Dopo averla vista indossata dai nostri giocatori nella sfortunata finale di ieri, mi sento di emettere un giudizio definitivo.
C'è un dibattito - tra i tifosi laziali - sulla legittimità e la possibilità di affermare che una maglia della Lazio sia brutta. Non è necessario ricorrere alla logica aristotelica per ricordare che l'affermazione
(a) una maglia della Lazio è brutta
è ben diversa da
(b) la maglia della Lazio è brutta
È noto, infatti, che l'articolo determinativo (b) denota la totalità degli esemplari passati, presenti e futuri, la maglia della Lazio per se, mentre l'indeterminativo (a) denota una specifica maglia della Lazio in particolare.
Mi sembra quindi legittimo e possibile dire che una maglia della Lazio è brutta.
Eppure, anche così, al laziale questa frase suona, sì, logicamente giustificata, ma qualcosa stona nel cuore. Nemmeno Aristotele e San Tommaso convincono. Per poter affermare la bruttezza di qualcosa allo stesso tempo così sacro e così oggettivamente bello (il celeste e il bianco sono tra l'altro i miei colori preferiti, tifo per la Lazio anche per i suoi colori e se non esistesse la Lazio tiferei per il Malmö Fotbollförening) ci vuole qualcosa che legittimi la suddetta affermazione a livello fideistico, mistico, sacrale appunto.
Lasciatemi quindi ricorrere all'esempio e alle parole di un Pontefice per dirimere la questione, a un Pontefice il ricordo del quale (sono vecchio come Cagliostro) mi fa fremere di nostalgia e inveire contro 'sti Papi liberali de oggi, che in confronto so' puzzette. Mi riferisco a Sisto V. "Papa Sisto, er Papa che nun perdona manco Cristo", lo definiva il popolo romano.
Tra i tanti aneddoti della sua vita - in cui emergono tanto la sua arguzia come la sua severità - ce n'è uno che fa al caso nostro. Si narra che un giorno, a Roma, cominciò a circolare la voce che emanasse sangue da un crocefisso di legno. Immediatamente, nel sito in questione, la religiosità popolare fece sì che le folle si radunassero ad adorarlo. Gli avversari di Sisto V considerarono questa una buona occasione per metterlo alla prova: "Cosa farai, adesso?", gli chiesero. "Se tolleri questa devozione popolare, potresti legittimare un fenomeno che, chissà, è un inganno o addirittura qualcosa di demoniaco. Se la proibisci, puoi sembrare empio e ottenere l'effetto contrario". Sisto V ci pensò su un giorno - più o meno come me sulla maglia della Lazio 2016, vi giuro che non ci ho dormito fino a che non m'è sovvenuto, più o meno all'alba, il ricordo dell'adorato Pontefice - e poi si recò risolutamente al luogo dove veniva venerato il crocefisso. Tutti - sostenitori e nemici - attendevano con curiosità e trepidazione di vedere cos'avrebbe fatto. Sisto V prese una scure e la abbatté sul crocefisso di legno, avendo però la cura di dire, nell'atto: "Come Cristo ti adoro, come legno ti spacco", evitando il sacrilegio. L'astuto Pontefice la spuntò: il presunto miracolo era spiegato dal fatto che all'interno del crocefisso erano state inserite delle spugne imbevute di liquido rosso, per turlupinare il popolo.
Morale della favola, detta alla Sisto V: "La maglia della Lazio è stupenda, il template della maglia 2015-16 fa cagare, è un'oscenità, è una tovaglia, è un pigiama, nun se po' vedé, è umiliante".
Mi sento meglio. L'ho detto.