Perché sull'Ucraina sto con Donald Trump (anche se me ne vergogno)
Andrea Nicastro
| 4 marzo 2025
Gli Stati Uniti hanno impedito a Putin di schiacciare l'Ucraina, magari con l'atomica. Il loro obiettivo era quello di dissanguare la Russia: ma ora, capito che Mosca non rappresenta una vera minaccia per gli Usa, non vogliono più contribuire a questa strage
L'Ucraina ha resistito all'attacco russo perché è un Paese fiero, perché la sua gente ha scelto la libertà e il prezzo che questa comporta, ha voluto combattere, i suoi giovani si sono sacrificati, l'intero popolo ha mostrato una capacità di sofferenza e di resistenza straordinarie, ma la guerra combattuta dall'Ucraina è sempre stata, sin dal primo giorno, una guerra che gli ucraini non potevano combattere da soli, senza l'aiuto occidentale. Kiev sarebbe caduta la prima settimana del conflitto senza l'aiuto occidentale quando carri russi avanzavano verso la città e gli aerei delle forze speciali di Putin cercavano di atterrare in un aeroporto vicino alla capitale per decapitare i vertici del Paese.
L'Ucraina ha rifiutato la pace umiliante e mutilante discussa a Istanbul con i russi perché Boris Johnson, Primo Ministro britannico, amico speciale degli americani, erede di una concezione imperiale di Londra, è corso sotto le bombe a Kiev per dire a Zelensky che no, non avrebbe dovuto accettare quella pace al ribasso, quell'accordo che riportava l'Ucraina al rango di Stato cuscinetto di Mosca, perché l'Occidente era al suo fianco, perché «col nostro aiuto potrete battere una volta per sempre l'orso russo».
In sostanza, la guerra dell'Ucraina è stata combattuta sfruttando le aspirazioni ideali di un popolo, ma utilizzando le armi e il denaro di uno schieramento internazionale antirusso vecchio di almeno 90 anni. Non è esattamente corretto affermarlo, ma lo è nella sostanza: la guerra Ucraina è una guerra per procura. Aveva ragione un'anziana ucraina che, passando davanti al murales dipinto in tutta fretta per celebrare Boris Johnson a Zaporizhzhya, disse a mezza voce (facendo arrabbiare l'interprete indipendentista) che quell'uomo sul muro davanti al negozietto alimentare dove lei poteva comprare solo patate e cipolle era colui che aveva detto agli ucraini «andate e morite per conto nostro».
Quelli per cui gli ucraini combattono siamo noi, l'Occidente, soprattutto quella parte di Occidente che si è sempre sentita rivale e alternativa all'impero della steppa. L'impero britannico, l'impero francese. Non più l'impero di mezzo tedesco convertitosi - con la sconfitta della seconda guerra mondiale - alla ricerca della sola supremazia economica (fino ad ora). Ma soprattutto, nell'intero Occidente, il Paese per cui gli ucraini combattono sono gli Stati Uniti d'America, il grande rivale dell'Unione Sovietica, il vincitore della Guerra Fredda, il Paese che ha visto nell'Ucraina l'occasione di indebolire ancora di più il vecchio nemico e magari cancellarlo dalla mappa delle potenze, dissanguarlo nei campi di battaglia ucraini senza sprecare una vita americana, distruggerlo economicamente con le sanzioni e l'isolamento, magari guadagnando quote di mercato nel commercio del gas.
Washington è andata vicina alla vittoria quando il capo dei mercenari della Wagner, Evgenij Prigožin, ha rivolto le sue truppe contro Mosca: un colpo di Stato sarebbe stato il sogno americano.
Gli Stati Uniti non avevano programmato la distruzione finale del loro nemico storico, ma hanno cercato di cogliere l'occasione quando Mosca avanzava verso Kiev e Zelensky ha rifiutato il loro «taxi» e gli ha chiesto le armi per resistere. Un regalo inaspettato a cui Washington ha faticato a credere avviando un programma di sostegno lento e reticente perché ogni volta sentiva il rischio che le sue armi sarebbero finite in mano al nemico vittorioso.
