Io sono della Lazio. Perché? Non lo so. Sono della Lazio da quando ero ragazzino.
La Lazio è la mia pazzia, la Lazio è la mia gloria, la Lazio è la mia vittoria, la mia bandiera al vento.
La Lazio è il mio canto. La Lazio è il mio vanto. Parafrasando le parole del caro amico Aldo.
La Lazio è mia, vive soprattutto nel mio intimo. Non la divido con nessuno al mondo, con nessuno la spartisco. Me la vedo da solo anche in mezzo a tanta gente, soffrendo da solo spesso come un cane, penando e gioendo come un ragazzino, urlando, saltando, piangendo, tirando pugni al cielo, e bestemmie e urla.
Non vado allo stadio, non vado più allo stadio da... non so, otto, dieci anni.
Adoro la Lazio, sempre.
Ma soprattutto la Lazio quando soffre, quando lotta, quando è povera e quando è piccola piccola. Così piccola che la terrei nel palmo della mia mano. Mi fa impazzire la Lazio quando è capace di imprese uniche, inaspettate, sublimi. Ma anche quando perde, anche quando pena. Io la sento mia, anzi mi sento io parte minimale ma importantissima di Lei, nel profondo. La Lazio col veleno, la Lazio tosta, la Lazio che non molliamo, la Lazio di Fiorini, la Lazio di Ugo Longo, la Lazio di Paolo Carosi, la Lazio di Garlini, di Polentes, di Gutierrez, di Manservisi e dei fratelli Filippini. La Lazio di Cupini, di Monelli, di Mauri e Rocchi e la Lazio di Corradi e la Lazio di Minala. La Lazio che nonostante tutto, c'è. La Lazio che, alla faccia vostra, c'è.
Un amore unilaterale, sconfinato, ottuso, lungo una vita. E il resto è vita quotidiana che non cede di un millimetro. Fatta di tante cose più importanti.
Non ho niente a che fare con voi, io. Niente. Coi vostri cori, coi vostri concetti assurdi, coi vostri silenzi, coi vostri auguri di morte. Coi vostri cartelli, con quello che scrivete qui sui forum e con le vostre assenze. Niente. Ma fratelli de che.
E me ne sto a casa, lontano da tutto, io innamorato, vicino vicino alla mia Lazio che con me non sarà mai sola, statene certi. E Lei lo sa.