La cosa per me grave è aver pubblicato una rosicata da tifoso da bar su un giornale a tiratura nazionale, sia pure nell'edizione locale, e da parte di un giornalista. Che, proprio perchè giornalista, sapendo di scrivere in un giornale letto da una massa acritica, e obbligato a sapere che quello che scrive può avere un effetto molto peggiore di micce accese dentro santabarbere, denigra apertamente una squadra,una società e la sua tifoseria.
Perchè di denigrazione si parla.
Si è denigrata una squadra, dicendo che è il nulla, alla faccia di una rosa composta in gran parte di nazionali, offendendo la professionalità di giocatori spesso oggetto dei desideri di altri club (Marchetti, Lulic, Hernanes, Klose, Candreva, Gonzalez...l'elenco è lungo...).
Si è denigrata una società, parlando di pennuti spelacchiati, alla faccia di un simbolo, l'aquila, che è prima di tutto, da che ha storia l'araldica, immagine di ciò che è fiero, rapace, orgoglioso e vittorioso. Dimenticandosi che "il pennuto spelacchiato" era lo stemma che campeggiava davanti alle legioni di Roma, fin dai tempi della Repubblica Romana, pochi anni dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, come ci raccontano tutti gli storici romani, compreso quel Tito Livio che, il giornalista, per via dei suoi studi ad indirizzo classico, dovrebbe conoscere benissimo.
Si è denigrata una tifoseria, paragonandola ad una malattia, alla faccia di chi vuole vivere in modo sano e civile il proprio tifo calcistico, senza offendere gli avversari, vivendo le sconfitte con una rabbia interiore ma senza esternalizzarlo con episodi di violenza, e gioendo delle vittorie senza troppi clamori ed offese agli avversari. Una tifoseria che, pur ironizzando con il "romatriste" Costantini si preoccupa enormemente di non offenderne la sensibilità, che pur vedendo inquadrata la figlia dell'odiato capitano avversario in lacrime in braccio alla madre, si preoccupa prima dell'infante e dell'opportunità di inquadrarla e poi del fatto che sia una esponente degli avversari.
Un rispetto e un decoro sicuramente ignorati dalle becere esternazioni di gente appartenente alla categoria del giornalista summenzionato, che schiuma rabbia da tutti i pori, che quando vince organizza spedizioni punitive e trasmissioni in mondovisione con galline, trattori e tutto il repertorio più becero, razzista e offensivo del mondo, imbrattando e rendendo invivibili gli spazi quotidiani in cui tutti noi adempiamo ai nostri impegni di lavoratori e cittadini, e quando perde si affretta a vomitare odio e ad esternare in modo improprio, con deliranti farneticazioni che, tra l'altro, proprio perchè come suddetto si rivolgono ad una massa acritica, rischiano di ingenerare situazioni pericolose.
Una cosa comunque il giornalista l'ha ottenuta. Farsi pubblicità creando polemiche, suggerendo comportamenti violenti con una merce molto facile da usare, l'offensività, certo di scatenare, come ha fatto, reazioni sdegnate da una parte e plausi montanti di rabbia dall'altra.
Se dovesse, speriamo di no, succedere un qualche episodio di violenza, che turbi l'atmosfera di sfottò più unica che rara che si è creata dopo un derby con così alti contenuti agonistici e di rivalità cittadina, sono quasi sicuro che i germi possano essere ricondotti a questo scritto. Che ha compiuto l'impresa, notevole, di trascendere le peggiori manifestazioni di disprezzo e offesa che mente di tifoso estremo possa concepire.
E l'autore se ne dovrebbe profondamente vergognare e attestarsene colpevole. Perchè il compito del giornalista sarebbe quello di riportare i fatti, ed eventualmente di commentarli alla luce di un ruolo che è quello di "informare", una sorta di processo di crescita, e non di "istigare", cioè ricorrere alla parte più animalesca che alberga in ciascuno di noi.
Ammesso abbia una coscienza e un senso di professionalità.
Ecco perchè io penso che a tale giornalista, miglior risposta dovrebbe essere la citazione di un passo di un poeta thailandese: per natura siamo tutti bestie, essere uomini è un dovere.
Giudichi costui, alla luce di quello che ha scritto, se ha adempiuto al suo dovere.