2011, 12:35
Si, oltretutto secondo me manco l'ha scritta lui.

ma figurati.

di burattinai è piena, roma.


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