Lazio.net Community

Varie / General => Let the good times roll => Discussione aperta da: sigurd il 04 Nov 2013, 22:12

Titolo: il redattore K.
Inserito da: sigurd il 04 Nov 2013, 22:12
leggetelo!
http://www.lubulab.com/rat-lab-blog/item/137-tari-tasi-e-trise.html




TARI, TASI e TRISE: se il nostro Paese non è ancora arrivato al collasso economico e finanziario, di certo è arrivato a quello linguistico. Del resto, c'era da aspettarselo: la nostra non poteva che essere un'implosione cacofonica, una detonazione allitterante, una sventagliata di onomatopee: TA–TA–TRRR. In questa manovra il Redattore K. ci vede molto futurismo, ma poco futuro. Nondimeno, gli sembra di capire che la nuova nomenclatura fiscale abbia suscitato tra i suoi concittadini una particolare curiosità di tipo linguistico; anzi, più propriamente, una giocosità. È in sé un fatto interessante: da tanto tempo non li vedeva più così vitali.


Per strada si gioca a chiamarle: "tisi", "stasi", "crisi", "tare", "trase" (siciliano); si pronunciano all'inglese "teir", "teis", "trais"; si assimilano alle analisi del sangue: "Transaminasi: nella norma; TASI: alta"; si gode a sentire i politici mentre anche loro si impappinano nel dirle.
L'intrinseca difficoltà e l'istintiva ripugnanza nel pronunciare termini tanto infelici quanto questi genera bisticci di parole che sono il motore stesso del comico; il linguaggio, inciampando sugli orli sfilacciati dei suoni e nei lacci sciolti delle sillabe, per non cadere si aggrappa all'analogia fonetica e alla fine se la cava, e se la ride pure. Al Redattore K. le analogie hanno sempre messo ottimismo: finché sarà possibile paragonare qualcosa a qualcos'altro, allora una via d'uscita ci sarà sempre. D'altro canto, ciò tradisce anche l'origine per certi versi vergognosa dell'analogia, vale a dire l'indigenza, e la sua natura non meno riprovevole, vale a dire che è un espediente, un trucco, un raggiro.
Adesso facciamo i funamboli sulle parole TARI, TASI e TRISE per riderci sopra, per dimenticare che siamo solo dei pezzenti tartassati, come a scuola prendevamo in giro i professori per esorcizzare il loro sacrosanto potere di infliggerci insufficienze o di non mandarci al bagno. Se leggiamo Tifone di Conrad, poi ci verrà voglia di cambiargli il titolo; lo chiameremo: Il libro dei "come", tanto vi abbonda l'uso della similitudine. Però, è normale che sia così: difronte all'evento sublime, terrifico e smisurato del tifone anche quel vecchio lupo di mare di Conrad sperimenta la pochezza, l'irrilevanza e l'insignificanza delle proprie risorse linguistiche dirette e, per riportare a casa la pelle, deve ricorrere di continuo ai prestiti e ai mutui dell'analogia nella forma della similitudine. In pratica, le analogie sono rotte migratorie da un dominio semantico all'altro, dove infine speriamo di poterci trovare meglio che in quello di partenza. Il prototipo stesso dell'analogia, secondo il Redattore K, è l'aringa essiccata che un tempo i poveracci appendevano con un filo sopra la tavola, in modo da passarci sopra la fetta di pane che avevano per pranzo e illudersi che così avesse più sapore e sostanza.
Per rappresentare questo concetto, il Redattore K. ora si cimenterà in una sorta di allegoria dell'analogia. Questa allegoria consisterà in una distopia (avete presente Fahrenheit 451 di Bradbury? Ecco, quella è una distopia). Naturalmente, per quanto assurdo potrà sembrarvi l'assunto sul quale si basa, almeno per ora dovrete aderire ciecamente alla sua logica interna.
Il nostro Redattore pensa che ai piani alti non ci abbiano detto tutta la verità. La bruttezza indescrivibile dei nomi delle nuove imposte dà motivo di credere che qui non siano soltanto le risorse economiche a scarseggiare, ma anche le parole; diversamente, ne avrebbero usate di più semplici e civili per tassarci. Ma cosa intende dire il Redattore K.? Intende dire (e qui viene l'absurdum) che la quantità disponibile di ciascuna parola è limitata e sta per esaurirsi. In altri termini, non esiste solo un numero finito di parole all'interno di una determinata lingua, ma anche una quantità finita di ciascuna parola all'interno di quella stessa lingua. Un esempio pratico: per il 2014 abbiamo una scorta di soli quaranta milioni di unità della parola "cosa". Terminata la scorta, nessuno potrà più dire "cosa", perché mancherà la parola. E se finissero tutte le scorte di tutte le parole, delle due l'una: o il silenzio o la massiccia importazione di parole da Paesi più ricchi e meno loquaci del nostro. Vista l'assurda difficoltà del cinese, è probabile che finiremmo per parlare tedesco (o almeno, finirebbero per parlarlo quanti fra di noi avessero abbastanza denaro per comprarsi parole con lo stemma della Porsche stampigliato sopra).
Ma cosa fareste voi, se vi accorgeste che le vostre parole fossero sul punto di finire? Fareste come se vi stessero finendo i soldi, vale a dire che ne usereste di meno sforzandovi di essere più coincisi, laconici e sentenziosi, cambiereste senz'altro stile di vita, uscireste di meno, ve ne stareste più per conto vostro (come succede durante una qualunque normalissima depressione), fareste bilanci più accorti studiando bene come arrivare a fine mese. Verso il quindici, potreste accorgervi, per esempio, di aver usato troppi articoli femminili e che d'ora in poi vi dovrete accontentare di dire: "Il mamma", "il pizza", "il birra". A questo punto, è molto probabile che cominceranno a farvi un po' di rabbia i milionari che, potendosi permettere in quantità articoli, avverbi, aggettivi, arcaismi, tecnicismi, forestierismi e ogni altra sorta di lusso linguistico, resterebbero gli unici a poter sproloquiare di questo o quello, mentre voi, poveri e ammutoliti, sarete costretti a sorbirveli standovene in un angolo a soffrire, senza nemmeno la possibilità di contraddirli o di chiedere aiuto (ma, d'altronde, anche questo succede normalmente, nel nostro Paese come in tante altre parti del mondo).
E poi, ricorrereste a dei trucchi. Intanto, usereste di più i gesti. Tuttavia, anche i gesti e i segni sono un linguaggio e come tali, in questo sistema, sono contingentati. Attenti, dunque: potreste non solo restare senza parole, ma anche paralizzati. Quanto ai verbi, piuttosto che incaponirsi a usare sempre il presente indicativo, sarebbe consigliabile a questo punto privilegiare gli usi modali e ricorrere a tempi verbali più insoliti, come il congiuntivo e il condizionale. A proposito, il Redattore K. si è accorto di aver esaurito con questo articolo la propria scorta personale di congiuntivi e condizionali e, visto che anche quella di Lubu Lab ormai è ridotta ai minimi termini, da qui in avanti ne faremo a meno (noi ci lavoriamo con questa roba!). Per risparmiare, useremo solo il negletto passato remoto.
Anche certe figure retoriche servirono al nostro scopo e con esse risparmiammo qualche parola. Ma alla fine fu tutto inutile e non avemmo scelta: spezzammo le parole in sillabe e usammo una sillaba per volta, nella speranza che l'interlocutore capì; quelle che avan, le usa in se o le me do man. E pa do rola, silla po ba, ci capi sem di me, to che ci brò d'esse sor. A for di par a pe, la comu ven iosa e fasti e macchi e, con la rin pesa so la vola, fum trop pove pe paga le prote; sì, sen tan discus e zi e ma, lo sta ci rise con al tari, tasi e trise.
Titolo: Re:il redattore K.
Inserito da: sigurd il 16 Nov 2013, 22:24
ribadisco: uno dei piaceri della vita.
Come il whisky buono - però gratis.

