Vi consiglio di leggere una riflessione che mi ha fatto venire gli occhi lucidi
"Nella eterna lotta tra il bene ed il male, gloria alla Lazio e alla gente Laziale
di Roberto Arduini
Per alcuni è solo una partita. Per altri, invece, una vera e propria sfida. Di quelle, però, che non durano 90 minuti. Di quelle che non finiscono mai, escono dal calcio ed iniziano a far parte della vita di ogni giorno, con dinamiche irrazionali che sarebbero impossibili da spiegare a chi non c'è dentro, con la testa e col cuore, da sempre.
Una sorta di sfida tra male ed il bene. Un duello tra i tanti chiassosi ed i pochi virtuosi. Tra coloro che fin da bambini hanno scelto di seguire una moda e quelli che invece, da subito, sono stati rapiti da un fotogramma biancoceleste che è diventato un vero e proprio stile di vita.
Una sfida tra una fusione (l'As Roma) di più squadre che prese singolarmente, nel 1927, non ce l'avrebbero fatta a sopravvivere per mancanza di fondi, e una tradizione ultrasecolare (la SS Lazio) che onora questa città dal 1900, che ha abbracciato i colori della Grecia, patria delle Olimpiadi, che ha scelto di darsi un nome più grande di Roma in cui Roma fosse comunque compresa e che ha tatuato su di se l'Aquila, emblema ed icona dell'immenso impero romano.
Ma non solo. Perchè in ogni tradizione, infatti, l'aquila incarna la potenza cosmica. È il re di tutti gli uccelli e possiede il dominio assoluto dell'aria; è l'equivalente celeste del leone. Dalle sue qualità reali o presunte deriva il suo significato. Il suo librarsi verso l'alto nel cielo, fino ad altezze impossibili per l'uomo, lo rende simbolo di qualsiasi movimento ascensionale, dalla terra al cielo, dal mondo materiale al mondo spirituale, dalla morte alla vita.
Non a caso, lo ripetiamo, era letteralmente idolatrata nell'Impero Romano. Le singole legioni, in quanto strutture stabili, acquistavano un'identità specifica che sovrastava e sopravviveva ai soldati che la componevano.
Tale identità era rappresentata dall'aquila, diventata l'emblema in cui si concentrava la sua esistenza. Sul campo di battaglia era conservata in una specie di tempio, costruito appositamente per lei, ed era venerata con una devozione particolare in quanto "numen legionis", protettrice, accreditata presso divinità superiori, dell'incolumità della sua armata e favoreggiatrice delle sue vittorie.
In un primo tempo fu d'argento, poi divenne d'oro e scintillava in cima ad una lunga pertica decorata con i più impensabili ornamenti. In custodia ce l'aveva il centurione "primus pilus", cioè il centurione capo e garantiva la continuità dell'armata come unità combattente. La sua perdita in battaglia bollava di ignominia i legionari sopravvissuti e poteva comportare, come conseguenza estrema, perfino lo scioglimento definitivo della legione che non aveva saputo difenderla.
L'Aquila, la Lazio, la tradizione, l'orgoglio, la storia della Capitale d'Italia, che non a caso in Europa è conosciuta solo grazie ai successi raggiunti dal club biancoceleste. Per questo, gli dei del pallone, benedicano i Laziali che hanno scelto di farsi diamanti in un mondo di sassi, aquile in una società di pecore, eccezioni in una società di eguali, raggi di sole là dove vorrebbero regnare le nubi.
Nell'eterna lotta tra il bene ed il male, GLORIA ALLA LAZIO E ALLA GENTE LAZIALE"