Sono passati due anni esatti dall'arresto di Stefano Mauri.
Due anni e ancora nessuna decisione sul rinvio a giudizio, nessun bonifico, nessun movente, né ricevute, assegni, pizzini.
Niente.
L'inchiesta che doveva far tremare il mondo del calcio si è via via ridotta a un accanimento mediatico contro un solo giocatore.
In un paese normale l'accanimento avrebbe dovuto esserci nei confronti di un PM incapace di portare delle prove ma bravissimo a ungere la stampa con dichiarazioni strampalate, e altrettanto bravo a portare il processo davanti ai microfoni agendo da Pubblico Ministero, Giudice e carceriere.
Io non dimentico.
Come non dimentico il fango gettato sulla Lazio da un paio di inqualificabili giornalisti apparsi sulla scena con il nodo scorsoio.
Non credo che qualcuno farà mai chiarezza.
Il qualunquismo è un difetto del modo di pensare, per carità, ma un paese normale dovrebbe quantomeno stigmatizzare con decisione il comportamento dei personaggi protagonisti di una storia grottesca.
Mi auguro che un giorno i vari Di Martino, Mensurati e Foschini siano costretti a dare una spiegazione del loro assurdo comportamento.
Nel frattempo, però, non ascoltarli né leggerli più ha contribuito a rendere l'aria più respirabile.
E il 26 maggio del 2014, la faccia di Mensurati è una delle prime che mi è venuta in mente.