Citazione di: carib il 06 Ott 2011, 13:29
Alcune testate per cui scrivo rientrano nei parametri fissati dalla Legge per l'editoria.
Se volete vi racconto come funziona un giornale, così magari vi avvelenate di meno.
Stavo per scriverlo io.
la Legge è (volutamente) sbagliata, anche se bisognerebbe dire era dal momento che ha subito modifiche sostanziali, perché lega(va) l'entità del contributo alle copie stampate e non a quelle effettivamente vendute.
Cosa ancor più vergognosa, in alcuni casi, le copie non erano nemmeno distribuite!
Scrivere che 9 redattori si sono divisi 900.000 euro è una fregnaccia: è probabile che alcuni di essi non tirino fuori nemmeno uno stipendio decente, così come certamente il riomerdista ha collaboratori che non vengono pagati per riempire le pagine dell'osceno giornaletto.
Con 900.000 euro di contributo ad un quotidiano distribuito solo a Roma si da una grossa mano, ma ad esempio i 6 milioni dati a L'Unità non sono sufficienti per garantirne la sopravvivenza
Il discorso sul finanziamento pubblico ai giornali è complesso, e naturalmente la lucidità nel giudizio è offuscata dal fatto che molti di questi soldi vadano a rimpinguare le tasche "degli amici degli amici" piuttosto che quelle di molti giornalisti precari.
La legge prevedeva che potessero godere del contributo statale le testate esistenti da almeno dieci anni al momento di presentare la domanda, cosa che avrebbe dovuto certificare l'effettiva presenza della testata sul mercato editoriale e scongiurare la nascita di giornaletti ad hoc.
Il problema sono state le deroghe. Il contributo è stato allargato a tutti i cosiddetti organi di Partito. Fin qui tutto bene, se non fosse che invece che vincolare il contributo ad un Gruppo Parlamentare (o, sarebbe stato meglio, ad una lista che avesse eletto almeno un parlamentare), la legge ha previsto che un singolo senatore o due deputati, potessero dichiarare organo di stampa una qualsiasi testata. E' quello che avviene per Europa, ad esempio, ma anche per Il Foglio.
C'è poi stato l'escamotage della conservazione della testata: alcuni grandi giornali hanno acquistato testate in fallimento vecchie più di dieci anni pur di usufruire del contributo pubblico. Ecco perché "Libero", in realtà, è registrato presso il Tribunale come "Nuove Opinioni", dicitura ancora presente nel colophone ma assente nella testata.
Infine, sono stati concessi i contributi anche ai giornali formati da cooperative di giornalisti. Dite quello che vi pare, ma io condividerei l'iniziativa se tali contributi venissero erogati in seguito ad uno scrupoloso esame circa la presenza, la distribuzione e l'incidenza sociale che la testata dovrebbe dimostrare di avere.
Ecco qui che cavalcando lo sdegno popolare, invece che far funzionare una legge giusta, che garantisce il pluralismo dell'informazione e impedisce che a dare le notizie sia solo chi "riesce a stare sul mercato", si decide di tagliare i fondi a tutti. Come se chiudere "Linea", che vende si e no 2.000 copie l'anno, per lo più tra gli iscritti della Fiamma Tricolore, o di "Campanile", organo dell'Udeur, fosse uguale a chiudere una testata storica come l'Unità. O il Secolo d'Italia, se temete che la stia buttando in politica.
Una chicca: "Orizzonti nuovi", semisconosciuta fanzine di IDV, distribuito praticamente solo in pdf, nel 2005 ha beccato 62.000 euro. Pochi soldi, ma praticamente regalati ad un giornale che non esiste!
Pr chiudere: si può pensare che siano soldi sprecati, ma in realtà sono finanziamenti pensati per tenere in vita aziende che svolgono un servizio socialmente apprezzabile, quello di fare informazione, messe gravemente in crisi dall'avvento della televisione che ne ha assorbito quasi totalmente la possibilità di vendere spazi pubblicitari, e da quello di internet che invece ne ha fatto crollare le vendite.
Io i miei soldi per tenere in vita un giornale che merita, li spendo volentieri. Per ingrassare giornalisti semi-analfabeti o capipartito, ne farei volentieri a meno.