Analisi migliore sulla gestione Lotito....

Aperto da gentlemen, 06 Lug 2025, 20:06

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Grande Puffo

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Non credo alla svista nella maniera più assoluta . Non si muove foglia che Lotito non voglia   e poi sul bilancio fanno come gli pare ? Quello che spegne pure le luci ? Ma davvero ? Barzelletta .

Costa87

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Citazione di: ironman il 09 Lug 2025, 13:54
Ho solo fatto presente che di giovani sono arrivati a quintali durante il periodo Tare, aggregati alla primavera. Praticamente nessuno ha lasciato il segno.

Non è così facile, è stato citato il Parma dei fenomeni giovani Mihaila e Man che ogni anno sono sempre meno fenomeni, Man è arrivato a 27 anni. E quali risultati hanno ottenuto le squadre citate?

Mi è capitato di visitare forum dell'Udinese, un tempo maestra di scouting. Eppure i tifosi accusano i Pozzo di aver firmato negli ultimi anni una quantità industriale di pipponi.

Tutti giovani. Hanno evitato la retrocessione per un nulla.

Ti dico la mia. La Lazio comunque ha una rosa la cui età media è alta, credo la più alta della Serie A, e va abbassata.
L'Udinese non è andata bene ed è calata non credo per colpa dei giovani. Alcuni hanno fatto bene come Atta, lo stesso Ekkelenkamp.

Man ha 26 o 27 anni, Mihăilă 25, non possono considerarsi giovani, e comunque hanno sofferto cambio modulo essendo loro degli esterni alti.

Tare ha portato anche gente come Milinkovic, Luis Alberto, Felipe Anderson, Immobile... E quel Pedro Neto che oggi è esploso nel Chelsea. Quindi secondo me bisogna investire, avere coraggio aspettando il talento. Consapevoli del fatto che non tutte le ciambelle escono col buco.

Il peruviano era un esempio: bisogna avere il coraggio di andare a pescare anche in quei campionati.

Slasher89

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Con Pedro Neto (e Bruno Jordao) Tare non c'entra proprio nulla...

Costa87

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Citazione di: Costa87 il 09 Lug 2025, 14:31
Ti dico la mia. La Lazio comunque ha una rosa la cui età media è alta, credo la più alta della Serie A, e va abbassata.
L'Udinese non è andata bene ed è calata non credo per colpa dei giovani. Alcuni hanno fatto bene come Atta, lo stesso Ekkelenkamp.

Man ha 26 o 27 anni, Mihăilă 25, non possono considerarsi giovani, e comunque hanno sofferto cambio modulo essendo loro degli esterni alti.

Tare ha portato anche gente come Milinkovic, Luis Alberto, Felipe Anderson, Immobile... E quel Pedro Neto che oggi è esploso nel Chelsea. Quindi secondo me bisogna investire, avere coraggio aspettando il talento. Consapevoli del fatto che non tutte le ciambelle escono col buco.

Il peruviano era un esempio: bisogna avere il coraggio di andare a pescare anche in quei campionati.

Ekkelenkamp pensavo fosse più giovane, anche lui ha 25 anni

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Costa87

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Citazione di: Costa87 il 08 Lug 2025, 08:59
Altro esempio: Cies ci dice che in Perù c'è un certo Maxloren Castro dello Sporting Cristal, un 2007, valutazione buona, contratto in scadenza nel 2026. Lì deve andare a pescare la Lazio, in quei campionati sconosciuti

Avevo citato questo giovanissimo peruviano. Venti minuti fa il CIES lo indica come uno dei migliori assist man under 21 nei primi 10 campionati latino-americani. Contratto in scadenza 2026, idem per l'attaccante brasiliano del Vasco da Gama Rayan Vitor Simplício. Deve pescare lì, la Lazio.

https://x.com/CIES_Football/status/1943675646430843286?t=4SiotqiHrZ-h2HjsNyLPQA&s=19

PaperoGiallo

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Un'analisi inquietante  :X( https://www.facebook.com/share/p/12Kuwbbfu2V/
L'oblio pianificato: la Lazio e la strategia perfetta per svuotare una passione

C'è un'idea, tanto suggestiva quanto inquietante, che si fa strada nei pensieri più amari dei tifosi laziali: e se l'obiettivo non fosse mai stato vincere, ma svanire? E se la Lazio, gloriosa società fondata nel 1900, stesse lentamente scivolando verso l'oblio non per un errore, non per caso, ma per un disegno preciso, metodico, quasi chirurgico?

