Citazione di: DajeLazioMia il 24 Mag 2021, 11:25
@IB
Ma quella sarebbe la lettura che daresti te ed altri.
La narrazione della Lazio al di fuori non e intrisa di Lazialità, ma è incentrata sulla capacità di fare bene con poche risorse.
E non è una narrazione che chiama il grande nome per essere proseguita, né per forza uno Laziale da 20 anni. La Lazio di Lotito non e la narrazione legata ai 5 anni di Inzaghi. Sarebbe molto riduttivo leggerla così.
La questione non é di quanto sia intrisa di lazialità la Lazio ma di come venga percepita.
Gattuso e
Inzaghi, in questa discussione non sono Gattuso e Inzaghi ma sono due topos che utilizziamo per capire la questione. Sono due categorie che stiamo cercando di definire in questa discussione. Sono due
racconti profondamente differenti, ed é qui il busillis che non riusciamo a chiarire. Non é più, forse non lo é mai stata, una questione di statistiche o di curriculum. Se restiamo su questo piano é evidente che non c'é uscita dialettica.
Quella
capacità di fare bene con poche risorse che citi, e su cui concordo profondamente, non puo' vivere con una scelta conservativa, perché ne é la negazione. E non funzionerebbe, qui aggiungo un secondo me, soprattutto a livello ambientale. Non é soltanto una questione di grande nome o di grande laziale, ma di messaggio.
Paradossalmente sarebbe più aderente al messaggio ventennale di Lotito l'annuncio di aver preso, come allenatore, Franz Pinckopalliner, miracoloso artefice della doppia promozione della Dinamo Heidelberg dalla quarta serie alla serie B tedesca i soli due anni piuttosto che un "Gattuso".
A prendere un
Gattuso per sostituire Inzaghi sono buoni tutti. E' la scelta che farebbe un buon padre di famiglia. Per la Lazio, secondo me, questa regola non vale. Per sostituire Inzaghi ci vuole un altro "Inzaghi". E' la stessa parabola del mercato di Tare. Le famose 3 sessioni oggettivamente fallimentari di Tare sono state contrassegnate dalla quasi assoluta mancanza di acquisti
alla Tare e dall'arrivo di giocatori con curricula facilmente interpretabili anche dai comuni mortali. Berisha, Badelj, Durmisi, Fares, Musacchio, dentro i loro curriculum ci trovi centinaia di partite internazionali, di partite di serie A, di presenze in nazionali più che quotate. Le 18 presenze nella nazionale danese di Durmisi valgono quelle di un qualsiasi Pellegrini. Tare ci faceva sognare, e ci ha fatto sognare, quando si presentava a Roma con uno sconosciuto difensore dello Young Boys, un depressivo panchinaro del Liverpool che voleva smettere con il calcio, uno spilungone mezzo serbo e mezzo spagnolo che aveva fatto 24 partite nel Genk che il 95% dei tifosi della Lazio manco saprebbe identificare in una cartina d'europa dicendoci che era un fenomeno.