Sul gesto di Totti

Aperto da Svennis, 19 Apr 2010, 15:02

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arkham

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No, è un giornalista già direttore della gazzetta del mezzogiorno. Lucida analisi, se avessi i contatti gli manderei una mail di stima, da cittadino romano prima che da tifoso della Lazio.

Eagle78

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pezzo lucido e coraggioso. Non ho trovato la mail di Patruno, ma i complimenti si potrebbero mandare a questi indirizzi
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_direzione_01.php?IDCategoria=2724

adiutrix

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"da finto tonto (senza il finto)"   :lol: :lol:

polentes

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* 648
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Articolo strepitoso!
Pubblicato su facebook con anche questo commento preso dal medesimo link: Anche qui a Roma non ne possiamo più di questa "romanità" unta, sudata, ++++++++ana-ferillina-tottiana. Un romanità che insulta la nostra città.
Questi non sono gli eredi della tradizione ma dei guitti televisivi che imbarbariscono il paese

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Splash

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Non scherziamo : gesto anti-sportivo che non si dovrebbe mai fare in un campo di calcio . Se poi ci aggiungiamo che all'andata gli fu fatto presente che il gesto era sgradevole e chiese scusa , non vedo come si possa giustificare la ripetizione del gesto .

Cato censor

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* 25
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siamo seri.
in un derby del genere, vinto in quel modo osceno, il pollice verso della loro claudicante vecchia gloria de porta metronia è un gesto da educande.
ei fu siccome immobile.
per me, da candide novizie anche l'indice prima e le tre dita di dicanio poi.

quando si vince un derby in quel modo spudorato, è anche lecito esultare in modo spudorato.
non fa male a nessuno.
esultare delirando è innocuo per gli altri e assai benefico per il soggetto attivo.

io non rinuncerei mai a un pari godimento - a parti inverse, s'intende.
anzi, direi che vado al derby solo per quello.
e quindi mi ciuccio di buon grado la loro disgustosa esultanza quando perdo.

proibire agli individui la libido pura e financo catartica, storicamente, non è mai stata una politica lungimirante (il dato empirico non considera l'inspiegabile successo negli ultimi duemila anni della dottrina cattolica).

ci sta tutto e ce lo dobbiamo tenere.
squalificarlo è pura idiozia.
senza contare che, come tutte le vecchie glorie è un cimelio più ingombrante che utile per loro.

ma il derby è una guerra di trincea, combattuta quotidianamente in città e che dura tutta la vita.
e domani è già un altro giorno.

anzi, il domani è qui.
oggi, infatti, è già un giorno felice per noi.

domenica giocheremo un altro atto del nostro infinito derby.
che i nostri ne siano attori effimeri ma consapevoli.
tre punti non significano nulla.

sempre  :srm:


kelly slater

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guarda i pollici del capetano
tutt'e due infilati nell'ano
guardalo nella notte che viene
quanta bile nelle vene

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MisterFaro

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Il pezzo è questo:

«Trota» e Pupone per favore sparite
di Lino Patruno


Per favore, sono disposto a pagare pegno, a dire che Carla Bruni è simpatica, che la Ventura è una gentildonna, che la Littizzetto è figa. Sono disposto anche a dire che il ministro La Russa ha un bel tono di voce. Ma per favore, liberateci da Francesco Totti. E se possibile anche dalla moglie Illary Blasi. Ma anzitutto da Totti, detto Pupone.
Non so a quanti anni sia arrivato, ma sembra che sia un secolo che lo sopportiamo. Non è un'offesa essere romani, ma lo è perché romano è lui. Quest'aria da bulletto ciondolante, da fusto del Pretorio, da annoiato indolente, da noi che avemo la civiltà da millenni, da finto tonto (senza il finto) ormai non ci perseguita solo in campo, ma anche prima o dopo i pasti come una pillola. E in campo, con quel ciuccetto quando fa gol per ricordarci i suoi figli, anzi i regazzini, pezzi di cuore che come niente ci ritroveremo anche loro davanti, tanto per completare la famiglia. E del suo libro di barzellette sceme, ne vogliamo parlare? Allora i nostri del «Mudù» sono da premio Oscar.

