il commento
Una farsa Finitela di recitare (Corriere dello Sport)
di Marco Evangelisti
ROMA
Gli anni passano veloci, questo in particolare. E' in arrivo l'estate e il voto che dovrebbe spalancare le porte alla costruzione dello stadio della Roma a Tor di Valle, previsto con larghi sorrisi di sindaca e di manager per i primi caldi, non è stato fissato e neppure immaginato da qualche parte nel tempo. Stando alle intenzioni dichiarate galleggia nel limbo che comincia qui e arriva alla fine di dicembre, la qual cosa non significa un bel nulla.
Vero, si stanno trattando con cautela questioni tecniche spinose e velenose. Intanto però, a proposito di anni, ne sono passati praticamente sette dall'inizio del viaggio, sette lunghi anni di pregiudizi e inchieste e torrenti di chiacchiere. Chiacchiere soprattutto, che sgorgano facili da una sorgente e dall'altra, dai manager e dai presidenti che additano la mancanza dello stadio per giustificare l'inconsistenza delle proprie politiche sportive - tutti guardano il dito, naturalmente, perché davanti c'è il vuoto e il vuoto non giustifica un bel nulla - e dagli amministratori che se ne inventano una via l'altra pur di non amministrare e non decidere, le due diligence, le analisi dei flussi, i pareri degli avvocati, le opere pubbliche da finire domani.
Viene spontaneo pensare che sia tutta una recita. Che in fin dei conti il Comune di Roma non voglia affatto portare a termine l'impresa alla quale aveva concesso timbro d'approvazione e bolla di lode. In un crescendo negativo hanno preso un progetto ben fatto, funzionale, con qualche difetto ma determinante per il cambiamento in meglio di un pezzo dimenticato e disordinato della città. Lo hanno trasformato in un accrocco di Lego, giocando al ribasso, rivoluzionari divenuti guardiani del vecchio e dell'immutabile. E infine, spaventati da se stessi, si sono messi a cercare qualsiasi scusa per rallentare, frenare, parcheggiare, ma non è che andando avanti così lo stadio si fa sul serio, vero? Mentre sembra che da parte della Roma, di James Pallotta, sia subentrata la rassegnazione, che con i corpi sia invecchiata anche l'idea e che ormai l'unica meta plausibile sia quella del risarcimento danni: mettere l'amministrazione di fronte alle proprie responsabilità, intascare, andarsene convinti persino di avere fatto del proprio meglio. La trama emerge dalle scenografie e dai testi. Ci assicurano che non è così. Bene, tocca a loro dimostrarlo. Noi siamo stanchi di inseguire le chiacchiere e siamo invecchiati insieme con questa storia.