(Il Fatto Quotidiano 07.05.2010)
CALCIO AL FAIR PLAY
MA CHE SUCCEDE A TOTTI?
Il capitano della Roma è ancora un mito. Ma sbaglia: forse soffre il tempo che passa
(di Giancarlo Padovan)
Fuori dal moralismo d'accatto o dell'indulgenza pelosa, c'è una sola spiegazione vagamente razionale al calcione plateale e doloroso rifilato da Francesco Totti a Mario Balotelli nella finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, mercoledì sera, all'Olimpico di Roma. Questa: Totti sa di non rappresentare più né la forza, né il centro della squadra; percepisce di non poter decidere quanto e più dei suoi allenatori, come accadeva nel passato, ad eccezione di Fabio Capello; teme che il dopo Totti appaia evidente, prima che a lui, ai compagni, al pubblico e, soprattutto, a Claudio Ranieri, l'unico in grado, adesso, di sfrattarlo dal cuore di molti romani e romanisti. In sintesi, Totti sta cominciando a capire di non essere eterno. E se dall'empireo sono scesi Bruno Conti, Roberto Pruzzo, Falcao e Peppe Giannini, presto potrebbe (dovrebbe) toccare anche a lui. Il rapporto con il tecnico è franco e, dalle voci di dentro, non sembrava incrinato nemmeno dall'inattesa panchina cui Totti era stato costretto in Inter-Roma. Tuttavia, nessuno può negare che il capitano avesse ricevuto un altro colpo alle proprie certezze, dopo la sostituzione a metà partita nel derby. Nulla di così stordente da fargli perdere la testa, come invece accaduto nel finale con Balotelli, ma una piccola crepa in una situazione che gli appariva momentaneamente stabile. Totti si aspettava di giocare. Se lo aspettava perché si sente ancora di incarnare il massimo della qualità possibile in questa Roma e perché il capitano (capitano per antonomasia) una finale la deve giocare sempre, anche con una gamba sola, anche trotterellando. Non foss'altro per le punizioni e le giocate da fermo. Questo pensava Totti e probabilmente non era il solo, visto che i più attenti tra gli opinionisti della piazza romana, imputano a Ranieri due errori: la rinuncia, in partenza, a lui e a Menéz. Di più: pur non reggendo l'intera partita, Totti veniva pur sempre da due gol consecutivi in campionato (con la Sampdoria e a Parma). Cominciare con lui, e non con Toni, avrebbe potuto rappresentare una scelta tatticamente utile per togliere riferimenti alla difesa dell'Inter, troppo statica con uno come Materazzi al centro. Toni lo agevolava, Totti lo avrebbe portato fuori zona o lasciato senza avversario. In un contesto di latente malumore, si sono inserite, durante la finale con l'Inter, le parole di Balotelli. Chi le ha ascoltate, riferisce di espressioni indicibili nei confronti di Roma e dei romani. Fatta la tara a quanto ci si dice in campo, e a come viene amplificato fuori, resta la certezza che Totti detiene una soglia troppo bassa di sopportazione del provocatore. Tirò un pugno a Colonnese, a quel tempo interista (e non deve essere un caso), perché l'altro disse qualcosa di sgradevole sulla famiglia o la fidanzata; sputò a Poulsen, all'Europeo del Portogallo, anno 2004, perché il danese (poi juventino) non gli si scollava di dosso e lo voleva fermare con ogni mezzo. Eccessivo spesso, Totti non lo è mai per caso. Essendo una persona buona, ancorché timida, è sempre in grado di chiedere scusa, ma non gli va di mimetizzarsi. Quando colpisce, come ha fatto con Balotelli, sa perché lo fa. Soprattutto non dimentica perché l'ha fatto. Balotelli l'aveva insultato. Se non lui direttamente, la sua gente. Balotelli lo irrideva perché stava vincendo e Totti, da calciatore, sa quali sono i modi più sanguinosi per dimostrartelo. Non voleva farsi giustizia. Voleva proprio "menargli" e rendere palese a tutti che quel tipo di aggressione non è solo di uno sportivo sconfitto, ma di un uomo che non tollera il tempo che passa. E che, ogni giorno, lo ferisce senza riguardo.