Io capisco l'animo e le intenzioni di Nanni, e c'è una parte importante delle cose che dice comune a tutti i laziali qui presenti. Ma non posso non fare i conti con l'estremizzazione di KG (l'odio, per certa letteratura sovversiva, è il vero motore della conoscenza e della trasformazione).
A volte sembra che l'unico modo per coltivare certa lazialità è condannarsi a una condizione di ascesi ideologica, dove c'è sempre un richiamo a un'origine che spiega tutto, che ci conforta, che ci divide, che mette un pre e un post, che traccia linee sulla nostra passione.
Sono sicuro che negli anni sessanta, al bar, c'era qualcuno che rimpiangeva il "mitico Ancherani" o il campo della Rondinella, al posto del dispersivo Olimpico, o faceva riferimento allo spirito pioneristico dei barcaroli (tifosi veri) contro l'irruzione del consumo di massa del calcio.
Non voglio banalizzare la discussione riducendola a una dinamica passatista; è che a volte non si riconosce la natura appassionata, seppur sporca, di chi oggi - OGGI, nei tempi della comunicazione globale, della socialità permanente, di un gioco che produce denaro a prescindere delle nostre stupide chiacchiere, dell'immaginario come motore economico e sociale anche e soprattutto nello sport - sbatte la testa in curva e fuori, tra divani e tornelli, tra gentaglia e persone meravigliose, tra inni di morte e atti d'amore gratuiti, per dare ancora un senso a questo tifo.
Sembra che all'improvviso, e solo in questi anni, abbiamo scoperto il lato oscuro di questa passione, che ci accompagna da sempre, ed è condensata (genericamente) nel dissenso o nella contestazione di questa gestione societaria. Io non ricordo una sola volta un'amore totalmente gratuito, senza striature, senza farsi del male, senza conflitto. Non lo ricordo, da nessuna parte: allo stadio, a Tor di Quinto, per strada, negli alberghi, nelle aule giudiziarie, tra tifosi, tra tifosi e squadra, tra tifosi squadra dirigenti e giornalisti.
Ne abbiamo parlato in diversi topic, ma qui non ci stiamo giocando una semplice maggioranza o minoranza su un'opzione o l'altra, ma lo stesso giocattolo che muove la nostra passione. Siamo stretti in una morsa, che deve tenere conto degli effetti della rivoluzione del 1993 (avvento dei diritti tv): da una parte, una società che ha la pancia nel neo-calcio ma vuole mantenere i tifosi in una condizione perenne da "coma controllato"; dall'altra, un "mondo ultras" che, a partire anche da buone ragioni, sbatte la testa al muro dei richiami identitari, dei perimetri consolatori, della vulgata nostalgica dell'epoca che fu.
Ma la prima mossa, per far tornare a innamorare un ragazzino a scuola, come allo zio che fa il benzinaio ad Anagni, è uno scatto di ambizione e immaginario, non solo nella competizione sportiva, ma nella comunicazione, nel rapporto, nei progetti che coltivano la gioia di essere laziali. Servono i racconti dei più grandi, dei Sentimenti, Lovati, Chinaglia, Giordano, Signori, ma anche una figurina - da non vendere il 31 gennaio - a cui aggrapparsi ora e domani mattina.