A guidare questo processo, non un burattinaio nell'ombra, ma un volto fin troppo noto: Claudio Lotito. Un uomo che da oltre vent'anni incarna la stabilità, sì, ma anche la sterilità. Un uomo che ha fatto dell'autoconservazione un'arte, che ha trasformato la Lazio in una società sostenibile, certo, ma anche in una delle più emotivamente inerti d'Europa.

Il lento logoramento

Chi immaginava una rinascita costante dopo la salvezza del 2004, si è dovuto presto confrontare con un'altra realtà: quella della gestione a bassissima temperatura emotiva. Nessuna ambizione dichiarata, nessun progetto sportivo a lungo termine che accendesse i cuori. Solo l'eterno ritorno dell'equilibrio di bilancio, delle conferenze stampa polemiche, della guerra con le istituzioni, con i tifosi, con tutto ciò che potesse stimolare un sogno.

Sotto Lotito, la Lazio ha vinto. Qualcosa. Ma sempre in un contesto in cui ogni vittoria sembrava un'eccezione, un accidente del destino più che il frutto di una reale strategia di crescita. Le Coppe Italia, le Supercoppe, sono diventate cuscini per anestetizzare l'ambizione. E chi chiedeva di più veniva bollato come ingrato, come nemico.

Una società anti-generazionale

Oggi, ciò che più colpisce non è tanto il disamore di chi ha visto Chinaglia, Re Cecconi, Nesta o D'Amico. È il vuoto generazionale che si sta creando. I bambini non si innamorano più della Lazio. Non la vedono protagonista. Non la vedono sorridere. Non la vedono mai davvero tentare. Crescono tifando squadre più vive, più esposte, più emozionanti. Il calcio moderno è storytelling, identità, batticuore: tre cose che la Lazio sta lentamente lasciando evaporare.

Il danno non è immediato. È lento, quasi impercettibile. Ma sistematico. È un progetto a 30, 40, 50 anni. È il futuro disinnescato con pazienza, con freddezza, con calcolata indifferenza. I padri non riescono più a trasmettere la fede calcistica ai figli. E quando la catena generazionale si spezza, ciò che resta è il vuoto.

Un record grottesco: il mercato bloccato

Nel luglio del 2025 è arrivato un ulteriore "sigillo" simbolico: per la prima volta nella sua storia, la Lazio si è vista bloccare il mercato. Un'umiliazione istituzionale, il culmine di anni di arroganza gestionale, di chiusura, di litigiosità sterile. Altro che "società modello": la Lazio è oggi un modello di come si può sopravvivere senza vivere. Un club che respira, ma non cammina.

Claudio Lotito si porterà questo primato nella sua biografia come una medaglia: il primo presidente a rendere la Lazio non solo irrilevante a livello europeo, ma potenzialmente non tramandabile nel cuore della Capitale.

Il palcoscenico della fine

Per far sparire una squadra non servono bombe o scandali. Basta spegnerne le luci. Basta renderla invisibile nei media, nel dibattito nazionale, nelle chiacchiere da bar. Basta evitare di sognare, ogni giorno, ogni anno, ogni stagione. E in questo, Lotito è stato perfetto.

È il volto pubblico di un progetto che non è dichiarato, ma si manifesta con implacabile coerenza: disamorare, disilludere, disertare. Lo stadio che si svuota, i social che tacciono, i giovani che guardano altrove. In cinquanta anni, ciò che oggi è passione potrebbe diventare solo ricordo.

E allora sì, forse questo è davvero il progetto. Non distruggere, ma dissolvere. Lentamente. In silenzio. Con la maschera dell'efficienza e il cuore spento. E se così fosse, Claudio Lotito ne sarebbe l'interprete perfetto.
O.D.R.
:ssl

P.

ironman

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Citazione di: PaperoGiallo il 11 Lug 2025, 18:59
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L'oblio pianificato: la Lazio e la strategia perfetta per svuotare una passione

C'è un'idea, tanto suggestiva quanto inquietante, che si fa strada nei pensieri più amari dei tifosi laziali: e se l'obiettivo non fosse mai stato vincere, ma svanire? E se la Lazio, gloriosa società fondata nel 1900, stesse lentamente scivolando verso l'oblio non per un errore, non per caso, ma per un disegno preciso, metodico, quasi chirurgico?

