Sono romano da tre generazioni, ma il mio DNA è un vero patchwork. La famiglia di mio padre proviene dal basso Veneto, da parte di mamma sono mezzo siculo e mezzo napoletano. Ho ancora casa nel paese di origine del mio nonno paterno, in piena "Legaland", so bene cosa significa essere chiamato terrone ed essere considerato inferiore. Odio qualsiasi forma di razzismo e di campanilismo, la cultura napoletana mi fa impazzire, così come apprezzo il loro meraviglioso dialetto. La Napoli calcistica, però, mi crea molti problemi. L'allenatore, un livornesaccio di porto, cresciuto nel clima "portualmente anticlericale" della patria del Vernacoliere, costretto a far vedere bene alle telecamere di Sky come tocca la figurina di San Gennaro. Il tifoso che dopo IL FURTO dello scorso anno mostra la figurina di Padre Pio, inquadrato in primo piano. L'isteria e i berci sguiati del codazzo di pseudogiornalisti al seguito del ciuccio, una tifoseria violenta e becera come nessun'altra in Italia, un presidente di una volgarità assolutamente non degna del signore che fu suo padre. La Napoli calcistica è una riomma al quadrato, forse al cubo. Tutto quello che vale per gli adoratori del cappetano e di cappetan passato prossimo (o se preferite cappetan Bosman, o cappetan parametro), per l'ambiente napoletano è disgustosamente amplificato, quasi a fornire una giustificazione possibile alle posizioni filosofiche di grandi pensatori, quali Calderoli, Borghezio & c.
Peccato, peccato davvero, perché stiamo parlando di una città con un passato meraviglioso e delle potenzialità enormi, infinite, per la quale ho sempre provato enorme simpatia.
Tornando strettamente ad Auriemma, degno cantore dell'ambiente sopra descritto, straconcordo, basterebbero quelle poche sillabe a farglli meritare una radiazione.