(Il Fatto Quotidiano 15.06.2010)
L'insostenibile leggerezza del pallone a vento
LO "JABULANI" AGITA LE NOTTI DEI PORTIERI MA GREEN E I SUOI OMOLOGHI HANNO LE LORO COLPE
(di Giancarlo Padovan)
Esiste una ragione più profonda e più perfida dei soldi, dall'Adidas e per l'Adidas, se ad ogni Coppa del Mondo e ad ogni Europeo, il pallone cambia sempre ed è sempre meno controllabile. La ragione risiede nell'incompetenza della FIFA, padrona del calcio ad ogni latitudine e, come tutti i padroni, ottusa e conformista. Blatter e i suoi manutengoli (tra cui non fa certo eccezione il presidente dell'UEFA, Michel Platini) ritengono che questo gioco debba sempre più spesso assomigliare ad uno spettacolo, non importa quale, non importa nemmeno se si tratta di svuotarlo di contenuto. Per loro lo spettacolo è il goal. Più se ne fanno e meglio è. Infatti, in Sudafrica, fino ad ora si è segnato pochissimo, rasentando il primato negativo in materia. Perciò, quel che non fu possibile cambiare dopo Italia '90 – il Mondiale tecnicamente più modesto e meno qualitativo di tutti i precedenti disputati in era moderna, quando venne introdotto il divieto per il portiere di controllare con le mani il passaggio volontario dei compagni e, successivamente, con un'interpretazione sempre meno rigorosa del fuorigioco – è stato cambiato con i materiali del pallone. Quello di adesso pesa 440 grammi, ha una circonferenza di 69 centimetri e una pressione di 1,1 atmosfere. Tutto nella norma secondo i sacri testi del calcio (le 17 regole del gioco, per chi non lo sapesse). Però, ormai da quasi vent'anni, la sfera che tanto ci fa delirare non è più di cuoio, come all'inizio della storia. Lo Jabulani, il pallone del Mondiale africano, prende il nome dalla lingua Zulù e significa celebrare. È costituito da camera in lattice, poliestere e cotone. Ai 1600 metri del Sestriere la palla cambiava direzione. In Sudafrica, perlomeno, non succede, anche se con la pioggia potrebbe diventare una saponetta. Se è già l'incubo dei portieri, lo Jabulani dovrebbe essere almeno la delizia dei tiratori, soprattutto quelli che battono da lontano. Invece, non è esattamente così. Anzi, a seconda della forza impressa e della parte del piede con cui si colpisce (interno o esterno, collo pieno, collo esterno o interno, tacco, punta), il pallone tende a decollare. Più delle disavventure in cui sono incorsi tanto il portiere inglese, Green, quanto l'algerino, Chaouchi, agli osservatori più avvertiti non sfuggiranno le difficoltà nel controllo e gli errori di misura anche nei passaggi più semplici dei giocatori di movimento. Non c'è dubbio, dunque, che questo pallone sia poco adeguato alle necessità di esaltare la tecnica, però non vanno sottovalutate due considerazioni. La prima: più si gioca (e più ci si allena) meno lo Jabulani sorprenderà, perché i calciatori hanno una naturale capacità di adattamento a qualsiasi strumento sferico ed è proprio da essa che discende la loro abilità di calcio e di tocco. La seconda: Green e Chaouchi non sono stati vittime del pallone, ma dei loro errori. L'inglese è andato con sufficienza, senza coprire la palla con il corpo e dimostrando poca reattività anche nel rimediare con un successivo intervento. L'algerino, anziché portare le mani in avanti per una presa o una deviazione, si è buttato tenendo le braccia a cucchiaio, come per una parata centrale, su un tiro che esigeva un tuffo laterale.