A guidare questo processo, non un burattinaio nell'ombra, ma un volto fin troppo noto: Claudio Lotito. Un uomo che da oltre vent'anni incarna la stabilità, sì, ma anche la sterilità. Un uomo che ha fatto dell'autoconservazione un'arte, che ha trasformato la Lazio in una società sostenibile, certo, ma anche in una delle più emotivamente inerti d'Europa.

Il lento logoramento

Chi immaginava una rinascita costante dopo la salvezza del 2004, si è dovuto presto confrontare con un'altra realtà: quella della gestione a bassissima temperatura emotiva. Nessuna ambizione dichiarata, nessun progetto sportivo a lungo termine che accendesse i cuori. Solo l'eterno ritorno dell'equilibrio di bilancio, delle conferenze stampa polemiche, della guerra con le istituzioni, con i tifosi, con tutto ciò che potesse stimolare un sogno.

Sotto Lotito, la Lazio ha vinto. Qualcosa. Ma sempre in un contesto in cui ogni vittoria sembrava un'eccezione, un accidente del destino più che il frutto di una reale strategia di crescita. Le Coppe Italia, le Supercoppe, sono diventate cuscini per anestetizzare l'ambizione. E chi chiedeva di più veniva bollato come ingrato, come nemico.

Una società anti-generazionale

Oggi, ciò che più colpisce non è tanto il disamore di chi ha visto Chinaglia, Re Cecconi, Nesta o D'Amico. È il vuoto generazionale che si sta creando. I bambini non si innamorano più della Lazio. Non la vedono protagonista. Non la vedono sorridere. Non la vedono mai davvero tentare. Crescono tifando squadre più vive, più esposte, più emozionanti. Il calcio moderno è storytelling, identità, batticuore: tre cose che la Lazio sta lentamente lasciando evaporare.

Il danno non è immediato. È lento, quasi impercettibile. Ma sistematico. È un progetto a 30, 40, 50 anni. È il futuro disinnescato con pazienza, con freddezza, con calcolata indifferenza. I padri non riescono più a trasmettere la fede calcistica ai figli. E quando la catena generazionale si spezza, ciò che resta è il vuoto.

Un record grottesco: il mercato bloccato

Nel luglio del 2025 è arrivato un ulteriore "sigillo" simbolico: per la prima volta nella sua storia, la Lazio si è vista bloccare il mercato. Un'umiliazione istituzionale, il culmine di anni di arroganza gestionale, di chiusura, di litigiosità sterile. Altro che "società modello": la Lazio è oggi un modello di come si può sopravvivere senza vivere. Un club che respira, ma non cammina.

Claudio Lotito si porterà questo primato nella sua biografia come una medaglia: il primo presidente a rendere la Lazio non solo irrilevante a livello europeo, ma potenzialmente non tramandabile nel cuore della Capitale.

Il palcoscenico della fine

Per far sparire una squadra non servono bombe o scandali. Basta spegnerne le luci. Basta renderla invisibile nei media, nel dibattito nazionale, nelle chiacchiere da bar. Basta evitare di sognare, ogni giorno, ogni anno, ogni stagione. E in questo, Lotito è stato perfetto.

È il volto pubblico di un progetto che non è dichiarato, ma si manifesta con implacabile coerenza: disamorare, disilludere, disertare. Lo stadio che si svuota, i social che tacciono, i giovani che guardano altrove. In cinquanta anni, ciò che oggi è passione potrebbe diventare solo ricordo.

E allora sì, forse questo è davvero il progetto. Non distruggere, ma dissolvere. Lentamente. In silenzio. Con la maschera dell'efficienza e il cuore spento. E se così fosse, Claudio Lotito ne sarebbe l'interprete perfetto.
O.D.R.
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P.

Caro Paperogiallo come vedi però in tanti faticano ad accettare questa nuova realtà, hanno negli occhi ancora il latinista orgoglioso che ci tiene a ottenere risultati e a non fare figuracce.


Non vedono il cambio netto delle priorità. Il nuovo mondo della serie A gli ha presentato sfide nuove ma più costose e che necessitino cambiamenti di strategie.

Che egli ha scelto di respingere. Sono accettabili ormai figuracce epiche e stagioni anonime.

È invecchiato, il posto al Senato è suo. L'oblio totale è forse troppo drastico per poterselo permettere oggi.

Ma domani? Non lo escludo più.