Non è mai stato un sostegno convinto quello statunitense, ma decisivo sì. Washington è indispensabile. Gli europei possono pagare gli stipendi, possono comprare armi e darle agli ucraini, possono svuotare i loro arsenali degli armamenti più vecchi, ma è dagli Stati Uniti che sono venuti i missili a spalla per abbattere gli aerei delle forze speciali, i Javelin per distruggere le colonne dei tank, soprattutto sono venute le informazioni necessarie a intercettare i nemici, realizzare le imboscate, affondare l'ammiraglia russa sul Mar Nero. Sono americane le armi che hanno impedito a Putin di avere la supremazia aerea. I missili Patriot avrebbero potuto abbattere l'intera aviazione russa se questa si fosse azzardata a superare i confini del Paese. I missili Atacms hanno respinto i russi a Kherson e Kharkiv, hanno messo in dubbio l'avanzata nel Donbass hanno cacciato la flotta russa dal Mar Nero. Gli Stati Uniti sono per l'Occidente europeo come il fratello grosso che spaventa i bulli del quartiere. Lo fa con l'elettronica, la sorveglianza satellitare, le capacità di comunicazione di Starlink, l'intelligence capace sia di prevedere l'attacco sia di conoscere la direzione dell'avanzata, l'ubicazione dei magazzini, l'ora d'arrivo dei treni carichi di missili.
Ma soprattutto gli Stati Uniti sono il Paese che davanti alla minaccia di Putin di usare la bomba atomica l'hanno fermato.
A Kiev, nel palazzo presidenziale, durante tutta la guerra è andato in scena lo sforzo unanime di convincere i corrispondenti stranieri che Putin stava bluffando, che mai avrebbe usato l'atomica. All'obiezione perché mai non avrebbe dovuto, ad occhi bassi, a mezza voce gli ucraini dicevano perché gli americani hanno avvertito delle conseguenze. Cioè gli ucraini combattevano una guerra con armi moderne ma non troppo distanti da quella della Seconda Guerra Mondiale perché gli Stati Uniti impedivano alla Russia di usare l'atomica e l'aviazione.
L'obiettivo di Washington non è mai stato che Kiev sconfiggesse il suo nemico. Per farlo avrebbe dovuto dargli da subito caccia bombardieri, carri armati, missili a lunga distanza per arrivare a Mosca e non soltanto limitare l'avanzata russa. L'obbiettivo era che Mosca si dissanguasse.
Per farlo gli Stati Uniti hanno ballato sul filo della - come dice Trump - guerra nucleare. Non sappiamo cos'hanno veramente detto i servizi segreti americani a Putin nel caso avesse usato la bomba atomica, ma sono stati abbastanza convincenti. Non sappiamo però neppure cos'ha risposto Putin perché quando si è visto in difficoltà sul campo di battaglia ha sempre alzato la voce, ha chiesto ai suoi sgherri di alzarla, per minacciare l'uso dell'arma finale. Personalmente sono tra quelli che pensano che lo Zar messo nell'angolo avrebbe usato il nucleare, ma potrei sbagliarmi. Il problema è che forse nessuno sa cosa davvero avrebbe fatto.
Ora Donald Trump umilia l'eroico Zelensky nello studio ovale, gli rimprovera di non avere carte in mano mentre gioca con il rischio della terza guerra mondiale. Donald Trump riconosce la sfera di influenza russa sull'Ucraina, vorrebbe limitarle il vantaggio economico accaparrandosi quella parte di terre rare che rimarrebbero sotto il controllo di Kiev. Nella sostanza riconosce alla Russia il suo rango di potenza regionale e lascia che a farci i conti siano gli europei. A lui basta smettere di spendere per indebolire un Paese che non considera una vera minaccia.
Ha torto?
Lo spauracchio cinese è più evidente per lui e il suo elettorato. L'avanzata della seconda economia mondiale insidia il predominio industriale e tecnologico americano. La piccola economia russa basata sulle materie prime non è un vero concorrente, ma siccome ha ancora il primo arsenale nucleare al mondo, perché legarlo a doppio filo al concorrente cinese?
Una volta fallito il regime change, di golpe interno russo, una volta capito che i russi non si sarebbero ribellati a Putin, nonostante le stragi, nonostante il numero incredibile di coscritti morti, dilaniati, feriti che ha già compromesso la demografia russa per le prossime due generazioni; capito che, nonostante tutto questo, i russi non si sono ribellati a Putin, perché continuare a combatterli?
Forse quando abbiamo capito che non riuscivamo a creare una democrazia in Afghanistan o in Iraq siamo restati per difendere la libertà delle donne e dei democratici di quei Paesi? Li abbiamo traditi come stiamo facendo con gli ucraini. Né più né meno. Perché quest'ultimo voltafaccia dovrebbe indignarci di più?
Probabilmente Trump non crede come invece fa Papa Francesco all'esigenza morale di fermare lo sterminio di ucraini e russi. Forse il suo cinismo non abbraccia la sfera della compassione. Forse. Ma se la sua decisione di interrompere la guerra per procura americana alla Russia arriva al risultato di impedire altre stragi, beh, io vergognandomi, sono d'accordo con lui.