Prima di tutto: scritto bene, si legge in un fiato, come un cappuccino e cornetto la mattina ai Coronari, cosa che in realtà ho fatto, rinunciando per una volta al mio cazzo di aplomb un po' snob e mettendo bene in evidenza la copertina e i suoi colori.
E questo mi ha riportato ad un punto che ritengo essenziale per la collocazione del libro di Stefano. A chi si rivolge? A me, non di certo. A me, inteso come GIA' laziale. A me, che comunque traggo linfa, nostalgia, tepore dai ricordi, belli o brutti di quello che siamo ed eravamo. Esiste la possibilità che - grazie anche all'editore che porta questo libro al di fuori dai contesti "nostri", un neofita, un incerto, un appena arrivato che cerca dei colori da scegliere si appassioni alla nostra epopea, un'epopea sicuramente sui generis e fuori dalle righe, e decida (citando Ciavatta, laziali si diventa...) di "iscriversi ai teroristi"?
Non escludo nulla, perché sì, vabbé, laziali si diventa, a parte i casi - come il mio - dove il mio destino era segnato dall'infanzia, complice un papà che, ancora prima di raggiungere l'età della ragione, mi ha marcato indelebilmente portandomi allo stadio. E da quello stadio non sono uscito (non potevo uscire) più. Ci vuole una predisposizione però ad essere laziali. Ancor prima del sistema massiccio di media che celebra la romanistità, la tottità, che è meticolosamente attento a tutto quanto di negativo - a torto o ragione, vero od inventato - riguarda la Lazio e si attorciglia in equilibristiche omissioni degne di consumati politici quando c'è non dico da criticare ma anche solo da sollevare dubbi sull'Inevitabile Glorioso Destino della sponda sbagliata del Tevere. Ci vuole predisposizione perché non tutti sono come noi barricaderos, acquisitori, filtratori ed analizzatori di notizie e non-notizie. Il neofita non sa, non si informa perché non riceve informazioni corrette, legge solo i titoli e allora Mauri diventa un delinquente perché, si sa, non c'è fumo senza fuoco, i laziali (e solo loro) sono tutti fascisti, Andriani è della Lazio, Schettino è della Lazio...
Al tifoso laziale (anche in pectore) manca il supporto emozionale ed informativo. Oggi come oggi, ci vuole un bel fegato per diventare laziale. Però... ecco, a questo punto penso davvero che il laziale la Lazio la abbia nel DNA, che ci siano tanti laziali senza saperlo. Perché, tra tutti i milioni di laziali che - come ben afferma Stefano - sono tutti diversi l'uno dall'altro, esiste, deve esistere, un minimo comune multiplo, un approccio diverso allo sport che è un approccio diverso alla vita. La Lazialità. Ho sempre pensato che la vera differenza tra noi e loro sia la curiosità. Il romanista vive nel presente, non pensa al passato (anche perché non ne ha), come diceva Stefano in presentazione il loro libro omologo è povero, le partite storiche sono poche, sono tutte vittorie, il romanista rimuove i 7 a uni, non sa accettare le sconfitte, non ha in definitiva storia perché non ne ha bisogno. La storia gli viene costruita artatamente intorno, una storia che mischia Romolo e Remo con l'Impero Romano, legionari e gladiatori, con una mitologia di Testaccio che conosce poco, non sa che Bernardini era un laziale, non sa dello scudetto-pacco del 1942, quando c'era la guerra e i calciatori (tranne i loro) erano al fronte, non sa di Viola e di Vautrot, ciancia di nemici del sistema quando il sistema, l'apparatcnik politico, il generone romano, li ha sempre supportati e coperti...
Il laziale ha invece bisogno della sua storia, la ama e ala coccola, nel bene e nel male, in ricchezza e povertà, finché morte non ci separi. La conosce perché deve, perché suo malgrado deve essere un ultrà quando parla con quelli là. Li deve inchiodare alle loro contraddizioni, deve mostrare il Re Nudo. Ogni libro laziale è un manuale di autodifesa. Noi abbiamo bisogno di storie e di qualcuno che le racconta. In mancanza di una stampa coperta e allineata. Ma non raccontarsele tra di noi. Ci serve questo libro, ce ne servono tanti, e devono essere diffusi non solo all'interno del Raccordo. Non abbiamo affabulatori che diffondono l'etica biancoceleste, ce la dobbiamo creare noi. Un laziale è, volente e spesso nolente (perché la nostra indole non è quella del missionario) un combattente.
E allora diffondiamo, partecipiamo, usciamo dal ghetto. La Lazio aristocratica e un po' snob della definizione di Piperno è bella, l'orgoglio è privato e non volgarmente esibito in ogni contesto a sproposito, però se nessuno di noi sa o se sa sa male, noi scompariamo. C'è un disegno dietro a questa romanistizzazione della città, due sono troppi. Non assecondiamo questo disegno per troppo orgoglio. Scanniamoli, sbattiamo loro in faccia quello che siamo noi e quello che sono loro. E questo libro contribuisce. A noi che sappiamo, al neutrale che deve sapere, al giallozozzo che non vuole sapere.
PS per Stefano. La Lazio ha una lunga storia. Per me non esiste il prima e dopo 1974. Le storie, raccontiamole tutte, non solo gli ultimi 40 anni.