http://www.lubulab.com/rat-lab-blog/item/138-scrivo-un-libro-e-ti-raggiungo.html



Scrivo un libro e ti raggiungo!
in cui il Redattore K. mostra come la stanchezza possa servire al progresso delle arti.

1. E ∩ O

2. E U O

3. E ∩ O

Cosa sono queste formule? Forse, le specifiche tecniche della caldaia del Redattore K.? No. Sono un racconto. Più esattamente, sono la struttura semiotica profonda di un racconto a lieto fine.



Un racconto triste, invece, è questo:

4. E U O
5. E ∩ O
6. E U O

Sì, lo sappiamo: è molto triste, ma adesso asciughiamoci le lacrime e proviamo a capirci qualcosa. In primo luogo, bisogna intenderci su che cos'è "racconto". Un racconto, nella sua struttura più profonda, nel suo scheletro, non è che una serie alternata, e variamente complicata, di congiunzioni e disgiunzioni tra l'eroe e l'oggetto del suo desiderio, sicché raccontare consiste in un dare e togliere. Se riprendiamo le formule della caldaia del Redattore K., dove E sta per "eroe", O per "oggetto del desiderio", U per "disgiunto" e ∩ per "congiunto", allora il primo racconto ci dirà che in principio (1.) l'eroe possiede ciò che desidera (un amore, un regno, un certo status sociale ecc.), che poi per qualche motivo (magari per le trame di un antagonista) lo perde (2.) e che, infine, dopo chissà quali e quante peripezie, lo riacquista (in sostanza, la formula "e vissero felici e contenti" corrisponde a 3., "E ∩ O", solo che, a sentirlo dire così, probabilmente Cenerentola preferirebbe tornare a svuotare i pitali della matrigna e delle sorelle).

