Non siamo diversi dagli altri. Né potremmo, non foss'altro per mancanza di tempo a disposizione. Quando leggiamo una notizia, nella maggior parte dei casi non l'approfondiamo. Ci limitiamo al titolo, più raramente all'occhiello o al sommario, ancor più raramente al testo dell'articolo. E scegliamo noi a chi credere. La nostra scelta è insita in quella della testata che pubblica l'articolo. Se (per fare un esempio senza alcuna attinenza con la realtà) sono un fan di Berlusconi, leggerò sul Giornale o su Libero quanto una sentenza (ripeto, nessun aggancio con i fatti) contro di lui sia ingiusta e pilotata, altrimenti mi basta un Fatto o una Repubblica per capire quanto la stessa sentenza sia esemplare.
Nella maggior parte dei casi, senza aver letto una riga degli atti del processo in questione. Berlusca è colpevole perché è un mascalzone, e ne ha fatte più di Carlo in Francia, oppure è innocente perché da imprenditore si è messo al servizio dell'Italia, e così lo ripagano. Ma la nostra opinione si crea altrove, nei processi quelli per gli omicidi epocali, da Avetrana ai due di Perugia, ci facciamo un'opinione per un servizio, per uno sguardo di un imputato al processo, per le lacrime dei genitori di una vittima. O se l'accusato è più o meno simpatico, "buca lo schermo", è fotogenico.
Il caso Mauri non si è discostato più di tanto da questo schema. Lasciamo per un attimo da parte la Lazio. C'è un giocatore, bello ricco e famoso, c'è un PM in cerca di riscatto, dei personaggi di sottofondo meschini e sfuggenti, gli slavi poi. Quelli che in barba ad ogni rispetto per le minoranze, per le quali (esclusa la lega) si è molto sensibili, sono gli "zingari". Con tutto il carico di disprezzo che implica la parola. Zingari, quindi ladri, quindi chiunque si avvicini loro è infettato. Anche lui zingaro, anche lui ladro, se calciatore si vende (o si compra, non ricordo) le partite.
Una volta innestato, il processo si autoalimenta. L'interesse del pubblico cresce al crescere di elementi che ne possano eccitare la tendenza al voyeurismo, all'invidia un po' meschina nei confronti di chi ha più successo. Un po' di galera je fa bene, a questi. Se poi col passare dei mesi l'affare si sgonfia, l'attenzione può essere richiamata da una rogatoria svizzera, un'escursione nei Balcani da parte dei giornalisti-sodali, e da promesse a gettone di rivelazioni scottanti e prove inconfutabili.
Quando è chiaro a tutti (loro) che l'affare sta sfuggendo di mano come la sabbia, e che più passa il tempo più si rischia (dato che di elementi nuovi - pare - 'na ceppa) l'insabbiamento più grave, quello mediatico, gli atti vengono trasmessi a Palazzi, essere metà uomo metà Alemanno, e da lì parte uno stanco processo di fronte al Giudice Sportivo, in cui il Nostro le spara grosse, nella speranza. Non tutti i giudici sono come i lettori di Repubblica. Qualcuno - almeno - si è preso la briga di leggere gli atti, qualcuno - di sicuro - è rimasto inorridito, qualcuno - suppongo io - non ha avuto il coraggio di dire al nostro essere mitologico che era proprio un bimbominkia. Lo farà dire appieno a qualche ulteriore grado di giudizio. Tutto bene?
No. Perché quel che rimane è IL DANNO. L'immaginario collettivo (termine ormai desueto, ma fortemente evocativo) si nutre di pochi concetti. Pochi colori, le sfumature gli sfuggono. I fatti sono come i codicilli dei contratti di Paperon de' Paperoni, corpo 1,5. Non gli servono per farsi un'opinione. Nessuna opinione, una volta formata, può cambiare. Qui non c'è un altro assassino, c'è solo un innocente. Ma non può essere certo una sentenza di qualcuno che ha letto gli atti a cambiare il GIUDIZIO DEL POPOLO. Giudizio che si forma su Verissimo, a Domenica 5, sulle rubriche di Sportitalia. E sui titoli dei quotidiani. Di carta e online. Dove è un anno che si batte sugli stessi tasti, si rincorrono gli stessi congiuntivi, dove gli aggettivi sono tutti al limite della diffamazione, dove il Nostro Stefano è oggetto di servizi di colore, di insinuazioni sulle sue frequentazioni, sulla sua moralità e su quella della sua famiglia. Un linciaggio al quale ormai è impossibile porre rimedio.
Il DANNO è fatto. Mauri verrà fischiato ovunque andrà, dagli indignados a gettone, magari juventini o romanisti, gente che può parlare di giustizia e dignità come la Minetti di verginità. Ma tant'è. Il popolo bufalo e bue abbasserà la testa e muggirà. E ogni insulto provocherà risatine di scherno e di compiacenza, e gomitate di intesa. Ma i mandanti, ad ogni titolo, i mandanti che l'hanno sempre fatta franca, non i miseri scribacchini che inseriscono qualche spruzzatina di fango per divertire la plebe e compiacere i loro capi, i mandanti, quelli che hanno voluto creare questo caso e macchiare per sempre la reputazione di un uomo che (visto quello che ha passato quest'anno e come ha reagito) ha dimostrato un carattere che gli invidio di tutto cuore, i mandanti continueranno come prima, in attesa di un altro non-protetto da scorticare e gettare in pasto alla folla.
Il DANNO è fatto. Ma la marmaglia si dimenticherà presto, si sposterà su una nuova indignazione o su una nuova esaltazione di un terzino diciottenne bulgaro della roma, o sulla nuova donna di Balotelli. E a noi resteranno invece delle certezze importanti. Resterà la dignità di Stefano Mauri, resteranno la solidarietà e l'unità di intenti di un popolo che - finalmente - non si è accontentato delle fandonie ma ha letto, studiato, analizzato. E che li ha costretti al muro, li ha smascherati.
Il re è nudo. E ha il pisello piccolo.