Perché a pagare è una città sfinita (Corriere dello Sport)
di Marco Evangelisti
E forse basta questo a dire tutto: va più veloce la giustizia che l'amministrazione, arriva prima il rinvio a giudizio del costruttore Parnasi che la convenzione urbanistica, sapremo che cosa è andato storto assai prima che qualcosa venga fatto dritto. Ci sono giudici a Roma mentre è lecito dubitare che ci sia ancora una maggioranza in Campidoglio. Diciamo la verità, ne dubita più di chiunque la sindaca Virginia Raggi. Infatti, fateci caso, da tempo non dice che la sua città avrà uno stadio fatto bene, nicchia e sorvola, fa capire che di Tor di Valle sarà quel che sarà. E sarà quel che sarà pure del club con un alto dirigente del quale due anni e mezzo fa - eh, tanta vita ci è passata tra le mani - lei si era fatta fotografare soddisfatta, ecologica e vincente accanto alle colonne antiche e alla lupa di bronzo, in una fredda serata di febbraio.
Ne sono state dette di cotte, di crude e di avvelenate alla Roma per questo e altri peccati probabilmente meritevoli di purgatorio e peggio. Ma adesso tentiamo per un momento di metterci nelle scarpe di un club che vuole costruire uno stadio e si è immaginata di farlo sostenibile, finanziato e il più possibile remunerativo. In cambio, giusto ricordarlo, di un investimento privato vicino al miliardo di euro. Le hanno detto che si poteva e poi si è trovata a consumare sette lunghi anni affollati di tre giunte differenti, un commissario al Comune, due inchieste variamente collegate a Tor di Valle, la scoperta di un reperto di incommensurabile valore a forma di tribuna d'ippodromo.
Ci sono i peccati della Roma, ma questa amministrazione cittadina triste, solitaria, magari finale non possiede il bagliore di una punizione divina. Semmai porta con sé l'ombra di una calamità naturale. O artificiale, fa lo stesso. La Roma ha scelto i partner sbagliati per portare avanti la sua illusione di ascesa sociale nel calcio. Invece si è trovata e non si è scelta la giunta comunale, diventata controparte nell'attuale sfibrante stagione calda. Sprecata ad allargare le braccia davanti alle imposizioni sempre più stringenti, sempre meno ragionevoli, prima dello stadio le opere pubbliche, ma quelle saranno completate chissà quando, sì, ma è così oppure niente, perché noi siamo il nuovo, noi siamo il progresso, noi siamo sempre di meno in assemblea e dobbiamo tutelarci.
Alla Roma non avevano capito, forse. E avrebbero dovuto. Quando la Raggi disse assolutamente no alle Olimpiadi del mattone, con la smorfia del compagno di classe che fa la spia, cioè no a 1,7 miliardi di contributo del Cio e a una chance di governare un cambiamento, il grande rifiuto dettato dalla paura. Quando le strade hanno preso a spaccarsi come mai prima sotto la spinta del gelo, i giardini pubblici a gonfiarsi di erbacce, i rifiuti a puzzare. Nell'estate del crepuscolo di Tor di Valle, a Milano si siedono per decidere, rapidamente nonostante i disaccordi, il destino di San Siro. A Roma il meglio che si può sperare sono gli Europei di nuoto del 2022. Un piatto di lenticchie per la città che aveva diritto di primogenitura sul mondo. Che poi con le lenticchie bisogna fare attenzione: pare che insieme con la Ryder Cup restino sullo stomaco.