e infine:
A giudicare dal debito astronomico delle squadre di serie A e B, dal calo delle presenze negli stadi e dal sempre minor numero di star internazionali che giocano nel nostro campionato, il calcio è oggi in una crisi ancora più profonda di quella che da tempo affligge l'economia italiana. Necessiterebbe forse di un esecutivo tecnico che faccia quelle cose che gli organi di governo del calcio non sono riuscite a fare in tutti questi anni: ridurre il numero di squadre professionistiche, imporre davvero il risanamento dei loro bilanci come condizione per l'iscrizione ai tornei e reprimere duramente l'illecito sportivo, tuttora dilagante. Sono tutte misure fondamentali
per ridare credibilità al calcio ed evitarne il fallimento. Ma c'è già stata una breve stagione di commissariamento del nostro sport più popolare, dopo lo scandalo di Calciopoli. E a parte per il fatto di essere stata quella in cui l'Italia ha vinto i mondiali di Germania, questa stagione difficilmente verrà ricordata come un momento di svolta. Tutto è rimasto come prima. Inoltre c'è sempre il problema che si incontra ogniqualvolta si ricorre a soluzioni di governance transitorie, giustificate dall'emergenza: cosa accadrà dopo?
È, dopotutto, lo stesso interrogativo che ostacola gli sforzi del governo Monti di ridare credibilità al nostro Paese. Per il calcio allora è bene pensare, più che a esecutivi tecnici, a cambiamenti permanenti nelle strutture di governo, aprendole maggiormente a ciò che oggi rappresenta forse l'elemento più vitale della nostra industria del calcio: il fortissimo interesse che continua a raccogliere tra gli italiani e la realtà vitale del calcio dilettantistico. Tre italiani su quattro si dichiarano interessati o molto interessati al calcio, 32 milioni di nostri connazionali seguono la nazionale, 28 milioni la serie A, 26 milioni la Champions League, mentre si giocano nella penisola la bellezza di 600 mila partite regolamentari ogni anno, più che nel Regno Unito, la culla del football moderno. Oggi ai vertici del calcio italiano c'è una struttura duale. Da una parte, c'è la Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) che rappresenta, almeno in linea di principio, gli interessi più generali e che, almeno sulla carta, dovrebbe regolamentare lo sport e vigilare sul rispetto delle regole. Dall'altra parte, c'è la Lega Nazionale Professionisti nelle sue varie articolazioni, che dovrebbe sulla carta occuparsi di migliorare il
clima competitivo e creare maggiore interesse attorno al nostro Campionato. La Lega, in realtà, è una struttura di autogoverno la cui funzione principale è divenuta quella di gestire, per conto delle squadre iscritte al Campionato, le aste per la cessione dei diritti tv. Di fronte al calo vistoso delle risorse pubbliche per le attività sportive e alla crescente importanza dei diritti tv nelle entrate delle squadre, la Lega è diventata oggi l'organo
di governo più importante per il calcio professionistico. Questo è un problema perchè la Lega rappresenta solo una componente del calcio e certo non tiene conto degli interessi generali e delle ricadute che il pallone ha sulla società e l'economia italiana. La Lega, ad esempio, è stata sempre molto timida nel condannare gli illeciti sportivi di cui si sono rese protagoniste diverse squadre, a partire dai loro vertici. Inoltre la Lega ha dimostrato in tutti questi anni di non essere in grado di prendere decisioni, a partire dal rinnovo delle sue cariche
direttive. Il suo presidente è ancora Maurizio Beretta nonostante sia da tempo dirigente Unicredit. Bisogna dunque superare questa struttura duale rendendo la Figc l'unica autorità di regolamentazione del calcio. Bene in questa riforma, prevedere come in altri paesi il coinvolgimento nella governance del calcio anche di quegli stakeholder che sin qui sono stati tenuti rigorosamente fuori dagli organi decisionali, vale a dire gli appassionati di calcio, premiando coloro che vanno allo stadio, pur non facendo parte di alcun gruppo di tifoseria organizzata. Questi sostenitori non organizzati dovrebbero essere dotati di una tessera del «bravo tifoso». Non mi riferisco alla tessera del tifoso introdotta dall'ex-ministro Maroni, che si è presto rivelata una sorta di card dei gruppi organizzati; ma di una tessera per i singoli tifosi che vanno pacificamente allo stadio, come la fidelity card proposta dal ministro Cancellieri. La tessera dovrebbe attribuire il diritto di eleggere dei propri rappresentanti ai vertici della Figc. Perché è vero che gli individui possono sempre votare con i piedi, in questo caso cessando di andare allo stadio, ma nella realtà attuale del calcio in Italia, si tratterebbe di un'arma spuntata. Dopo Calciopoli le presenze allo stadio delle squadre coinvolte sono fortemente diminuite, ma la delusione degli spettatori che cessano di andare allo stadio rischia di passare inosservata, perché i redditi da stadio occupano una piccola fetta nei fatturati delle squadre italiane. Se imponessimo alle società di calcio di avere dei bilanci più trasparenti, spingendole ad aumentare i ricavi da stadio, anche le reazioni degli spettatori alla corruzione servirebbero come «disciplining device», imponendo alle società comportamenti diversi.
Un altro modo di coinvolgere gli appassionati di calcio consiste nell'aprire la struttura proprietaria ai sostenitori,
come nella Bundesliga dove il 50,1 per cento della proprietà deve essere nelle mani di un'associazione sportiva
fortemente radicata sul territorio, il cui voto è fondamentale per la nomina degli organi sociali. In Italia solo la
Fiorentina ha aperto in modo permanente le riunioni dei propri organi sociali alle istituzioni locali. Un altro modello da cui si potrebbe trarre spunto è quello di alcune squadre della Liga spagnola (tra cui Real e Barcellona) che permettono ai tifosi di diventare soci e di votare. Quale che sia il modello adottato, è fondamentale che nelle scelte delle società pesino di più le esigenze degli appassionati, troppo spesso del tutto ignorati nelle scelte sui calendari e presi in giro nelle campagna di abbonamento con promesse mai realizzate. Dare più peso agli appassionati non organizzati significa anche isolare le tifoserie organizzate che sono oggi l'unico referente delle società e che troppo spesso hanno tenuto sotto scacco i presidenti delle squadre minacciandoli di organizzare disordini allo stadio, inevitabilmente sanzionati con multe a carico delle società. (tito boeri)