A me sembra però, leggendo questo scambio di battute, come emerga la caratteristica principale del laziale moderno, che porta in sé delle contraddizioni così macroscopiche che, boh, non capisco proprio come non saltino agli occhi di chiunque.
Da una parte c'è la Lazialità, questo concetto romantico che si porta dietro i Bigiarelli, i Piola, i Ragazzi del '74 e quelli dei -9, ma anche il calcioscommesse, la serie B, le amarezze per i tanti, troppi tradimenti, comunque un percorso di vita biancoceleste, fiero di fronte ad ogni avversità, fiero della propria identità, di essere diversi da quelli là. Questa Lazialità non ha bisogno di essere coccolata dall'esterno. E' tatuata dentro di noi e pertanto indelebile.
Dall'altra ci sono i fattori esogeni. E per esogeni non intendo solo il mondo del calcio tutto, che ci ha sempre mal sopportato. Ma chi se ne frega, ci siamo sempre nutriti della loro ostilità. Ci metto anche la dirigenza, le varie disgraziate dirigenze che ci hanno accompagnato nel tempo, commettendo svarioni imperdonabili, economici e comportamentali. Pur sempre fattori esterni, che ce lo hanno sempre sgrullato.
Ora no, non più. I fattori esterni alla nostra Lazialità interiore la stanno aggredendo e sgretolando. Ci hai fatto perdere la Lazialità, è l'accusa più frequente. Ci serve qualcosa per fomentarci. Aspettiamo, vediamo la campagna acquisti e poi decidiamo. Decidiamo cosa? Se la Lazialità l'abbiamo ancora o meno? Anni fa ci fu una polemica furiosa con Cragnotti, inviso a moltissimi perché ci trattava da clienti. Noi non siamo clienti, siamo tifosi! Ora il laziale è diventato quel che il preveggente Cragnotti preconizzava. Un cliente, che valuta un prodotto, lo analizza, magari lo compara con altri, e se lo soddisfa acquista. Freddamente, impersonalmente.
Ma in realtà è un cliente atipico. Perché anche se la Nutella è buona, non la compra perché magari un manager si è imbertato un sacco di milioni per farsi una villa ad Aruba. Al pari dell'acquirente della Nutella, la Lazialità è sempre in bilico, segue l'andamento della borsa, mi compri De Vrij sale al massimo, mi vendi (speriamo di no) Candreva ci sono le barricate. Magari lo stesso Candreva sommerso da salve di fischi quando toccava palla e che era stato eretto ad esempio di campagne acquisti raccogliticce.
Ma questo c'è sempre stato, la contestazione è endemica e non solo da noi, fa parte del gioco e addirittura c'è da sospettare di situazioni idilliache. La contraddizione evidente è che - di fronte a fattori esterni - sia in gioco quello che dovremmo avere nel cuore, sempre e comunque, per essere chiamati laziali. Il parametro minimo sindacale, la separazione delle carriere, da una parte c'è la Lazialità, che consiste in: sono laziale, la Lazio gioca, la vado a vedere e tifo per lei, dall'altra l'eventuale e del tutto connaturato scontento. E' il tifoso, gente.
Ora il tifoso non separa più le carriere. Io sono laziale, mi nutro dei miti biancocelesti, però abbandono la squadra, non faccio più il tifoso, con la comoda scusa che la Lazialità me l'hanno fatta perdere. E come sono diventato esigente, non faccio più sconti, me compri il secondo centrale, forse, vediamo, non so, ma se non arriva col cavolo che mi ci vedete (VOI, la Lazio) allo stadio. Il tutto con corollario di insulti continui ai giocatori della Lazio (pippe, pippearzugo, come notava Tarallo pippe quando si comprano, campioni quando si vendono), esaltazione di quelli dellà, che ormai vediamo già campioni (e dire che per anni abbiamo perculato i Campioni d'Agosto...)
Un cliente, acido ed esigente, perfettamente conforme al manuale del tifoso moderno. La passione, l'affetto, la Lazialità? In un libro consunto di Pennacchia, buttato là in un angolo, utile solo a ritirarlo fuori per rinfacciare a qualcuno di avercela tolta, la Lazialità...
Insopportabili