Dio ci liberi da Francesco Totti - Ma anche in campo, quella volta che in nazionale sputò il danese Poulsen (ora alla Juventus). E quell'altra, sempre dopo un derby vinto con la Lazio, con la maglietta «Vi ho purgato ancora». E il gesto di «Quattro, zitti e a casa» dopo un quattro a zero alla Juve. E domenica scorsa, i pollici abbassati come quando nel Colosseo si diceva morte al gladiatore, per provocare ancora i laziali perdenti sotto gli occhi delle tv planetarie. Non tenendo conto che una sconfitta fa salire il sangue alla testa e tirar fuori accette, pugnali, sbarre di ferro come avvenuto appunto nella guerriglia post-partita. E questo qui a fare il di più, e da capitano per giunta, cioè uno che rappresenta tutta la squadra, definito grande campione ma non meno grande come borgataro.
Chi abbia minimamente calcato un campo di calcio, sia pure in una scapoli-ammogliati, conosce i tipi alla Totti: quelli che non hanno rispetto per gli avversari, specie da sconfitti, altro che divertenti sfottò come la stampa compiacente e prona ha subito minimizzato.
E tutto ciò non passi per moralismo, chi se ne frega di lui e della sua redenzione. Né per perbenismo altrettanto sprecato in questo caso. È proprio e soltanto noia, non si può stare tutta la vita a sorbirsi uno così moltiplicato dalle telecamere. Perché uno così è purtroppo una bandiera dell'Italia da serie B che viviamo, il Paese che ha dominato il mondo con la sua cultura, il suo buongusto, il suo stile, il suo modello di vita derubricata a esibizione cafona del peggio di se stessa, fra isole dei famosi, schiamazzi, culi- tette e ignoranza crassa. Degna appunto dei pollici abbassati di un suo eroe da avanspettacolo.

Renzo Bossi tutto suo padre - Ma siccome questa Italia deragliata davvero non si fa mancare niente, la cronaca settimanale ci ha servito sulla sua tavola da carrettieri in libera uscita un altro eroe del nostro tempo, un altro protagonista al posto giusto nel momento giusto, del tutto degno dell'aria che tira. Si chiama Renzo Bossi, 22 anni, con 13 mila preferenze nella provincia di Brescia il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia. Uno dice, grazie, è il figlio di Umberto Bossi, il boss della Lega Nord, del quale sono indimenticabili le foto estive in canottiera stagionata e olfattivamente sudata, il ce l'ho duro e altre cosine del genere. Ma occorre aggiungere sùbito, per dovere di obiettività, che, da ciò che dice, uno simile sarebbe diventato qualcuno anche senza cotanto padre.
Alla domanda di un noto periodico, se seguirà gli Azzurri ai prossimi Mondiali di calcio, egli risponde: «No, non tifo Italia». Non si sente italiano? «Bisogna intendersi su cosa significa essere italiano (per esempio usare il congiuntivo "significhi"). Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant'anni fa». L'intervistatore non gli chiede cosa voglia dire, lasciandoci in crisi di astinenza. Ma gli chiede se conosce l'Italia meridionale. Risposta: «Mai sceso a sud di Roma». Meno male.
Il promettente soggetto è quello definito «trota» dal papino quando lo indicavano come suo delfino, cioè successore. Ed è quello bocciato tre volte a scuola, secondo il padre per colpa di quei maledetti professori tutti meridionali. Ora però è iscritto alla facoltà di Economia, ma non in Italia, «perché non voglio trovarmi i giornalisti in aula quando faccio gli esami». Secondo i maligni vuol evitare di essere sgamato come il padre, che per altrettante tre volte si è spacciato laureato in medicina senza saper fare un'iniezione.
Però il ragazzo è giovane e bisogna capirlo, e del resto buon sangue non mente. Sarà una trota, ma a scommessa diventerà delfino. Di questi tempi, non bisogna mettere limiti al peggio della provvidenza.

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