Quante volte ho provato a immaginare quale dolore, quale disperazione, quale sconfinata mancanza stai sopportando, da quel maledetto giorno di Novembre di due anni fa. E quali e quanti ne sopporterai per il resto della tua vita, senza saltare un giorno, un'ora, un solo minuto lontano da quel pensiero che stanne certo, non ti lascerà mai.
Quante volte ci ho provato e tutte le volte ho rinunciato, scornato. Non ce l'ho fatta, troppo dolore, trovandomi davanti a qualcosa di addirittura inimmaginabile. Di inverosimilmente atroce, quasi insopportabile, sovrumano. Inumano direi quasi.
Perché perdere un Padre, perdere una Mamma, una Moglie, un Fratello, sta nelle cose. C'è.
La Morte fa parte della Vita, anzi forse è l'ubi-consistam della Vita, la cosa alla fine fondamentale della Vita, quella che la caratterizza più di tutte. Proprio perché la rende reale, l'attualizza, la pone in essere, la delibera. Finche non interviene Lei, appunto, a chiuderla. A definirla.
Del resto, a chi come te (e me) ha visto così tanti anni passare, capita di pensare ai morti, a quelli conosciuti (e amati) fra i morti, e sembra ogni giorno di più che siano sempre un numero maggiore dei conosciuti (e amati) vivi. Come del resto storicamente ripeto, è. Come deve essere, visto che il mondo esiste da milioni d'anni, e per queste parti ne sono passati ben di più di quelli che ci si trovano a passare solo oggi, nell'arco di questa nostra vita. E' naturale, la Morte fa parte della Vita, lo dicono persino i preti.
Ma un Figlio no.
Un Figlio è troppo. Un Figlio è fuori natura. Perdere un Figlio è disumano. Fa male, straordinariamente male solo pensarlo.
Per questo ti sto nel cuore, da quel giorno. Pur non avendoti mai incontrato, pur non avendoti mai conosciuto. Ti sto nel cuore e ti stimo. E ti voglio bene. A te e ovviamente a tutta la tua famiglia, alla Mamma e al Fratello. Ma da padre anche io e da quasi-coetaneo, il mio affetto è ovviamente centuplicato nei confronti tuoi. Anche per la comunanza generazionale che ci lega.
Apprezzo soprattutto la forza che ci metti. La pazienza, l'olimpica serenità (a volte paragonabile a un soave distacco) che dimostri ogni volta che ce n'è bisogno. Anche nei momenti più estremi, più brutti che hai passato. Quando le budella si torcevano a me che sono così lontano dalle vicende della tua casa, figuriamoci a te. Anche quando ti sei trovato a dover interloquire con persone, istituzioni e categorie con cui io non ce l'avrei fatta a interloquire. L'ultima, proprio ieri. Perché uno il coraggio non se lo può dare, diceva qualcuno. E perbacco, ad ogni limite c'è una pazienza, diceva qualcun altro.