Il topic ha toccato un punto delicato ed importantissimo perchè è lo specchio dell'immediato futuro della SS Lazio, la NOSTRA Lazio.
Non limitiamoci ad identificare la mediocrità con quello che vediamo scorrazzare in campo la domenica.
Il campo, la cifra tecnica, è un elemento passeggero, temporaneo.
La stessa squadra che fa un campionato da retrocessione l'anno seguente può lottare per l'Europa, e viceversa.
La mediocrità la si respira ormai in tutto ciò che riguarda il mondo Lazio, quello ufficiale, quello che poi si rivolge al resto del mondo come una vetrina.
Sono un classe '68, questo significa che i mie occhi hanno visto cose che i Laziali di nuova generazione neanche immaginano.
Barletta, Rimini, Campobasso, San Benedetto del Tronto, morti ammazzati o consumati dal male, tradimenti, scommesse, fallimenti evitati all'ultimo secondo utile ma di quelli veri senza Lodi Petrucci o titoli sportivi da ricomprare.
Quindi la domenica spesso non si parlava di mediocrità ma di molto meno.
Però quando ci guardavamo in faccia, quando facevamo outing tra di noi (e non solo) la frase era "QUANDO torneremo grandi" non "SE torneremo grandi".
Ogni stagione che iniziava era una possibilità, poteva essere un nuovo mattone per ricostruire la nostra grandezza come poteva essere solo un granello di sabbia in più ma l'obiettivo era sempre quello di guardare avanti con la testa rivolta in alto, mai in basso.
Un secndo dopo il gol di Fiorini pensavamo già a quello che poi sarebbe stato il gol di Poli ma dentro di noi non potevamo dare un nome a quella sensazione che ci faceva sapere con certezza che sarebbe stato il primo golo della Lazio di Cragnotti.
Oggi no, oggi tutto questo non c'è, forse perchè non c'è nemmeno la paura di poter perdere tutto.
Il calcio è cambiato, la distribuzione dei diritti TV decide in anticipo le gerarchie, non la classifica, ma il livello da cui si parte.
Oggi ci viene riconosciuto dai fatti di essere potenzialmente la sesta "potenza" nazionale.
Ieri dipendeva solo ed esclusivamente dal portafoglio del proprietario, che è il vero bonus per salire di livello.
La storia della SS Lazio ha avuto dei momenti topici che hanno significato un punto di svolta.
Uno è coinciso con la Lazio del '74, con quella banda di matti tenuta insieme dal padre di tutti i Laziali.
Prima di allora eravamo una "provinciale" metropolitana, una nicchia circoscritta nel Lazio, popolana fuori Roma un po più elitaria in città.
In tutto questo il campo aveva un ruolo secondario e si vivacchiava, senza grosse pretese, non solo nel panorama nazionale ma anche a Roma.
Poi è arrivato Giorgione ed ha sbattuto in faccia ai dirimpettai la sua ambizione, il suo non volersi accontentare di essere secondo e questa sfrontatezza è stata la molla per tornare a rivendicare il nostro posto in questa città e se la grandezza a livello nazionale è stata solo un lampo, la dimensione cittadina era cambiata una volta per tutte.
Dopo c'è stata la "cura Cragnotti" con una dimensione di grandezza che è andata oltre i confini, che ci ha fatto conoscere e riconoscere in tutto il mondo.
Una svolta epocale di cui abbiamo beneficiato anche quando l'epopea era finita.
Ricordo bene le prime partecipazioni alle competizioni europee della Lazio di Lotito.
La squadra era quella che era, spesso non all'altezza ma non per colpa della proprietà che aveva veramente ricominciato da zero.
Però in Europa ci andavi da testa di serie!
Il presidente da una parte se ne faceva un vanto e sfruttava quest'onda lunga anche per cose pratiche come sponsorizzazioni importanti mentre dall'altra puntava il dito verso la precedente gestione rimarcandone solo gli errori.
Nel frattempo gli anni passavano e l'opera di ricostruzione ci riportava a quel livello nazionale certificato dalla attuale distribuzione dei diritti TV, sesta/settima forza.
L'effetto Cragnotti era ormai evaporato sia in Europa, dove non eri più testa di serie, che in Italia.
Il progetto di crescita era tutto nelle mani e nelle intenzioni della proprietà che però continuava nella politica del mantenimento, senza investimenti veri sul futuro tecnico ed economico della società.
Il resto del mondo pian piano ha cominciato a dimenticarsi di noi, a rimetterci nell'angoletto da cui eravamo usciti con la Banda Maestrelli, al punto che nella seconda metà dell'era Lotito non si è trovato un marchio disposto ad investire per associare il suo nome alla SS Lazio.
Il processo ormai è quello, una autoghettizzazione stile Espanyol, una assuefazione al galleggiamento che ci porta a vivere con distacco il fatto che sono quasi 4 anni che non solo non vinciamo un derby ma, cosa ancora più grave, li perdiamo quasi regolarmente ed anche in maniera rotonda.
Si ok, abbiamo vinto il Derby dei Derby è vero, e poi?
Poteva e doveva essere una svolta epocale, come Chinaglia, come Cragnotti.
Invece è evaporata come il ranking europeo cragnottiano, come il terzo posto di due anni fa, come la Champions di Vignaroli...
La Serie B, soprattutto in questo panorama nazionale, non la rischi e, coscientemente, si decide di non rischiare nemmeno verso l'alto.
Il risultato è che tiri a campare, senza paura ma anche senza ambizione... e per una società SPORTIVA la mancanza di ambizione è come la mancanza di libido per Rocco Sifferdi... e in questo campo non esiste Viagra.
Questa sorta di "impotenza" indotta ci sta portando lentamente (neanche tanto) ad una andropausa precoce, che a 70 anni è uno stato naturale... a 40 un po' meno.
Si può decidere di non comunicare più, di non dire ufficialmente il numero degli abbonati, di non ufficializzare nemmeno i paganti al botteghino... ma quando alla panoramica dello stadio pensi che manchi ancora un'ora all'inizio mentre le squadre sono già in campo... che te devi comunicà più di quello.
Però qualcuno in lega ed in federazione carriera l'ha fatta eccome mentre noi tifosi abbiamo imparato ad esultare per una plusvalenza invece che per un colpo di tacco...