(purtroppo non posso postarlo integralmente perché è molto lungo, lascio i paragrafi più rilevanti, ma anche gli altri su referendum, strategia del PP e prospettive dell'indipendentismo sono importanti per definire compiutamente la posizione).
L'autore, torno a ripeterlo, è un catalano CONTRARIO alla pura indipendenza.
http://www.communianet.org/rivolta-globale/1-ottobre-il-giorno-che-ha-commosso-la-catalogna-e-lo-stato-spagnolo1 ottobre: il giorno che ha commosso la Catalogna e lo Stato Spagnolo[...]
Dal 20S al 1-OFino agli eventi del 20 settembre (20S), giorno in cui lo Stato ha intensificato la propria politica repressiva, la dinamica di auto-organizzazione dal basso è stata praticamente nulla nel movimento indipendentista, diretto dall'assemblea nazionale catalana (ANC) da Omnium. Solo la CUP rappresentava un indipendentismo non filo-governativo, ma al prezzo di grandi contraddizioni interne e di enormi pressioni esterne. Ma l'ariete repressiva del 20S e l'avvicinarsi del primo ottobre hanno dato impulso per la prima volta ha una dinamica di auto-organizzazione popolare, la cui maggiore espressione sono stati i Comitati di Difesa del Referendum creati in molti quartieri e paesi, insieme al movimento Escoles obertes (Scuole Aperte), con un peso decisivo di professori e maestri, che ha organizzato volontari per radunarsi davanti ai centri di votazione all'alba del giorno 1. Non possiamo parlare in senso stretto di un superamento della ANC e di Omnium (che ha mostrato una politica con più impulso della prima), ma, sì, si può parlare della capacità di coinvolgere i loro militanti nel concreto ad essere più determinati e più offensivi sul terreno della disobbedienza civile, a fronte di dichiarazioni ufficiali inizialmente piuttosto timorose che sembravano accontentarsi solamente di potere avere urne e schede elettorali nei seggi direttamente il giorno 1, e che non avevano pianificato alcun sistema di difesa reale per affrontare l'ostacolo da parte della polizia.
Il livello di autorganizzazione su grande scala tuttavia è emerso tardi, in extremis. Ciò che si è riusciti a fare il giorno 1 è stato spettacolare però si è fatta sentire la mancanza di un movimento unitario nei mesi precedenti. La ANC non ha voluto spingerlo e al di fuori di questa non c'è stata la capacità di dare avvio a una dinamica reale che avesse allo stesso tempo una politica unitaria con relazione alla ANC. Solo i fatti degli ultimi giorni hanno accelerato i tempi e hanno cambiato la dinamica, una corsa contro il tempo, iniziando un processo dal basso che prima non era esistito. Senza dubbio, se Catalunya en Comù si fosse impegnata attivamente in questo, invece di surfare l'onda e accompagnarla simbolicamente, si sarebbe potuti arrivare molto più lontano, per quanto va segnalato che molte e molti dei suoi militanti hanno avuto un ruolo attivo dal basso in tutto il processo, molto al di là di ciò che ha realizzato ufficialmente il partito.
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I diversi orientamenti e le sfide per la sinistra
Nel conflitto aperto dall'ascesa dell'indipendentismo a partire dal 2012 si può individuare un primo fronte tra lo Stato spagnolo ed il movimento nel suo insieme. Parallelamente però c'è anche una diatriba all'interno del campo indipendentista e democratico catalano, una contrapposizione nel fronte interno. La più visibile è quella tra i due partiti di governo. L'indipendentismo neoliberale del PDeCAT ed il centrosinistra rappresentato dall'ERC. Ma al di là della competizione tra i due partiti, il fattore decisivo all'interno del campo indipendentista sta nel fatto di poter o no andare oltre il blocco costituito dal governo della Catalunya, dall'ANC e da Omnium.
I fatti verificatisi a partire dal 20 settembre, l'autorganizzazione dal basso e la radicalizzazione dello scontro possono favorire l'avanzare delle forze più a sinistra, tanto sul terreno politico (sostanzialmente la CUP) quanto sul piano sociale. Il ruolo che giocherà Catalunya en Comú sarà su questo decisivo.Il partito dei Comuni, invece, è rimasto prigioniero di una politica passiva e da quando il governo catalano, nel settembre 2016, ha avviato il percorso verso il referendum, ha giocato sempre la carta del collasso interno dei diversi livelli di governo. Successivamente ha sperato che ogni passo del governo fosse stato l'ultimo e che il referendum unilaterale venisse bloccato strada facendo. Ha dovuto quindi pronunciarsi in ritardo e fuori tempo massimo riguardo al primo ottobre, andando sempre a rimorchio degli avvenimenti. Ha optato per toni tiepidi, difendendo la scadenza come mobilitazione, ma senza schierarsi perché avesse successo e senza chiamare ad un voto di massa. Dopo la repressione del 20 settembre ha modificato parzialmente la sua posizione, partecipando alla mobilitazione di protesta contro la repressione ma senza modificare il suo orientamento di fondo. Il voto in bianco di Ada Colau, né "si" né "no", sintetizza bene la difficoltà dei Comuni rispetto al referendum ed il loro tatticismo elettoralista.
