Può anche essere una questione di età.
Quando si è piccoli, il calciatore è un adulto, un idolo, un modello a cui si guarda con ammirazione. Crescendo, si perde quel fanciullino e, soprattutto, l'età del calciatore e quella del tifoso si disallineano; si toccano per un attimo, poi l'età del tifoso si allontana, mentre il calciatore resta giovane. Quando il tifoso è ormai più che adulto, il calciatore non è più quel modello a cui aspirare, ma diventa un ragazzino, un giovane da criticare e da invidiare.
La mente adulta, per quanto cerchi di restare ancorata a quel mondo magico che è la fascinazione puerile, tende alla razionalità. Tifare diventa sempre meno emozionale, più forzato, frutto non di quell'innamoramento ingenuo e inconsapevole, bensì di stanca abitudine e tradizione.
I campioni della nostra infanzia ci piacciono di più non perché fossero migliori, non perché il calcio fosse più bello. Era sempre la stessa cosa, ma vista con gli occhi del bambino. E quelle emozioni vengono rievocate da tutti gli elementi appartenenti all'epoca che è stata la nostra, quella che ci ha fecondato. Tutto ciò che viene dopo non può competere con le suggestioni infantili.