Tornato ora dallo stadio. Emozioni che rimbalzano nella testa e nell'anima.
Mai visto uno stadio intero contestare per 90 minuti un presidente, un muro bianco di cartelli "libera la Lazio", molti distribuiti ma molti fatti a mano, come tanti erano gli striscioni fatti per l'occasione in ogni settore dello stadio. Mai visto uno stadio intero chiamare i cori all'unisono, da quelli più ironici e quelli più pesanti, alcuni pesantissimi. Per fortuna non è stato condiviso quello su Buda, corredata da poche centinaia di mano tese, e gli ululati, pochi ma drammaticamente distribuiti anche ai nostri giocatori neri (a parte Keita).
In sostanza si è trattato di un gigantesco atto d'amore e di dignità, per una partita che tecnicamente e tatticamente avrebbe "conquistato" poche migliaia di persone. Partita obbrobriosa, figlio del repentino allineamento ai vecchi vizi tecnici e tattici compiuto da Reja nelle ultime settimane. Una immagine che spiega tutto: Keita sul punto di entrare che viene rispedito in panchina appena Radu catapulta in porta il gol del 3 a 2, scelta che condanna la Lazio a quindici minuti di barricate umilianti contro la peggiore squadra vista all'Olimpico.
Pochi minuti fa ho ascoltato le parole di Lotito, sperando in un sussulto di verità. Niente, nemmeno uno sprazzo. La stessa prosopopea, arroganza, mistificazione senza che qualcuno gli ricordasse i fatti e le promesse. Un sunto del delirio: 170 miliardi per comprare la Lazio, il complotto dietro la contestazione, la minaccia di mandare in galera la gente, la "promessa" di passare al figlio la proprietà della Lazio. Come un qualsiasi Kim il sung. Non si rende conto che non si può gestire un'impresa come una caserma quando si ha a che fare con la passione e i sentimenti delle persone. Oggi è iniziata una nuova stagione, non so quanto ci vorrà, ma speriamo che la strada sia segnata.
A fianco della Lazio, per immaginare un'altra Lazio.