Passato il referendum si apre un nuovo periodo nel quale Catalunya en Comú dovrà scegliere: o andare a rimorchio degli avvenimenti e guardare quanto accade da una certa distanza o impegnarsi nel confronto con lo Stato e contribuire a sconfiggere la destra ed il centrosinistra indipendentista. Fare ciò non vorrà dire necessariamente assumere l'indipendenza come orizzonte strategico, ma almeno considerare che la rottura rappresenta ora la condizione necessaria per un eventuale prospettiva federale. Ciò significa che a partire dai propri punti programmatici sarebbe possibile appoggiare ora la proclamazione di indipendenza della Repubblica Catalana e l'apertura di un processo costituente. Se invece si mantiene fuori e al margine del processo indipendentista, solo il tempo potrà dire se questo spingerà Catalunya en Comú al margine della politica catalana o se, in caso di sconfitta dell'indipendentismo, potrà ritrovare un suo spazio di azione.
Se però alla passività dimostrata prima del 1 ottobre, segue un medesimo atteggiamento in questa nuova tappa che si apre, la natura del progetto di cambiamento politico e sociale di Catalunya en Comú verrà certamente e gravemente intaccata. Come abbiamo già avuto modo di segnalare in altre occasioni, in gioco non c'è solo la posizione di Catalunya en Comú nel dibattito indipendentista, ma la sua stessa pulsione costituente e di rottura. Si può comprendere dunque il disagio degli indipendentisti, in particolare degli indipendentisti di sinistra, nei riguardi del posizionamento assunto dai Comuni, ma ciò non dovrebbe fargli dimenticare la necessità di una politica unitaria, in particolare sul terreno democratico e costituente.
Podem ha sposato una posizione più attiva, di maggior coinvolgimento, in termini reali e onesti verso il referendum, spingendosi molto più in là rispetto a ciò che si sarebbe potuto immaginare. Ciò non toglie che vi siano limiti rilevanti, soprattutto la negazione del carattere vincolante del referendum e la difesa delle ragioni del "NO". Due elementi che contraddicono la proposta dello stesso Podem di aprire un processo Costituente in Catalunya. Passato il 1° ottobre, ora Podem dovrebbe scegliere se restare ai margini della dinamica che si aprirà – un nuovo scontro con lo Stato derivante dalla proclamazione della Repubblica catalana indipendente e l'apertura di un processo costituente catalano – o se assumere il risultato referendario e inserirsi a pieno nella nuova fase di lotta contro lo Stato e nella lotta per cacciare la destra catalana dal blocco sovranista.
Sono quindi tre i compiti per il prossimo futuro: mantenere l'unità di azione del blocco indipendentista nei confronti dello Stato spagnolo; continuare a costruire questo blocco democratico e anti repressivo e contemporaneamente lottare per un cambio di forze in campo che favorisca la sinistra all'interno del campo della politica catalana. Ciò implica andare ad una questione di fondo:
la discussione sul significato stesso del termine "indipendenza" nel mondo d'oggi e la sua relazione col concetto di "sovranità". Il progetto dell'"indipendenza" si caratterizza per il modo di presentarsi come la soluzione globale ai problemi, ma è totalmente privo di qualsivoglia contenuto concreto. In realtà l'indipendentismo ufficiale, nella sua variante neoliberale come in quella di centrosinistra, potrebbe sfociare, nel caso ottenesse uno vero e proprio Stato, riconosciuto internazionalmente, in un progetto paradossale di indipendenza senza una sovranità reale, in uno Stato formalmente indipendente in posizione di subalternità alla UE, favorevole ai trattati internazionali come il TTIP e con una politica al servizio delle grandi multinazionali.
Sviscerare la nozione di sovranità e vedere come la sua dimensione nazionale, sociale, economica, alimentare... si mescola (e vedere anche come si relaziona con i concetti di democrazia e solidarietà per evitare una sovranità reazionaria) è uno dei temi di fondo del prossimo periodo. Detto in altri termini, la discussione da fare è su come tenere insieme una proposta di cambio politico con la proposta di un diverso modello sociale, economico e istituzionale per andare oltre il pericolo di un cambio senza cambio reale, incarnato dall'indipendentismo mainstream.