Nella storia triste, invece, si comincia con il nostro E privo di ciò che desidera (sono quei libri in cui in principio il protagonista vive una situazione frustrante, monotona e insoddisfacente, quel genere di libri che per solito hanno titoli lapidari del tipo: La morte); poi, in 5. la svolta positiva: trova l'oggetto del proprio desiderio e vi si congiunge: ora è felice. Ma la felicità si corrompe o si rivela illusoria, e in 6. il povero E, votato allo scacco, perde irrevocabilmente ciò che ama e magari si suicida pure (nella storia triste, in effetti, E dovrebbe stare per "ecatombe").
Pensate a un racconto qualunque (scritto o orale, non fa differenza) e vedrete che alla base è costruito così. Pensate che sia banale e generico? Sì, lo è, ma nel modo e nel senso in cui lo è ogni fondamento. Potrete pure essere fini psicologici e creare personaggi complessi e sfumati, profondi filosofi e infarcire il vostro discorso di vertiginose riflessioni, grandi eruditi e ingrassare l'opera con infinite informazioni; potrete essere quello che vi pare ma se non costruirete il racconto nel rispetto consapevole di quella semplice struttura, se non saprete, prima, innescare e, poi, domare e dosare la spaventosa carica di tensione e lotta che la sorreggono e l'attraversano, allora sarà tutto inutile: dedicatevi serenamente alla psicologia, alla filosofia, all'erudizione, alle caldaie, ma lasciate che a raccontare siano altri. In letteratura, ogni sorta di viaggio avventuroso, di guerra spaventosa, di sfida eroica, di ricerca avvincente, di mistero inquietante ha origine dal fatto che un uomo o una donna o un burattino di legno semovente ci hanno abbandonati o ci sono stati strappati. La letteratura non è che tempo perduto alla ricerca del tempo perduto; una vera idiozia, se ci pensate bene. Ciò, fra l'altro, parrebbe non solo confermare ma anche consigliare che la vita sia sempre tenuta per alternativa alla letteratura. Tuttavia, il Redattore K. vuole riferirci una sua esperienza che potrebbe, se non altro, attenuare questa conclusione.
Anni fa, il nostro Redattore si trovò alle prese con un editing particolarmente logorante. Si trattava di un romanzo, un thriller, lunghissimo, interminabile. La struttura era questa: A è padre di B; C rapisce B; A, dopo lunghe indagini, smaschera C e ritrova B. Perfetto, direte voi, ci siamo: E ∩ O → E U O → E ∩ O. E invece no: era un disastro. Per raccontare bisogna dare e togliere, sì, ma al momento giusto, e con le dovute complicazioni e i relativi scioglimenti; in quel libro, però, le complicazioni si sommavano senza mai risolversi e ogni cosa si sapeva o si faceva troppo presto o troppo tardi, sicché i nessi causali erano fragili come i panda, l'attesa vana e l'eroe sempre sfasato. Stando all'organizzazione del racconto e al materiale che metteva a disposizione, non era logico né plausibile che il padre ritrovasse infine la figlia. In sostanza, A non aveva possibilità di ritrovare B più di quante se ne abbiano di risultare negativi alla cocaina appena scesi da uno yacht in Costa Azzurra. Fine. Ma questa, appunto, non era una fine, ma solo una delusione.
Ora, dovete sapere che il Redattore K. è sì uno stacanovista, ma uno stacanovista lento, lento almeno secondo i parametri di quanti non sanno definire un libro altrimenti che come "una cosa che si apre", il che permette loro di ritenere ragionevole anche la pubblicazione, ad esempio, di un cassetto ("Se hai un manoscritto nel cassetto, noi ti pubblichiamo e il manoscritto e il cassetto"). Comunque, erano ormai più di tre mesi che il Redattore K. tentava senza successo di raddrizzare quel legno storto di un thriller e si sentiva proprio stanco.
Poi una sera un suo amico lo chiamò per invitarlo a bere e a discutere insieme dell'esistenza di Dio.
«Mi sa che stavolta non posso venire... Devo finire un libro e consegnarlo, se no mi licenziano» rispose sconsolato il Redattore K.
«E tu fallo finire e vieni» gli ribatté l'altro.
E sapete una cosa?, il Redattore K. colse al volo il consiglio dell'amico scapestrato. Il suo ragionamento fu grosso modo il seguente: "Questo racconto vuole impedire ad ogni costo che il padre si ricongiunga alla figlia. Avrà le sue buone ragioni per volerlo, ascoltiamolo. Il padre, dunque, non saprà mai che fine abbia fatto la sua bambina e rifletterà sulla crudeltà della vita, l'ineluttabilità del dolore e cose del genere. Il padre non saprà mai, però il lettore sì, perché uno scioglimento avrà pure da esserci. Approfitterò, allora, dei poteri del narratore onnisciente e mostrerò solo al lettore dove e con chi si trovi la povera B (magari, per sorprendere, a pochi metri da dove vive A, segregata da un suo parente che aveva già dato segnali poco rassicuranti). Userò la tecnica della motivazione composita, svelando solo a questo punto l'importanza di elementi che prima erano apparsi marginali (come diceva Čechov, se all'inizio di un racconto si parla di un chiodo, è proprio a quel chiodo che alla fine dovrà impiccarsi il protagonista). E per il finale converrà adottare la forma dell'epilogo in grado di condensare e accelerare la conclusione, così da permettere al narratore onnisciente di farsi carico più comodamente dello svelamento".
Il Redattore K. provò e, magia!, tutte le cose, le tante cose, che prima erano sconnesse e fuori luogo di colpo andarono al loro posto, concatenandosi perfettamente. Così facendo, il libro, che in origine era di oltre quattrocento pagine, alla fine ne constò di appena duecento, alleggerito della zavorra di fatti, atti e minuzie che ne avevano inceppato il meccanismo. Un thriller che annoiava e deludeva si era trasformato in un'opera compatta, spietata, amara e spiazzante. Certo, non era più esattamente un thriller, ma forse non lo era mai stato e ora semplicemente manifestava la sua natura più genuina; A era costantemente sfasato, sempre in anticipo o in ritardo sui fatti, perché in realtà non era un investigatore, era solo un uomo disperato che se ne andava in giro a far domande per non starsene chiuso in casa ad aspettare una telefonata della polizia. Non stava cercando sua figlia, stava solo provando a non impazzire e i maldestri tentativi del Redattore K. di farlo essere Nero Woolf avevano stancato lui e il Redattore K. stesso.
Trovate che non sia professionale dimezzare un libro solo perché si è stanchi di correggerlo e perché qualcuno ti ha invitato a bere? Sì, può darsi, sempre che la professionalità non stia diventando una scusa per non assumersi la responsabilità di essere, in quanto professionisti, anche liberi. Fatto sta, comunque, che furono proprio la stanchezza e le lusinghe della vita fuori dalla letteratura a indurre nel Redattore K. l'urgenza di mettersi finalmente in ascolto di un testo le cui richieste, fino ad allora, erano state ignorate tanto dall'autore quanto dall'editor. Almeno quella volta, vita e letteratura si soccorsero e completarono a vicenda.
Epilogo: l'autore, che pure era una persona intelligente e aperta, fece sua l'ardita proposta del Redattore K., il quale poté così terminare il lavoro in tempo per andare a discutere con il suo amico dell'esistenza di Dio davanti ad un mare spettrale che era Dio in persona: E ∩ O.
Titolo: Re:il redattore K.
Inserito da: DopoNesta il 17 Nov 2013, 06:35
Singrud, non capisco dove vuoi andare a parare, che hai combinato di tanto sciagurato?

