Il pezzo del prestigioso quotidiano romano è figlio delle comparsate di alcuni anchor man in questa o quella radio dove gli auguri dei Dei laziali ci ricordano ogni due per tre i sacri doveri del buon tifoso laziale - che è quello di tifare e poi protestare, ma soltanto a partita finita (quindi vengono prescritti tempie modi per una civile contestazione) - senza dimenticare un malinconico cenno all'inconsolabile ricordo dei bei tempi andati dove si riempiva lo stadio anche con il Cesena in serie B.
Questo argomento sembra una specie di precotto utile in caso di fallimento tecnico della società, che nelle menti di certi benpensanti del calcio è la vera ragione della crisi tecnica di una squadra.
Futile e stupida paccottiglia buona per il papà per accompagna la preparazione del frullato per il bebè o per l'artigiano mentre taglia il pezzo di lamiera che deve montare sull'auto in riparazione.
Rumori di sottofondo, gorgoglii della mente che non spiegano niente ma sono tanto consolatori.
La società è cambiata e ne è passata di acqua sotto i ponti da quando ci si accalcava sulla madonnina di Monte Mario per assistere aggratise la visione delle azioni dei nostri eroi in sedicesimo. Oggi abbiamo il nostro decoder quotidiano e - ringraziando il Signore - anche appetiti culturali un po' più vari (cinema, teatro, TV, libri, passeggiate gastronomiche, famiglie, musica ...). Pertanto è sempre più difficile richiamare 70-80 mila persone (un numero di gente che corrisponde a un capoluogo di provincia).
Per rientranre nel calcio discorso va allargato anche alla geniale strategia dei nostri padroni del vapore che ampliano sempre più l'offerta nell'illusione che il caviale e lo champagne servito tutti i giorni possa essere gradito.
Peraltro, non contenti, i nostri inarrivabili strateghi hanno burocratizzato sempre di più l'accesso agli stadi il che, a sentire anche alcuni esponenti politici, equivale a assumere la patente di teppista in sonno, come se accedere in una moschea con il Corano equivalga a manifestare l'adesione ad Al Qaeda. E allora - mentre in altri settori si reclama sempre di più la semplificazione delle procedure: VOGLIO APRIRE UNO STABILIMENTO IN UN GIORNO!
Cazzu.io! - per andare allo stadio occorre munirsi di certificati, codici fiscali, fotografie e moduli: bello, inarrivabile, col cavolo che ci vengo!
Inoltre, i nostri stadi sono vecchi - 68 anni la media - di proprietà generalmente pubblica, scomodi da raggiungere, scomodi da vivere, scomodi e basta. Ma il rimedio è già pronto: facciamoli da altre parti, inseriti - s'intende- in un bel "parco residenziale" che di parco ha poco, ma di residenziale ha molto (in altre parole: PA-LA-ZZI-NE, cemento) e soprattutto irraggiungibile se non con la "machina".
Insomma, in questo panorama - tipicamente italiano - offuscato dalla sindrome da ipercolesterolemia calcistica schiacciata da un potere poliziesco e burocratico incapace di arrivare a una qualche soluzione e terrorizzato dal prendere qualsiasi decisione, il risultato è semplicemente la sommatoria di tutti questi fattori.
Per cui, cari cantori del bel tempo che fu, rivolgete le vostre domande non al tifoso medio, quello che urla sbraita, magari la dice grossa, ma non chiede niente di più che andare allo stadio, ma a coloro che hanno la responsabilità massima di aver creato tutto questo stato di cose. Hanno nomi e cognomi, nonché indirizzi e prestigiose sedi: rivolgetevi a loro.
Cari cantori chiedetevi a voi stessi e poi ai veri responsabili perché in Germania e in Inghilterra gli stadi sono sistematicamente pieni - lo ha ricordato qualche giorno fa Ancelotti, non quello str... di fish_mark - mentre ormai in Italia siamo arrivati a mettere un telone di cartone per simulare gli spettatori in tribuna.
Grandissimi! Per battere la violenza nel calcio ci voleva ... il trompe l'oeil