Passi per il Giardino delle vergini che so' annate a mori' ammazzate e per Maria Antonietta.
Due sufficienze striminzite.
Lost in Translation lo considero una delle bufale più grosse e grasse degli ultimi anni. Sceneggiatura inesistente, tempi dilatati, un Bill Murray che fa il Bill Murray, ovvero l'Edy Reja degli attori, con un curriculum più imbarazzante che lusinghiero, una Scarlett Johansson coinvolgente come un merluzzetto lesso senza sale.
Boh.
Mi si dice, mi dicono, quelli che ne capiscono, che sì, è vero, non c'è sceneggiatura perché si è puntato tutto sulle emozioni; lo spaesamento, la complicità inaspettata, ecc.
Boh.
Facce un corto, al limite.
Poi Somewhere.
Non lo commento neanche. Non ce la faccio proprio.
Però le riconosco un merito: per parlare del vuoto (in Lost e Somewhere) usa il vuoto, un cinema vuoto. Con l'aggravante però che, per arrivare al vuoto, svolge un compitino didascalico. Tanto didascalico da irritare. Per capirci: Carver scriveva del vuoto facendolo riempire al lettore. La Coppola sembra una emo girl che ci dice: "ragazzi, esiste il vuoto, esistono dei problemi. Ora vi faccio vedere un ragazzo triste. Non è triste? pensiamoci tutti quanti insieme".
O la Coppola è un genio, e allora sta oltre, ma molto oltre, del tipo che sta riscrivendo le coordinate del cinema e fra 20 anni tutti si inginocchieranno ai suoi piedi e al suo metodo; o è furba come pochi; o è miracolata come pochi (e con quel cognome non sarebbe tanto una sorpresa).
Oppure, ed è l'ipotesi di cui mi sto convincendo, avete presente Chanche (Peter Sellers) di Oltre il Giardino?
Ecco, mettetelo dietro la telecamera.