Citazione«La responsabilità oggettiva è un'architrave della giustizia sportiva». Lo ha detto Stefano Palazzi a Bari,
CitazioneGiancarlo Abete, presidente federale, parla ai microfoni di Gr Parlamento-La Politica nel Pallone. « La responsabilità oggettiva è architrave del sistema»
Citazionele ferme prese di posizione del presidente del Coni Petrucci e del numero 1 della FIGC Abete che hanno ribadito come non sia neanche ipotizzabile toccare la responsabilità oggettiva, pilastro della giustizia sportiva
CitazioneL'avvocato Mario Stagliano, ex vice capo della procura delle indagini della Figc «la responsabilità oggettiva è un caposaldo della giustizia sportiva che senza essa chiuderebbe»
CitazionePetrucci ha detto: "Non pensiamo a modificare la responsabilita' oggettiva, un vero caposaldo del calcio e dello sport italiano"
In queste settimane questo è stato il mantra ripetuto meccanicamente dai rappresentanti del Palazzo (se ne potrebbero aggiungere tanti altri, da vuggevo palombo, in giù).
Ovviamente senza offrire una sola motivazione per la quale questo strano mostro che è la responsabilità oggettiva - di volta in volta, pilastro, architrave, caposaldo, neppure si trattasse di un convegno di ingegneria civile - dovrebbe svolgere questa funzione salvifica del sistema.
La verità è che chiunque conosca un minimo di cose giuridiche sa che la responsabilità oggettiva - vale a dire: sei colpevole e ti punisco per la tua posizione, indipendentemente dal fatto che tu abbia commesso un fatto illecito - è il più incivile dei criteri di imputazione della responsabilità, tipico delle società arcaiche, in cui del fatto di un soggetto risponde, tipicamente, tutto il suo nucleo familiare, il suo clan (di qui le faide); e delle società totalitarie, in cui si è perseguiti solo perché appartenenti alla razza o alla classe
sbagliate.
Nelle società civili da secoli (direi dal diritto romano) la responsabilità oggettiva è stata sostituita dalla responsabilità
soggettiva - ognuno risponde delle sue azioni e solo di queste - questa si un
caposaldo della nostra società.
Ora perché il calcio e lo sport debbano essere governati da una regola tipica delle società incivili rimane un mistero, che i propalatori del mantra si guardano bene dallo spiegare.
In realtà, qualora si parlasse non per slogan (di comodo) ma sulla base di un minimo di ragionamento e si cercasse di capire se e come residui nell'ordinamento sportivo dello spazio per l'applicazione della responsabilità oggettiva senza rassegnarsi all'idea che si tratti di un ordinamento per selvaggi, si dovrebbe considerare che nei nostri ordinamenti (tutti) gli unici, limitati, spazi in cui è ammessa l'operatività della responsabilità oggettiva (o meglio della responsabilità per fatto altrui) sono quelli in cui un soggetto è chiamato a rispondere dell'illecito posto in essere da un'altra persona soggetta al suo potere di vigilanza (ad esempio il datore di lavoro risponde degli illeciti compiuti dal suo dipendente nell'esecuzione delle sue prestazioni di lavoro quale contrappeso del potere gerarchico che consente al primo di controllare e dirigere il secondo), motivandosi tale residua operatività proprio a causa della possibilità di controllare ed indirizzare le azioni altrui e, se del caso, intervenire per correggerle.
Probabilmente anche nel calcio questa era la ragione per cui le società potevano essere chiamate a rispondere
oggettivamente delle azioni dei calciatori propri tesserati in un sistema, quello del
vincolo, in cui i calciatori erano veramente assoggettati alle società, al loro controllo ed alle loro direttive. Si trattava, in sostanza, di una responsabilità per omessa o negligente vigilanza, di modo che, di fatto, la responsabilità oggettiva veniva ricondotta - ed in ciò trovava una sua legittimazione - nell'alveo della responsabilità soggettiva.
Ora, nel contesto attuale e con riferimento alla vicenda del calcioscommesse, direi che una simile giustificazione non possa più essere invocata.
Questo sia perché dalla sentenza Bosman non solo il
potere gerarchico delle società sui calciatori è di fatto venuto meno (vedi, ad esempio, vicenda pandev), ma anzi il rapporto si è sostanzialmente invertito, dal momento che ormai, in caso di contrasto, è quasi sempre la volontà dell'atleta e non quella della società a prevalere. Sia perché, quand'anche non fosse così, nel sistema attuale, nel quale, in un regime di totale deregolamentazione delle scommesse (il quale richiederebbe un supplemento di esame), chiunque, giocatori compresi, ha accesso libero ed anonimo alle puntate, ogni residua possibilità di controllo - ove mai lo stesso potesse ancora esercitarsi - delle società datrici di lavoro sui calciatori dipendenti rimarrebbe di fatto frustrata, come, del resto, insegnano le vicende più recenti. E questo tanto più ove le condotte illecite dei tesserati si vengono ad inserire in un contesto - quello delle attività della criminalità organizzata internazionale - enormemente più grande delle società calcistiche, in merito al quale pretendere, da quest'ultime, un ruolo di vigilanza e contrasto è semplicemente ipocrita.
Detto questo, mi piacerebbe che i vari
genieri del sistema (petrucci, abete, stajano, ecc.), nel momento in cui apprestano ad inchiappettare noi e tanti altri sull'altare della responsabilità oggettiva, quanto meno si sforzassero di spiegarci come e perché la loro clava possa ancora considerarsi pilastro ed architrave di un ordinamento che, evidentemente, è rimasto (in buona compagnia con quello della Corea del nord, della Cambogia dei kmer rossi e del Ruanda di hutu e tusi) duemila anni dietro agli altri.
Scusatemi di queste farneticazioni ma, sinceramente, di sentire tutte queste fregnacce sulla insostituibilità della responsabilità oggettiva non ce la faccio più (come Magda con Furio).