Da Repubblica Marino, via Gramsci 22.Una tipografia: Artigiana Tipografica. È da qui che i carabinieri ripartono. Dalla perquisizione del centro copie legato alla tifoseria della Lazio, gestito dagli stessi proprietari della "Mcm Lazio Beer and Shop", pub di Frascati a tinte biancocelesti.L'esercizio commerciale è stato perquisito. E dagli atti emerge che la storia delle minacce al senatore Claudio Lotito non è fatta di episodi isolati. Non è solo protesta e tifo. È qualcosa che richiama da vicino quanto accaduto in passato e che denota — per usare le parole dei magistrati — una «capacità organizzativa» fuori dal comune, "talmente elevata da risultare particolarmente compatibile con la rinomata organizzazione di tipo militare dei gruppi di tifo ultras, ed in particolare con quello dei cosiddetti Ultras Lazio, eredi degli Irriducibili di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik», il narco-ultrà ucciso il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti. Striscioni, manifesti, adesivi. E poi le telefonate nella notte. La pressione costante. Il tentativo – questa è la contestazione - di costringere il presidente della Lazio a vendere. Di alterare il mercato di una società calcistica quotata in borsa.
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma - che in passato avevano già bussato ad altre porte - arrivano alla tipografia perché cercano punti di raccordo: luoghi in cui la strategia prende forma. La perquisizione è emblematica e gli atti lo spiegano. Il riferimento è ai gruppi ultras della Lazio, a quel mondo che raccoglie l'eredità di un nome pesante come "Diabolik".
A guardarla così, sembra che la storia non sia mai finita. Una sorta di secondo tempo di quanto accaduto tra il 2005 e il 2006. Anche allora i pm parlavano di «atti idonei a costringere Lotito a cedere a terzi le quote», di minacce, di una «crescente campagna diffamatoria, di intimidazione e contestazione». Arrivarono condanne, anche per criminali di primo piano nella Curva Nord.
Oggi le accuse contestate ad almeno cinque persone sono simili. Si parla di «reiterati atti di minaccia di morte effettuati a mezzo social network, mediante affissioni, telefonate anonime e messaggi di posta elettronica — diretti alla persona offesa o a suoi collaboratori — al fine di costringere Claudio Lotito, persona ultrasessantacinquenne, a cedere il capitale detenuto della S.S. Lazio S.p.A. o, in almeno un caso, a procedere a un aumento di capitale». Secondo gli atti, gli indagati «diffondevano, a mezzo social network o attraverso la testata 'Millenovecento', notizie false».
Che si tratti di qualcosa di eccezionale lo dimostra anche il clamore mediatico della vicenda, arrivata fino alle pagine del New York Times.
Della strategia fanno parte una serie di episodi che si moltiplicano a partire dal 2024. Ci sono gli striscioni esposti più volte in Piazza del Parlamento - «Lotito libera la Lazio» -, quelli davanti alla sede di Forza Italia, partito del senatore, o davanti ai suoi uffici. Poi gli adesivi affissi nei pressi della sua abitazione e i manifasti rivolti al partito: «Finché c'è Lotito non avrete il nostro voto».
Poi le minacce telefoniche, anche di morte, a qualsiasi ora. E la campagna diffamatoria sui social o attraverso la testata "Millenovecento", in cui si parlava di un'imminente vendita o del desiderio di Lotito di far retrocedere la Lazio per « ottenere il cosiddetto paracadute di 35 milioni di euro».
La curva per mesi ha disertato lo stadio. Un'unica eccezione: la partita contro il Milan. Alla soddisfazione per la vittoria si è accompagnata la rabbia per la scenografia vietata: «Un'ora prima del calcio d'inizio è stato comunicato ai ragazzi del tifo organizzato di non poter esporre la scritta 'Libertà'», si legge nel comunicato diffuso sui social dai gruppi organizzati. Perché quello striscione - si sospetta ora - potrebbe essere stato soltanto l'ultimo atto, pilotato da pochi strumentalizzando molti tifosi, di una strategia che richiama dinamiche criminali del passato.