Non mi è piaciuto, quasi per niente

Un Moretti ormai pasciuto all'interno del morettismo.
La sensazione di fondo, evidenziata da V., è quella di un microcosmo simbolico e stilistico, appunto il morettismo, che invece di farsi apprezzare per la sua peculiarità, denuncia ormai il fiato corto e una certa aridità espressiva.
Insomma, Moretti respira se stesso, il suo universo chiuso, si nutre di una realtà creata da lui stesso. Con queste premesse non può che (ri)produrre se stesso. Un loop che ad ogni giro perde vitalità e freschezza.
Alla fine manca l'aria, o almeno quella che Moretti ci offre è stantia.
Nanni, c'è un mondo là fuori...
La sensazione di fondo di una certa superficialità rimane. Il film è una
pellicola che avvolge, provocando asfissia da bidimensionalità.
Il papa è talmente insicuro, combattuto, schiacciato dalla responsabilità da risultare quasi inumano.
La sua incertezza assume un'unica declinazione: la fissità. Non ho mai provato empatia. Non ho mai sentito la necessità di entrare dentro il film e abbracciarlo.
Un papa freddo, quasi respingente.
I cardinali sono macchiette, bambinoni. Sembra di stare in una delle tante pause pranzo a Cinecittà tra caratteristi, comparse, figuranti.
Volendo desacralizzare e umanizzare l'istituzione per eccellenza del sacro, Moretti approda a un pallido Boris.
Qualche didascalia degna della consulenza di Lotito: il papa che entra nel bar e trova il giovane scortese (bagno rotto, neanche una telefonata si può fare) e la giovane che invece lo aiuta, porgendogli il suo cellulare.
Ci mancava che apparisse Bersani (in maniche di camicia): vedete in Italia non c'è solo egoismo ma anche solidarietà, gente disposta ad aiutare, gente di cuore!
Irritante Moretti, nel ruolo dello psicanalista in versione Filini.
Irritante la Buy, da 30 anni sempre uguale, come sorella, amante, moglie, compagna, amica, madre, figlia... E basta.
Irritante la lunga partita di pallavolo.
Più che un film è un piccolo viaggio all'interno di una camera dall'aria stantia.