Canestro nel futuro (Famiglia cristiana)

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Canestro nel futuro (Famiglia cristiana)
« il: 06 Apr 2012, 19:36 »
Un racconto di una cosa molto Laziale

Questa è la storia di un bambino e del suo campione. Ma è anche la storia di un presidente di una squadra di pallacanestro e di un ex cestista rimasto senzatetto. E, ancora, la storia di un imprenditore con la vocazione allo sport come strumento di integrazione: tutto dipende dal punto di vista da cui la si osserva. Il campione si chiamava Gary Cole, diventato Abdul Jeelani dopo la conversione all’islam. Il bambino ora ha 40 anni, si chiama Simone Santi, fa l’imprenditore perché lì portavano gli studi, presiede la Lazio Basket perché è nato con una palla a spicchi nella culla ed è console onorario del Mozambico, perché lì è andato da ragazzo e, contagiato dal mal d’Africa, non è guarito più.

– Fuor di metafora, Santi come ha ritrovato Jeelani e come l’ha riportato qui?
«È cominciato tutto quando ho letto su Tuttosport che, tornato negli Stati Uniti a fine carriera, era finito in un ospizio per senzatetto. Senza sapere che cosa avrei trovato ho cercato di contattarlo, pensando di dargli una mano, ma anche perché lui e la sua storia avrebbero potuto aiutare noi».

– Voi chi?
«Noi del progetto Colors, la cosa che mi sta più a cuore tra quelle che faccio. Un programma per far giocare a pallacanestro i bambini delle periferie degradate, non soltanto romane, anche grazie alla collaborazione di società d’altre Regioni. Sono ragazzi con attorno nella migliore delle ipotesi genitori che si massacrano di lavoro, senza tempo per badare a loro. Il nostro è un mondo multicolore che non fa distinzioni di etnie, lingue, culture, provenienze, un mondo in cui, con l’aiuto di due psicologhe e di tanti allenatori, volontari, sostenitori, si cerca di ristabilire attraverso la pallacanestro il senso delle regole: conta arrivare con la divisa in ordine, perché quando attorno il contesto è sregolato anche la forma diventa importante».

– E Jeelani in tutto questo che fa?
«Insegna come si fa canestro. Rispetto a quando l’ho rivisto un anno fa, dimostra 15 anni di meno, forse c’entra il fatto che i campioni escono dal campo ancora un po’ bambini e quando ce li fai rientrare ritornano immediatamente bambini. Abdul parla un italiano misto a spagnolo e si fa capire sempre meglio, ma la lingua comune tra tutti noi è la palla a spicchi. Me ne accorgo ogni volta che sento tra i nuovi arrivati un po’ di diffidenza e, per superarla, mi tolgo giacca e cravatta, arrotolo le maniche della camicia e comincio a giocare. Funziona sempre».

– È tanta la diffidenza?
«Dipende. Se a diffidare sono le famiglie, si stempera appena capiscono di che si tratta. Più difficile a volte è il contesto: qualcuno ci guarda con sospetto perché facciamo giocare i bambini rom. Ci sono pregiudizi. Questo Paese non ha ancora capito che il suo futuro è multietnico. Alcune società sportive ci vedono con poca simpatia perché non chiediamo soldi ai soci».

– Fate concorrenza sleale?
«No, quelli che arrivano da noi, segnalati dalle parrocchie, da Sant’Egidio, dalle Ong, dalle maestre (a tante dobbiamo un grazie per quanto si spendono), non andrebbero mai a iscriversi a una società cui si paga qualcosa. Non possono permetterselo. Eppure a volte nei social network, dove si parla come al bar, qualcuno azzarda commenti in cui si cercano secondi, terzi e quarti fini: è molto difficile in questo mondo accettare che qualcuno faccia qualcosa gratuitamente, mettendoci dei soldi, semplicemente perché, potendoselo permettere, pensa che sia una cosa importante lavorare per un futuro con minori conflittualità e diversità meno aspre».

