E se distrattamente stessimo lottando per non retrocedere?
La situazione è seria, molto più di quanto ci vogliano far credere. Tutti noi viviamo il calcio da troppo tempo per non aver imparato a leggere i segnali nascosti nelle pieghe di una stagione.
Quante volte abbiamo visto retrocedere squadre ben attrezzate per le quali ad inizio campionato si ipotizzava ben altro epilogo. Ricordo il Milan di Baresi, Collovati, Tassotti, Jordan, Novellino, Evani, oppure la Fiorentina di Batistuta, Di Mauro, Iachini, Effenberg, Brian Laudrup. In un certo senso anche la Lazio di D'amico, Giordano, Manfredonia, Batista, Laudrup, Dell'Anno, Podavini, Calisti era destinata ad un campionato diverso ed invece retrocesse raccogliendo la miseria di 15 punti.
Ci sono stagioni che nascono storte, che prendono un cammino tortuoso, complicato, verso un destino indecifrabile, a volte cupo come un mare d'inverno.
Io non so cosa troveremo alla fine della strada, ma quello che c'è nella valigia di questo viaggio non mi piace. Ci sono tutti gli elementi per andare incontro ad una brutta sorpresa.
Un ambiente diviso, da molto, troppo tempo.
Smarriti nell'amletico dilemma tra "lotitiani" ed "antilotitiani" brancoliamo nella nebbia del rancore e dell'ostilità, sprofondando nel sonno dell'apatia. Molti di noi vedono la Lazio attraverso un filtro, sfocata, come se fosse un'entità distante, lontana, irriconoscibile. La passione, l'amore, la voglia di lottare, di gridare è un ricordo lontano, tanto lontano che quasi non ci appartiene più.
Un presidente chiuso nel suo ego, sordo ad ogni appello, incapace di stabilire un contatto empatico con la gente, sempre pronto a dire a tutti quello che devono e non devono fare, crogiolandosi nell'illusione della sua infallibilità.
Un allenatore proiettato verso un domani che non parla di Lazio. Una bravissima persona, un uomo onesto ed un buon professionista, ma incapace di scuotere la squadra, di dare quell'impulso necessario per cambiare una storia. Inoltre, dobbiamo ammetterlo, incapace di farla giocare bene da quasi un anno, perché l'oppio del 26 maggio (che Dio lo benedica sempre), ha cancellato dalla nostra mente un girone di ritorno inguardabile sotto tutti i profili, del gioco, dell'intensità, della determinazione, della qualità.
Siamo da medio-bassa classifica da circa un anno, questa è la verità.
Una rosa incompleta e sopravvalutata, con giocatori improvvisati in ruoli che non sono abituati a ricoprire, ed altri che sentono i colpi del nemico più crudele che un atleta possa affrontare: il tempo. Ci sono poi promesse che non promettono nulla ed altre che hanno bisogno di tempo per mantenerle. Ci sono ottimi giocatori che non giocano da tali ed infine, quel che è peggio, ci sono campioni che fingono di esserlo ma non lo sono.
Una comunicazione ostile, o quantomeno non amica, che predilige sia una la squadra forte della città e questa squadra non veste di bianco e azzurro.
Tutto questo mi porta a dire che, se non corriamo ai ripari, il rischio di vivere un incubo è molto forte.
Cosa significa correre ai ripari? Cambiare il tecnico, intervenire sul mercato a gennaio, sostenere la squadra come tifosi.
Poi servirebbe un Lotito diverso...ma questa è un'altra storia
Sandro Di Loreto