Aquila Romana

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Citazione di: PaperoGiallo il 11 Lug 2025, 18:59
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L'oblio pianificato: la Lazio e la strategia perfetta per svuotare una passione

C'è un'idea, tanto suggestiva quanto inquietante, che si fa strada nei pensieri più amari dei tifosi laziali: e se l'obiettivo non fosse mai stato vincere, ma svanire? E se la Lazio, gloriosa società fondata nel 1900, stesse lentamente scivolando verso l'oblio non per un errore, non per caso, ma per un disegno preciso, metodico, quasi chirurgico?

A guidare questo processo, non un burattinaio nell'ombra, ma un volto fin troppo noto: Claudio Lotito. Un uomo che da oltre vent'anni incarna la stabilità, sì, ma anche la sterilità. Un uomo che ha fatto dell'autoconservazione un'arte, che ha trasformato la Lazio in una società sostenibile, certo, ma anche in una delle più emotivamente inerti d'Europa.

Il lento logoramento

Chi immaginava una rinascita costante dopo la salvezza del 2004, si è dovuto presto confrontare con un'altra realtà: quella della gestione a bassissima temperatura emotiva. Nessuna ambizione dichiarata, nessun progetto sportivo a lungo termine che accendesse i cuori. Solo l'eterno ritorno dell'equilibrio di bilancio, delle conferenze stampa polemiche, della guerra con le istituzioni, con i tifosi, con tutto ciò che potesse stimolare un sogno.

Sotto Lotito, la Lazio ha vinto. Qualcosa. Ma sempre in un contesto in cui ogni vittoria sembrava un'eccezione, un accidente del destino più che il frutto di una reale strategia di crescita. Le Coppe Italia, le Supercoppe, sono diventate cuscini per anestetizzare l'ambizione. E chi chiedeva di più veniva bollato come ingrato, come nemico.

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Oggi, ciò che più colpisce non è tanto il disamore di chi ha visto Chinaglia, Re Cecconi, Nesta o D'Amico. È il vuoto generazionale che si sta creando. I bambini non si innamorano più della Lazio. Non la vedono protagonista. Non la vedono sorridere. Non la vedono mai davvero tentare. Crescono tifando squadre più vive, più esposte, più emozionanti. Il calcio moderno è storytelling, identità, batticuore: tre cose che la Lazio sta lentamente lasciando evaporare.

Il danno non è immediato. È lento, quasi impercettibile. Ma sistematico. È un progetto a 30, 40, 50 anni. È il futuro disinnescato con pazienza, con freddezza, con calcolata indifferenza. I padri non riescono più a trasmettere la fede calcistica ai figli. E quando la catena generazionale si spezza, ciò che resta è il vuoto.

Un record grottesco: il mercato bloccato

Nel luglio del 2025 è arrivato un ulteriore "sigillo" simbolico: per la prima volta nella sua storia, la Lazio si è vista bloccare il mercato. Un'umiliazione istituzionale, il culmine di anni di arroganza gestionale, di chiusura, di litigiosità sterile. Altro che "società modello": la Lazio è oggi un modello di come si può sopravvivere senza vivere. Un club che respira, ma non cammina.

Claudio Lotito si porterà questo primato nella sua biografia come una medaglia: il primo presidente a rendere la Lazio non solo irrilevante a livello europeo, ma potenzialmente non tramandabile nel cuore della Capitale.

Il palcoscenico della fine

Per far sparire una squadra non servono bombe o scandali. Basta spegnerne le luci. Basta renderla invisibile nei media, nel dibattito nazionale, nelle chiacchiere da bar. Basta evitare di sognare, ogni giorno, ogni anno, ogni stagione. E in questo, Lotito è stato perfetto.

È il volto pubblico di un progetto che non è dichiarato, ma si manifesta con implacabile coerenza: disamorare, disilludere, disertare. Lo stadio che si svuota, i social che tacciono, i giovani che guardano altrove. In cinquanta anni, ciò che oggi è passione potrebbe diventare solo ricordo.

E allora sì, forse questo è davvero il progetto. Non distruggere, ma dissolvere. Lentamente. In silenzio. Con la maschera dell'efficienza e il cuore spento. E se così fosse, Claudio Lotito ne sarebbe l'interprete perfetto.