– E l’esperienza di Jeelani, con i suoi alti e bassi, serve in questo?
«Sì, Abdul è un ragazzo di periferia, della periferia degli Stati Uniti: il degrado l’ha vissuto da piccolo, poi ha conosciuto il riscatto da giocatore, in un tempo però in cui alla fama non corrispondevano le cifre a molti zeri di oggi. Può darsi che abbia vissuto un po’ sopra le righe, come capita a tanti sportivi quando smettono, ma a metterlo in crisi è stato lo spietato sistema americano: le spese legali per il divorzio prima, la malattia della madre che gli ha prosciugato i soldi dell’assicurazione dopo. Quando, alla fine, anche lui si è ammalato, l’assicurazione non ha pagato più. È diventato povero, ma non si è perso: nella sua storia non ci sono alcol e droghe, solo fatica di vivere. E infatti, nonostante tutto, i suoi figli e i suoi nipoti non hanno perso la fiducia in lui e la famiglia, pur con le sue difficoltà, resta il suo orizzonte più importante».

– Lei ha figli?
«No, non mi sono mai sposato. Ciò non significa che non possa accadere. Nell’attesa mi alleno con i miei bambini multicolori che sono impegnativi: a volte esasperano gli allenatori. Mi prendono molto in giro, magari
sfilandomi il telefono di tasca, per dimostrarmi che saprebbero rubarlo se volessero: le regole della vita sono più difficili da trasmettere di quelle del gioco. Ma io sono un matto idealista, i miei genitori lo sanno da quando avevo 25 anni e, dopo la laurea, sono andato due anni in Mozambico. Mio padre era preoccupato, ora è il nostro primo tifoso».

– Si trovi un difetto prima che facciamo di lei un santino, per favore...
«Ne ho tanti».

– Il più grave?
«Faccio l’imprenditore, vil razza dannata di questi tempi. Ma nemmeno per noi è facile come sembra». (Elisa Chiari)


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Re:Canestro nel futuro (Famiglia cristiana)
« Risposta #1 il: 18 Apr 2012, 09:57 »
Un racconto di una cosa molto Laziale

Questa è la storia di un bambino e del suo campione. Ma è anche la storia di un presidente di una squadra di pallacanestro e di un ex cestista rimasto senzatetto. E, ancora, la storia di un imprenditore con la vocazione allo sport come strumento di integrazione: tutto dipende dal punto di vista da cui la si osserva. Il campione si chiamava Gary Cole, diventato Abdul Jeelani dopo la conversione all’islam. Il bambino ora ha 40 anni, si chiama Simone Santi, fa l’imprenditore perché lì portavano gli studi, presiede la Lazio Basket perché è nato con una palla a spicchi nella culla ed è console onorario del Mozambico, perché lì è andato da ragazzo e, contagiato dal mal d’Africa, non è guarito più.

– Fuor di metafora, Santi come ha ritrovato Jeelani e come l’ha riportato qui?
«È cominciato tutto quando ho letto su Tuttosport che, tornato negli Stati Uniti a fine carriera, era finito in un ospizio per senzatetto. Senza sapere che cosa avrei trovato ho cercato di contattarlo, pensando di dargli una mano, ma anche perché lui e la sua storia avrebbero potuto aiutare noi».

– Voi chi?
«Noi del progetto Colors, la cosa che mi sta più a cuore tra quelle che faccio. Un programma per far giocare a pallacanestro i bambini delle periferie degradate, non soltanto romane, anche grazie alla collaborazione di società d’altre Regioni. Sono ragazzi con attorno nella migliore delle ipotesi genitori che si massacrano di lavoro, senza tempo per badare a loro. Il nostro è un mondo multicolore che non fa distinzioni di etnie, lingue, culture, provenienze, un mondo in cui, con l’aiuto di due psicologhe e di tanti allenatori, volontari, sostenitori, si cerca di ristabilire attraverso la pallacanestro il senso delle regole: conta arrivare con la divisa in ordine, perché quando attorno il contesto è sregolato anche la forma diventa importante».

