Che fare?
Presupposto di partenza, sono un tifoso della Lazio, una squadra con due colori sociali: il bianco e il celeste. Tempo fa si diceva anche azzurro, ma fa lo stesso, ci siamo capiti.
Di uno stadio multicolore non so che farci. Mi sembrerebbe una manifestazione di pacifisti o addirittura Gay pride, ma nonostante i miei sforzi di essere politically correct, non vado all'Olimpico a mostrare urbi et orbi che sostengo la pace sempre e comunque e che sono vicino alle rivendicazione dei diritti di gay, lesbiche e transgneder. E poi mi farebbe tanto romanista, che ai tempi della coppinfaccia si mise a seguire il basket e la finale del mondiale di cricket.
No, voglio rimanere sul pezzo e facciamo un po' di chiarezza. Io allo stadio vado per la LAZIO, una squadra di undici ragazzi in mutande, presi tra i quattro angoli del mondo, che corrono appresso a un pallone vestiti di bianco e celeste (o azzurro vedi sopra). Quindi gli unici colori che sono pronto a vedere allo stadio sono questi: bianco e celeste, celeste e bianco. Non altro.
L'unica reazione davvero rivoluzionaria e di rottura sarebbe quello di non metterci nessun business, ma di fare come si faceva una volta. Andare in merceria, comprarsi una po' di stoffa, e rompere le palle a mamma per farci fare una bandiera. Fatelo tutti davvero, anche se avete 40 anni e vostra madre, poverina, è un po' acciaccatella. Fatelo, per recuperare quella sana e bambinesca follia di vedere soltanto due colori e sti chissenefrega del fatturato.
Poi si va allo stadio, si saluta il paninaro, si acquista il borghetti di ordinanza, si passa il vaglio dell'amichevole steward, quello inflessibile del poliziotto e carabiniere, si sopporta il giogo del tornello e allora si salgono le gradinate con la bandiera di mamma e la sciarpa che avevi nel cassetto dal 1979, un po' ingiallita ma fatta da nonna - te lo ricordi? - con la lana buona comprata.
E da lì forza Lazio e dissenso ben visibile, ben nitido e anche un po' maleducato visto che dovremmo essere almeno 40 mila, che abbiamo fatto le scuole a Torpignattara, mica a Cambridge e in Chiesa abbiamo fatto praticamente la comunione e il torneo con Don Isidoro (in finale perdemmo con quelli di Centocelle, mortacci loro).
Le manifestazioni saranno rumorose, tutto sommato pacifiche, si spera non violente, ma sicuramente a brutto muso perché se semo rotti un pochetto er cazzo, e quelli de Torpignattara, ma anche quelli de Centocelle sono buoni e cari, ma alla lunga se incapricciano.
Quanto al boicottaggio delle attività del presidente, non so bene come fare. Anzi, visto l'attività della aziende dell'azionista di maggioranza, non sarebbe proprio il caso. Andare alla Stazione Termini e buttare la carta per terra (i cestini portano la scritta: SNAM LAZIO SUD) oppure pisciare negli androni degli Ospedali non mi sembra molto urbano, anzi. E poi ci sono lavoratori di mezzo, precari da 900 euro al mese e io so un pochetto de sinistra e quando ho davanti un operaio, io figlio di operai, mi passo una mano sulla coscienza e non ce la faccio.
Tuttavia, evitare di acquistare la maglia replica o la sciarpa griffata (prodotta in Indonesia) quello sì è un sacrificio duro da digerire, da laziale, ma efficace, e se rimpiazzato dalla bandiera di mamma e dalla sciarpa di nonna potrà avere un senso.
Sarà dura, sarà lunga, sarà dolorosa, ma il laziale vuole e deve tornare a sognare.