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Gazza66

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A guidare questo processo, non un burattinaio nell'ombra, ma un volto fin troppo noto: Claudio Lotito. Un uomo che da oltre vent'anni incarna la stabilità, sì, ma anche la sterilità. Un uomo che ha fatto dell'autoconservazione un'arte, che ha trasformato la Lazio in una società sostenibile, certo, ma anche in una delle più emotivamente inerti d'Europa.

Il lento logoramento

Chi immaginava una rinascita costante dopo la salvezza del 2004, si è dovuto presto confrontare con un'altra realtà: quella della gestione a bassissima temperatura emotiva. Nessuna ambizione dichiarata, nessun progetto sportivo a lungo termine che accendesse i cuori. Solo l'eterno ritorno dell'equilibrio di bilancio, delle conferenze stampa polemiche, della guerra con le istituzioni, con i tifosi, con tutto ciò che potesse stimolare un sogno.

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Oggi, ciò che più colpisce non è tanto il disamore di chi ha visto Chinaglia, Re Cecconi, Nesta o D'Amico. È il vuoto generazionale che si sta creando. I bambini non si innamorano più della Lazio. Non la vedono protagonista. Non la vedono sorridere. Non la vedono mai davvero tentare. Crescono tifando squadre più vive, più esposte, più emozionanti. Il calcio moderno è storytelling, identità, batticuore: tre cose che la Lazio sta lentamente lasciando evaporare.

Il danno non è immediato. È lento, quasi impercettibile. Ma sistematico. È un progetto a 30, 40, 50 anni. È il futuro disinnescato con pazienza, con freddezza, con calcolata indifferenza. I padri non riescono più a trasmettere la fede calcistica ai figli. E quando la catena generazionale si spezza, ciò che resta è il vuoto.

Un record grottesco: il mercato bloccato

Nel luglio del 2025 è arrivato un ulteriore "sigillo" simbolico: per la prima volta nella sua storia, la Lazio si è vista bloccare il mercato. Un'umiliazione istituzionale, il culmine di anni di arroganza gestionale, di chiusura, di litigiosità sterile. Altro che "società modello": la Lazio è oggi un modello di come si può sopravvivere senza vivere. Un club che respira, ma non cammina.

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È il volto pubblico di un progetto che non è dichiarato, ma si manifesta con implacabile coerenza: disamorare, disilludere, disertare. Lo stadio che si svuota, i social che tacciono, i giovani che guardano altrove. In cinquanta anni, ciò che oggi è passione potrebbe diventare solo ricordo.

E allora sì, forse questo è davvero il progetto. Non distruggere, ma dissolvere. Lentamente. In silenzio. Con la maschera dell'efficienza e il cuore spento. E se così fosse, Claudio Lotito ne sarebbe l'interprete perfetto.
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P.

C'è tutto.
Dovrebbe fare riflettere
, la parte peggiore ma purtroppo vera è sui giovani, sul cambio generazionale,
È una fatica indescrivibile fare innamorare della Lazio un giovanissimo, gli attempati hanno fatto il callo a tutto , ma i giovani vogliono esaltarsi, vogliono prevalere sugli avversari tifosi, vogliono qualcosa da esibire fieramente.
Tutto il contrario di quello che sta accadendo da 21 anni.
Lasciando perdere il lato imprenditoriale (?) che guarda giustamente al profitto, per il resto lotito può benissimo essere un romanista messo lì per distruggere lentamente ogni entusiasmo come ben spiegato dal post facebook citato.
Solo un romanista potrebbe comportarsi in questo modo, solo un romanista potrebbe porsi in questo modo nei confronti dei propri tifosi.,tutto scientificamente architettato.

JSV23

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Citazione di: PaperoGiallo il 11 Lug 2025, 18:59
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A guidare questo processo, non un burattinaio nell'ombra, ma un volto fin troppo noto: Claudio Lotito. Un uomo che da oltre vent'anni incarna la stabilità, sì, ma anche la sterilità. Un uomo che ha fatto dell'autoconservazione un'arte, che ha trasformato la Lazio in una società sostenibile, certo, ma anche in una delle più emotivamente inerti d'Europa.

Il lento logoramento

Chi immaginava una rinascita costante dopo la salvezza del 2004, si è dovuto presto confrontare con un'altra realtà: quella della gestione a bassissima temperatura emotiva. Nessuna ambizione dichiarata, nessun progetto sportivo a lungo termine che accendesse i cuori. Solo l'eterno ritorno dell'equilibrio di bilancio, delle conferenze stampa polemiche, della guerra con le istituzioni, con i tifosi, con tutto ciò che potesse stimolare un sogno.

