Un personaggio del secolo scorso si poneva questa questione: che fare?
Sgombriamo il campo da ogni equivoco: noi ci siamo, loro ci sono. Poi se ne vanno, vengono a metà, proclamano, scioperano, poi ritornano. Comunque, ci sono.
Sarò sincero: ero molto contento che se ne fossero andati, ma non ci contavo troppo. E comunque, dobbiamo prendere atto della loro presenza. Un utente di questo forum, giustamente, invitava a trovare insieme una terza ipotesi.
Non è che sia una cosa facile. In un mondo ideale, le due componenti del tifo potrebbero andare di conserva. Gli uni (noi), la maggioranza silenziosa, ci portiamo dentro mille modi individuali di vivere la propria presenza allo stadio. Chi urla, chi incita, chi si incazza ad ogni pié sospinto, chi sta in silenzio. C'è il polemico insopportabile, l'ansioso, l'ottimista ad ogni costo, il pessimista nero, chi non sopporta Favalli e chi non me toccate Maurito. Gli altri (loro), sono compatti, vivono di pensiero unico, si portano dietro un forte spirito di gruppo, mutuati da altre situazioni più pregnanti, concetti di onore, fedeltà, difesa del territorio. Mentre noi non ci consideriamo gli unici depositari di una fede, loro sì.
Non sono tutti nazisti, razzisti, violenti ma - a causa delle dinamiche di gruppo - sono più facilmente gestibili ed inquadrabili. Noi, molto di meno, data l'intrinseca individualità del nostro approccio. Nel corso di una partita, poi, ci sono dei momenti di osmosi, di entusiasmo collettivo che annullano ogni differenza, ma all'inizio ci siamo noi e loro.
Come noi mal li tolleriamo, loro mal ci tollerano. Ci considerano tifosi da burletta, al momento da tastiera, che non rischiano in prima persona, loro invece sono i veri tifosi, i veri ultras, che affrontano i bresciani a viso aperto, che - a dir loro - specie in trasferta, permettono a noi di poter andare tranquillamente allo stadio. Loro sono contro il calcio moderno, sempre fedeli con ogni tempo, mentre noi siamo più ondivaghi, cediamo alle sirene della tv, siamo tiepidi clienti, e accettiamo senza discutere la trasformazione del calcio da sport a business.
Ci sono degli equivoci orribili in questa visione, equivoci sui quali giocano i caporioni di questa truppa perfettamente inquadrata. Loro sono la quintessenza del calcio moderno, sono tifosi "di oggi" in tutti i sensi. La caratteristica principale del tifoso, a mio avviso romantica e fuori tempo, in antitesi al calcio moderno, è quella di nulla avere a pretendere dalla squadra, di esserle vicina nella buona e nella cattiva sorte, e di non pretendere di essere protagonista dello spettacolo. Loro no, come squadra e dirigenza, vogliono essere parte attiva nel circo. Come tale, pretendono di influenzare, anzi decidere, le scelte tecniche della società. Intendiamoci, di questi "travalicamenti" ce ne sono sempre stati, dalle proteste per la cessione di Selmosson alla Roma ai cortei contro la ventilata cessione di Signori. Ma ora per loro, i tifosi moderni, non basta. L'esempio più classico è quello di Lotito. Sono convinto che la maggior parte dei ragazzi che vanno in curva non abbia idea del perché contestino Lotito. Parole d'ordine fumose, leggende metropolitane, ha denunciato i regazzi, è daa Roma, magari le reali motivazioni di un eventuale (anche giusto) dissenso manco interessano, sono più interessati alla "pancia". Sono gli slogan che fanno più presa, e i loro "capi", veri ultras moderni, che usano con disinvoltura moderne tattiche di comunicazione e di marketing, bene lo sanno.
E' un bel cocktail, pochi personaggi con strategie di comunicazione e finalità "altre", e una bella massa di seguaci, acritici e che difendono territorio ed identità con ogni mezzo. Hanno le loro belle parole d'ordine, come il soma del Mondo Nuovo di Huxley. Non si fanno domande, hanno bisogno di nemici da combattere per avere una ragion d'essere. Atalantini, napoletani, milanisti, Lotito, gli sbirri, noi. Il resto, intendo la partita, è secondario. Intendiamoci, sono laziali, ma la partita è solo un luogo di incontro, quel che li fa sentire vivi e importanti accade sulle tribune, non in campo.
Ritorniamo alla questione di partenza. Che fare? Cosa può fare un tifoso non organizzato per antonomasia contro un gruppo al contrario irreggimentato ed indottrinato? Dico "contro" perché noi avvertiamo questa distanza, avvertiamo distintamente questa differenza di obiettivi, che coincidono solo incidentalmente in alcuni momenti. Se il loro obiettivo è Lotito, oppure i cori contro polizia, ebrei, negri (cori non necessariamente sentiti, a mio parere, ma che rientrano nell'ottica dell'attenzione mediatica che provocano), ma non il risultato della partita, non l'incitare la squadra, come è possibile conciliarlo col nostro? Dato che poi, in quanto organizzati, hanno sicuramente tutta la struttura per veicolarlo con molta più potenza del nostro ... che fare?
Io non ho soluzioni. Ho adottato la mia, che però è solo mia, e non vorrei nemmeno fosse generalizzata. Mi dà troppo fastidio, e quando il fastidio supera il piacere di vedere la mia Lazio, me ne vado. Ammetto che è una scelta un po' vigliacca, ma lo è se si considera lo stadio come unico luogo per vivere la propria lazialità. Dato che io continuo ad emozionarmi, a soffrire, a gioire ed esultare come prima, solo in altri luoghi, non vedo sminuita la mia lazialità. Però mi dispiace, che quello che sono stato abituato a vivere per tanti anni come la mia seconda casa sia un luogo ormai estraneo, e vorrei tanto tornarci con l'allegria di prima, quella del panino con la frittata, per intenderci, non indossare elmetto e paraorecchie prima di uscire di casa.
Ma tant'è. Questo è uno spunto di discussione, tra di noi. Perché con loro non si può discutere. Al di là degli slogan, portare la discussione sul piano dialettico è impossibile, li porterebbe fuori dal loro territorio, dove si sentono più deboli. Se li prendi ad uno ad uno, trovi anche bravi ragazzi, che non insulterebbero mai un nero od un ebreo, e che sono sinceramente laziali. Li metti in gruppo, con poche parole d'ordine, e la frittata (sempre lei...) è fatta. Se i loro capi dicessero che non si fa più buu, loro non lo farebbero.
Se io me ne sono andato voi, almeno voi, non ve ne andate. E datemi un motivo per restare, perché di motivi, ora come ora, non ne trovo...
Guy