Convenzionalismo linguistico.

Un controverso leader politico, per distrarre l'opinione pubblica dalle foto che lo ritraggono nell'atto di squartare una giovane vergine per poi berne il sangue, intorbida le acque riassegnando per decreto un nuovo significato a tutte le parole.
In base a questo decreto, detto "Decreto del fare" (dove, in forza del decreto stesso, "fare" ora sta per: "non fare"):
"hai" significa: "io";
"scritto" significa: "pubblico";
"un" significa: "solo per";
"libro" significa: "denaro";
"?" significa: "!".
Il nostro editore, all'oscuro di tutto, noleggia un'intera flotta di elicotteri per lanciare sulle principali città italiane tonnellate di volanti che riportano la seguente formula: "Hai scritto un libro?".
Titolo: Re:il redattore K.
Inserito da: sigurd il 17 Nov 2013, 15:10
Citazione di: DopoNesta il 17 Nov 2013, 06:35
Singrud, non capisco dove vuoi andare a parare, che hai combinato di tanto sciagurato?

Convenzionalismo linguistico.

Un controverso leader politico, per distrarre l'opinione pubblica dalle foto che lo ritraggono nell'atto di squartare una giovane vergine per poi berne il sangue, intorbida le acque riassegnando per decreto un nuovo significato a tutte le parole.
In base a questo decreto, detto "Decreto del fare" (dove, in forza del decreto stesso, "fare" ora sta per: "non fare"):
"hai" significa: "io";
"scritto" significa: "pubblico";
"un" significa: "solo per";
"libro" significa: "denaro";
"?" significa: "!".
Il nostro editore, all'oscuro di tutto, noleggia un'intera flotta di elicotteri per lanciare sulle principali città italiane tonnellate di volanti che riportano la seguente formula: "Hai scritto un libro?".
ce devo pensà