Nell'analisi del calciomercato, quando ormai le bocce si sono fermate ed è possibile provare a vedere cosa sarà della stagione a venire, in un momento di particolare crisi della Lazio, l'attenzione si sposta spesso sul tifoso che "deve" pagare, "deve" tifare e ora anche "deve" accontentarsi di ciò che passa il convento: sai lo spread, la rata del fisco, le cavallette, signora mia. Una specie di dovere a concorrere alla causa comune secondo la sua capacità contributiva. Un dovere quindi civico, verso una entità ultraterrena che dovrebbe essere una squadra di calcio, che però in questa rappresentazione è totalmente staccata dalla realtà fattuale, quella di un complesso di giocatori in carne ossa, con i loro talenti e i loro limiti e che si confrontano con altre squadre di calcio in un torneo organizzato: quindi sfide sportive, non erogazione di servizi pubblici.
Tempo fa invece – neanche tanto tempo fa, a dire il vero - il meccanismo era totalmente e radicalmente diverso. Una squadra che doveva rapire l'attenzione, infuocare gli animi, far correre la gente allo stadio con il cuore in gola perché stava partendo una storia nuova, come un romanzo che non vedi l'ora di leggerlo perché vuoi arrivare alla fine o un film da guardare senza fiato perché c'è l'attore preferito da tutti guidato dal regista di fama internazionale.
Il tifoso tempo addietro reagiva a questi stimoli, che oggi sembrano sostituiti da questo assurdo dovere civico, quello con cui si paga l'imposta comunale sugli immobili, non il biglietto della partita.
Sta qui la crisi della Lazio: non nel nono posto o nel bilancio (peraltro sanissimo).