LAZIO CALCIO: DA BRAVEHEART BIANCOCELESTE ALLA DISTRUZIONE DI UN MITO"Questo gol è la rivincita dell'intero popolo laziale. Io sono soltanto il mezzo della giusta consacrazione. Segnando ho difeso la lazialità, i tifosi che fino adesso sono stati sbeffeggiati. Davanti al mondo, ho riconsegnato loro la dignità che avevano ingiustamente perso. Sono riuscito a far saltare dalla sedia anche i bacchettoni della Monte Mario, quelli che io chiamo "Laziali da comodino", quelli che magari, hanno scelto di essere della Lazio perché la maglia biancoceleste s'intona al maglione di cachemire meglio di quella giallorossa... C'era solo un tifoso in campo che aspettava di realizzare il suo sogno, quello di esultare ad un goal della Lazio sotto la curva della Roma. Io non l'ho fatto con la sciarpa, ma con la maglia, che poi è il vestito più importante per un tifoso e per un giocatore. E'stata una gioia immensa".
Come dimenticare frasi come questa? Come dimenticare quei festeggiamenti sotto la Curva Sud ?Come dimenticare quello che quest'uomo ha saputo dare all'ambiente biancoceleste? Certe frasi rimangono tatuate indelebilmente. Eppure, proprio lui oggi si sta impegnando a cancellare un connubio che sembrava indissolubile. Fu adottato come il "Braveheart biancoceleste", il simbolo della Lazio. Oggi,il nuovo Di Canio è un uomo scalfito dall'odio che ha scelto di anteporre proprio l'odio per Lotito alla sua Lazio. Oggi appena può, non fa che sparare a zero. Proprio lui che oggi nelle vesti che ricopre da commentatore sportivo, più di ogni altro potrebbe difendere la Lazio dall'indifferenza dei media o spendere qualche degna parola a favore della sua ex squadra, decide di unirsi al coro. Decide di parlare di Lazio fortunata, di una Lazio ai vertici per caso, di una Lazio sorretta dal solo fato. Parla di una squadra senza identità, senza gioco arrivando addirittura ad esaltare un Napoli che per quanto se ne voglia dire, ha dimostrato che senza un Cavani in più e una dea bendata dalla sua, magari, non sarebbe poi andato cosi lontano. Ha deciso di voltare le spalle alla sua gente che ancora oggi si chiede : "perché?"
Da semplice "tifoso integralista" - ha attaccato Di Canio - non mi sento più rappresentato da questa squadra e da questa società. Di sicuro non metterò più piede all'Olimpico, neanche ai derby, fino a quando ci saranno questi personaggi. Quando andranno via, organizzerò una festa e la farò diventare un evento ogni anno: sarà il nostro giorno della Liberazione». Poi i giudizi, al veleno, sui singoli. È la volta del presidente Lotito, definito «un tifoso romanista medio e mediocre travestito da laziale» e reo, secondo l'ex numero nove biancoceleste, di essere «un moralizzatore solo a parole. Infine i compagni, alcuni dei quali vengono etichettati come «[...] di indossare la maglia biancoceleste».
Magari sono insulti dati dalla rabbia di chi non può più stare vicino a chi ama... magari quest'uomo merita delle attenuanti ma una cosa è certa: l'odio per il singolo non può in alcun modo essere anteposto all'amore per quei colori del cielo che diceva di amare più di se stesso..
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Ramona Marconi
UNn buon articolo, mi sembra sintetizzi il concetto in maniera perfetta