C'era una volta l'uomo con la radiolina. Si aggirava intorno allo stadio con lo sguardo rivolto in basso, tutto assorto nei suoi pensieri. Il piccolo apparecchio, con l'antenna tirata su, sempre appiccicato all'orecchio. Si chinava verso la radio, come se quel gesto l'aiutasse a sentire meglio.
Era abituato così: andava fuori dai cancelli per ascoltare il boato del pubblico che accompagnava la partita raccontata dalla radio. Aveva sempre qualche foglietto in mano. Forse schedine o scommesse clandestine.
La sigaretta in bocca, fumava nervosamente. I suoi capelli erano radi e spettinati. Indossava un montgomery o un cappotto in tweed logoro e trasandato. D'estate si metteva una camicia a maniche corte che nessuno aveva mai stirato. Probabilmente, l'uomo con la radiolina non aveva moglie.
Camminava avanti e indietro per tutta la partita. La radio lo rendeva onnisciente. I ragazzini fuori dallo stadio gli chiedevano i risultati: chi ha segnato? Quanto manca alla fine? Lui rispondeva sbrigativo, perché non poteva distrarsi. Verso la fine della partita, quando aprivano i cancelli, forse neanche entrava.
Quella corsa sfrenata sugli scalini per vedere quell'ultimo quarto d'ora di pallone era una roba da ragazzini. Lui, in fondo, la partita preferiva viverla così, come usciva dalla sua radio e con le urla del pubblico dentro lo stadio a fargli immaginare le azioni sul campo. L'uomo con la radiolina faceva parte del paesaggio della partita, come le bancarelle con le sciarpe e le bandiere, il caffè Borghetti e i giornali sportivi. Personaggio di un calcio che non c'è più, risucchiato anche lui dalle pay per view.
Papero