– E Jeelani in tutto questo che fa?
«Insegna come si fa canestro. Rispetto a quando l’ho rivisto un anno fa, dimostra 15 anni di meno, forse c’entra il fatto che i campioni escono dal campo ancora un po’ bambini e quando ce li fai rientrare ritornano immediatamente bambini. Abdul parla un italiano misto a spagnolo e si fa capire sempre meglio, ma la lingua comune tra tutti noi è la palla a spicchi. Me ne accorgo ogni volta che sento tra i nuovi arrivati un po’ di diffidenza e, per superarla, mi tolgo giacca e cravatta, arrotolo le maniche della camicia e comincio a giocare. Funziona sempre».

– È tanta la diffidenza?
«Dipende. Se a diffidare sono le famiglie, si stempera appena capiscono di che si tratta. Più difficile a volte è il contesto: qualcuno ci guarda con sospetto perché facciamo giocare i bambini rom. Ci sono pregiudizi. Questo Paese non ha ancora capito che il suo futuro è multietnico. Alcune società sportive ci vedono con poca simpatia perché non chiediamo soldi ai soci».

– Fate concorrenza sleale?
«No, quelli che arrivano da noi, segnalati dalle parrocchie, da Sant’Egidio, dalle Ong, dalle maestre (a tante dobbiamo un grazie per quanto si spendono), non andrebbero mai a iscriversi a una società cui si paga qualcosa. Non possono permetterselo. Eppure a volte nei social network, dove si parla come al bar, qualcuno azzarda commenti in cui si cercano secondi, terzi e quarti fini: è molto difficile in questo mondo accettare che qualcuno faccia qualcosa gratuitamente, mettendoci dei soldi, semplicemente perché, potendoselo permettere, pensa che sia una cosa importante lavorare per un futuro con minori conflittualità e diversità meno aspre».

– E l’esperienza di Jeelani, con i suoi alti e bassi, serve in questo?
«Sì, Abdul è un ragazzo di periferia, della periferia degli Stati Uniti: il degrado l’ha vissuto da piccolo, poi ha conosciuto il riscatto da giocatore, in un tempo però in cui alla fama non corrispondevano le cifre a molti zeri di oggi. Può darsi che abbia vissuto un po’ sopra le righe, come capita a tanti sportivi quando smettono, ma a metterlo in crisi è stato lo spietato sistema americano: le spese legali per il divorzio prima, la malattia della madre che gli ha prosciugato i soldi dell’assicurazione dopo. Quando, alla fine, anche lui si è ammalato, l’assicurazione non ha pagato più. È diventato povero, ma non si è perso: nella sua storia non ci sono alcol e droghe, solo fatica di vivere. E infatti, nonostante tutto, i suoi figli e i suoi nipoti non hanno perso la fiducia in lui e la famiglia, pur con le sue difficoltà, resta il suo orizzonte più importante».

– Lei ha figli?
«No, non mi sono mai sposato. Ciò non significa che non possa accadere. Nell’attesa mi alleno con i miei bambini multicolori che sono impegnativi: a volte esasperano gli allenatori. Mi prendono molto in giro, magari
sfilandomi il telefono di tasca, per dimostrarmi che saprebbero rubarlo se volessero: le regole della vita sono più difficili da trasmettere di quelle del gioco. Ma io sono un matto idealista, i miei genitori lo sanno da quando avevo 25 anni e, dopo la laurea, sono andato due anni in Mozambico. Mio padre era preoccupato, ora è il nostro primo tifoso».

– Si trovi un difetto prima che facciamo di lei un santino, per favore...
«Ne ho tanti».

– Il più grave?
«Faccio l’imprenditore, vil razza dannata di questi tempi. Ma nemmeno per noi è facile come sembra». (Elisa Chiari)


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BELLO
(ho evidenziato i passi che mi hanno colpito di più)
Re:Canestro nel futuro (Famiglia cristiana)
« Risposta #2 il: 19 Apr 2012, 12:44 »
ho visto giorni fa un'esibizione dei ragazzi del progetto Colors della Lazio basket.
giocavano e si divertivano.
spero che il progetto vada avanti bene, immagino che le difficoltà non manchino quando si fa tutto su base volontaria.
 

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