Vorrei scrivere qualcosa di sensato ma non ci riesco. Ignoratemi, scrivo solo per me, per sfogarmi un po'. Facciamo finta che sia colpa del vino, bevuto oggi ad un pranzo di matrimonio, perché io non piango di solito. Eppure torno a casa, sento questa notizia e mi ritrovo in lacrime come un bambino.
Io ti ho odiato in questi anni. Ti ho odiato tanto per quanto ti ho amato, come si amano da piccoli i propri eroi, i miti, i padri. E tu chi eri per me, Long John? Solo un calciatore, quello più forte, della mia Lazio, quando appena iniziavo a comprendere cosa volesse dire. Non ero grande abbastanza per capire veramente quando vincemmo in quell'anno lontanissimo. Ma lo ero a sufficienza per vederti allo stadio, per la prima volta. E per vantarmi con gli altri, quelli che non erano della mia squadra. Quelli che Chinaglia non ce l'avevano e quindi non vincevano uno Scudetto.
Non ero grande abbastanza per capire quando poi i telegiornali ti riprendevano in partenza per l'America, e io non sapevo perché te ne andavi. Però mi abbandonavi, e questo lo capivo, e non potevo perdonartelo.
Sei tornato ed ho creduto in te, ho sperato che ci riportassi lassù ma non ha funzionato. Ero cresciuto ormai e certe emozioni non si provano più. O forse impariamo a rimuoverle perché vogliamo diventare adulti e non si è mai abbastanza cinici per dimostrarsi grandi.
Oggi invece non ho più 43 anni. Chinaglia se ne va, di nuovo, e io non riesco a smettere di piangere.
Addio Giorgio.