Sotto Lotito, la Lazio ha vinto. Qualcosa. Ma sempre in un contesto in cui ogni vittoria sembrava un'eccezione, un accidente del destino più che il frutto di una reale strategia di crescita. Le Coppe Italia, le Supercoppe, sono diventate cuscini per anestetizzare l'ambizione. E chi chiedeva di più veniva bollato come ingrato, come nemico.

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Oggi, ciò che più colpisce non è tanto il disamore di chi ha visto Chinaglia, Re Cecconi, Nesta o D'Amico. È il vuoto generazionale che si sta creando. I bambini non si innamorano più della Lazio. Non la vedono protagonista. Non la vedono sorridere. Non la vedono mai davvero tentare. Crescono tifando squadre più vive, più esposte, più emozionanti. Il calcio moderno è storytelling, identità, batticuore: tre cose che la Lazio sta lentamente lasciando evaporare.

Il danno non è immediato. È lento, quasi impercettibile. Ma sistematico. È un progetto a 30, 40, 50 anni. È il futuro disinnescato con pazienza, con freddezza, con calcolata indifferenza. I padri non riescono più a trasmettere la fede calcistica ai figli. E quando la catena generazionale si spezza, ciò che resta è il vuoto.

Un record grottesco: il mercato bloccato

Nel luglio del 2025 è arrivato un ulteriore "sigillo" simbolico: per la prima volta nella sua storia, la Lazio si è vista bloccare il mercato. Un'umiliazione istituzionale, il culmine di anni di arroganza gestionale, di chiusura, di litigiosità sterile. Altro che "società modello": la Lazio è oggi un modello di come si può sopravvivere senza vivere. Un club che respira, ma non cammina.

Claudio Lotito si porterà questo primato nella sua biografia come una medaglia: il primo presidente a rendere la Lazio non solo irrilevante a livello europeo, ma potenzialmente non tramandabile nel cuore della Capitale.

Il palcoscenico della fine

Per far sparire una squadra non servono bombe o scandali. Basta spegnerne le luci. Basta renderla invisibile nei media, nel dibattito nazionale, nelle chiacchiere da bar. Basta evitare di sognare, ogni giorno, ogni anno, ogni stagione. E in questo, Lotito è stato perfetto.

È il volto pubblico di un progetto che non è dichiarato, ma si manifesta con implacabile coerenza: disamorare, disilludere, disertare. Lo stadio che si svuota, i social che tacciono, i giovani che guardano altrove. In cinquanta anni, ciò che oggi è passione potrebbe diventare solo ricordo.

E allora sì, forse questo è davvero il progetto. Non distruggere, ma dissolvere. Lentamente. In silenzio. Con la maschera dell'efficienza e il cuore spento. E se così fosse, Claudio Lotito ne sarebbe l'interprete perfetto.
O.D.R.
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P.
Una delle cose più lucide e realiste lette negli ultimi 21 anni.
È una cosa così evidente, sotto gli occhi di tutti, che nessuno riesce a vederla.
Parlo di questo svanire.
Lento ma inesorabile.
Non sei morto all'improvviso, ti stai spegnendo lentamente.
E non ci sarà nessuno a piangere la tua dipartita, quando ciò avverrà non farà nemmeno notizia.
Proprio perché culmine di un percorso verso gli abissi, lineare e deprimente.
Non faremo "il botto" che per molti in questo forum faranno gli altri, ma sempre "l'anno prossimo".
No, noi ci defileremo lentamente fin quando non ci saremo più e nessuno sentirà il peso della nostra assenza.
Le solide realtà date in pasto ai tifosi, gente comune che ci si scontra quotidianamente con le solide realtà, quelle vere.
Il calcio, a qualunque livello, è sogno.
È poter pensare di essere parte di qualcosa di diverso, di grande
Qualcosa di più, qualcosa che ci faccia evadere dalla realtà, delle solide realtà.
È un modo di ammazzare lentamente la passione, una lenta agonia, un "coma irreversibile" (cit.) che ti lascia in un eterno limbo.
Lotito non lo augurerei a nessuno, nemmeno ai romanisti.
Perché i tifosi, non gli scarti di casa pound, i tifosi autentici, di qualunque colore e bandiera meritano di poter sognare.
Almeno pensando alla loro squadra del cuore.


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