Contraddizioni, paradossi e impurezzeColoro che a sinistra, tanto in Catalogna come nello Stato spagnolo, sono stati dal 2012 contrari o al margine del movimento indipendentista, lo hanno fatto segnalando con più o meno perizia le innumerevoli contraddizioni del processo. La più tipica di tutte: la presenza a capo del governo della Catalogna di un partito neoliberista, difensore di un'aspra politica di tagli sociali dal suo arrivo al potere nel 2010, e che non è mai stato indipendentista. Sopra già abbiamo rimarcato alcuni dei limiti, in termini di base sociale e delle forze in gioco, del processo politico catalano, e andare più a fondo nella sua caratterizzazione non è ciò che mi interessa adesso.
Oltre all'analisi concreta del movimento apertosi nel 2012, questa insistenza permanente sulle contraddizioni o imperfezioni del processo, fino al punto di esagerare e di inventarne alcune che non esistono, riflette un'attitudine di fondo eccessivamente scolastica nei confronti della stessa realtà sociale e che, spesso, è una costante di molte forze della sinistra quando si trovano di fronte a fenomeni che rompono i loro schemi.
Le contraddizioni, in maggiore o minore misura, fanno parte di tutti i processi sociali. Ciò risulta dalla complessità propria delle società umane e di come si danno i conflitti al loro interno. Non solo un movimento ha contraddizioni e limiti, ma anche la sua propria evoluzione provoca risultati contraddittori e limitati. Ciò ci riporta al vecchio problema del fatto che la teoria sociale chiama le conseguenze non intenzionali dell'azione sociale.
Qualsiasi strategia anticapitalista e di cambio sociale deve saper operare in un contesto di contraddizioni e limiti, per cercare di risolvere le prime in una direzione emancipatrice e ampliare i confini dei secondi. La strategia pura è esattamente quella che sa muoversi in un mondo impuro, contraddittorio e complesso. La ragione strategica pura non serve per cercare processi e lotte puri, ma per orientarsi nel mezzo alle contraddizioni e ai loro limiti. Pretendere di trovare processi incolumi nella realtà porta a una strategia pietrificata, sempre in attesa di ciò che non accade. La strategia allo stato puro implica l'assumere le imperfezioni delle lotte politico-sociali e, per estensione, della propria strategia stessa.
"Chi aspetta la rivoluzione sociale pura, non la vedrà mai. Sarà un rivoluzionario a parole, che non comprende la vera rivoluzione" scrisse Lenin nel 1916 a proposito dell'insurrezione irlandese di quell'anno e polemizzando con coloro che dentro il movimento socialista non la appoggiarono. Non stiamo assistendo a una rivoluzione o a un'insurrezione, ma l'idea serve anche per applicarla alla realtà catalana. Di fronte alle imperfezioni del conflitto reale ci sono due opzioni: optare per una politica passiva e, con ciò, contribuire ad aumentare involontariamente queste carenze, o optare per una politica attiva, che cerchi di intervenire sulla realtà e modificarla nella direzione desiderata. La prima opzione spinge, a seconda dei casi, verso il radicalismo passivo o astratto, il propagandismo lineare o la routine istituzionalista. Tutte politiche che, senza dubbio, non hanno niente a che vedere con un tentativo serio di cambiare il mondo.
Le contraddizioni e i limiti del processo indipendentista hanno favorito, come risultato della condensazione dei 5 anni di processo nella battaglia del primo ottobre, l'improvviso emergere di vistosi paradossi, un termine che ci riporta tanto a situazioni comiche quanto tragiche. Senza dubbio, i giorni precedenti al primo ottobre sono stati giorni paradossali. Partiti disobbedienti che facevano appello all'ordine e alla calma. Gente di sinistra con fiducia nei Mossos d'esquadra. Forze di destra che facevano appello alla disobbedienza istituzionale (per quanto elegantemente mascherata da compimento della nuova legalità catalana). Attivisti alternativi e/o libertari che volevano votare. Governi reazionari che accusavano di essere golpisti coloro che volevano organizzare un referendum. Nella attività reale, quando i processi sociali si accelerano, qualunque pensiero strategico che non voglia rimanere fossilizzato quasi già prima di nascere deve sapersi tuffare in uno scenario pieno di paradossi, dove le cose non sono ciò che sembrano e dove le conseguenze delle azioni non sempre sono chiare.
Il paradosso della strategia è che spesso può vedersi superata proprio dai paradossi della realtà. E il paradosso dei paradossi della politica reale è che possono, a volte, stimolare un pensiero strategico che superi i paradossi che precedentemente lo avevano disarmato.[/i]
*Josep Maria Antentas, professore di Sociologia nella Universitat Autònoma de Barcelona (UAB) e membro del Consejo Asesor de viento sur. In Italia è stato pubblicato il suo libro "Pianeta indignato" (Alegre, 2012)