Luis Enrique (adesso che non è più uno di loro gli va restaurato il nome originale), dopodomani, non sarà più l'allenatore dei canidi.
Direte: non è una notizia. In realtà non avrebbe dovuto esserlo già molto tempo fa, poco dopo il suo ingaggio, quando non fece in tempo ad arrivare nella Capitale e subito si mise contro il Boro de Oro.
Rimase perplesso, il povero Luis, perché in una piazza normale io sono l'allenatore, tu sei il giocatore, decido io gli schemi e chi va in campo.
A Roma (sponda merde) no. A Roma l'iberico Luis non capisce perché tifosi e stampa si schierino immediatamente dalla parte del Cappetano, che - come tutti sanno - è più forte di Maradona, Pelé, Di Stefano, Ronaldo (quello di qualche anno fa e Cristiano), Zidane e Messi messi insieme (mi si perdoni il gioco di parole).
Er Cappetano non gioca? Sacrilegio! Er cappetano gioca per diritto divino. L'allenatore ha in mente altri schemi? Gli schemi cambiano in funzione del Cappetano.
Non è scevro di difetti l'incauto Luis: arriva a Roma con l'umiltà del borbonico Conquistador che va a insegnare il Verbo calcistico in una sperduta colonia (Italia, questa sconosciuta...), ma credetemi, io li vedo tutti giorni: sono fatti così gli spagnoli, basta conoscerli e si capisce che dietro quella maschera d'arroganza ci sono idee e sìgnorilità.
E Lucho le idee ce le ha, chiare. Predica un bel gioco, con un vizio di fondo tuttavia: crede che le difese italiane siano come quelle della sua terra d'origine. Ora, non voglio dire che la difesa del Real Madrid non possa competere con quella del Pergocrema, ma poco ci manca. Per cui Luis Enrique e la sua riomma prendono i loro begli schiaffoni.
Ma anche di fronte alla sconfitta, el entrenador non perde mai la trebisonda, non grida al complotto, si assume le sue responsabilità, non cerca scuse, si rimbocca le maniche, lavora. Quando vince, ringrazia i suoi, non sfotte nessuno, si rimbocca di nuovo le maniche, lavora. È praticamente un alieno a Trigoria: è un po' come vedere el Príncipe de Asturias in casa der Piotta. Non c'entra nulla con loro. Ha stile. È un uomo, un signore.
La stagione giunge al termine e l'avventura italica di Luis volge già al termine. Molti saranno in disaccordo con me, ma Luis Enrique è un buon allenatore. Basta convincerlo che qualcosa in più in difesa deve fare e magari comprargli i rinforzi per far meglio, e la seconda stagione con lui, per i giallozozzi, sarebbe sicuramente migliore.
Invece no. Colpisce il rancore latente del Boro e dei suoi seguaci che aspettavano l'occasione giusta per mandarlo a freír puñetas. Perché non gli hanno mai perdonato di aver messo al posto suo er Cappetano.
Perché il riomista è caporione. Il riomista è arrogante. Il riomista è bullo. Il riomista, al contrario del Laziale, è massa che segue un capo, branco che obbedisce al maschio dominante (e scemo). È cosi, antropologicamente. Il Laziale è il contrario: individui (non massa) che lottano insieme per l'Idea (la Lazio), la maglia.
Luis percepisce il clima antropologico canide. Non a caso loro hanno la lupa e noi l'aquila come simbolo. Il branco e l'individuo. La rioma è il branco e il branco non segue un signore, non segue gli schemi. Segue il caporione.
E siccome Luis è Luis, non è Gigi er bullo, ancora una volta è signore e annuncia il suo addio. E la stessa massa che lo acclamava come nuevo mesías o segundo Guardiola, quando è ancora in panca titola: "Montella alla Roma" e gli tira palate di fango addosso.
Questo è il difettoso: massa, caporioni e mafia. Boria ed aria fritta. Luis Enrique è d'un altra pasta, e signorilmente, senza attaccare nessuno, dice addio.
È che i riomici sono antropologicamente diversi.