Quando il sor Claudio prese la Lazio, tra le macerie trovò ancora qualche pezzo buono, vestigia degli antichi fasti cragnottiani. Si trattava di Angelo Peruzzi da Blera che, probabilmente per non allontanarsi da casa, era tra i pochi che non aveva sbaraccato. Il cinghialone era un eccellente portiere e contribuiì, in quegli anni di difficile ricostruzione, a garantirci campionati tutto sommato tranquilli, anche se mediocri.
Accade poi che il nostro, del tutto legittimamente per carità, a un certo punto si scocci di giocare con un anno ancora di contratto. La società è in difficoltà per la sostituzione, e inoltre Peruzzi vorrrebbe non rescindere, perchè, anche se con 20 anni di carriera in serie A durante l'età dell'oro (che dovrebbero aver garantito un futuro sereno a lui e a diverse generazioni a venire), quel milioncino e spicci gli dispiacerebbe perderlo. Ennesima occasione per armare la canea contro Lotito, reo di non averlo tenuto come dirigente, allenatore di portieri, uomo immagine o, al limite, come guardiano di Formello ('sta pretesa mi ha sempre fatto impazzire: io domani vado dal mio capo e gli dico che mi sono rotto i [...], sono troppo stressato e chiedo di essere messo in portineria a smarcare le timbrature, allo stesso stipendio però!). Lotito, giustamente, non cede: arrivederci e grazie.
Tutta questa pallosa premessa, chiedo scusa, per commentare un'intervista del nostro al Guerino di questo mese. Vice di Ferrara alla Samp, gli viene chiesto: "Roma, Juve, Inter e Lazio: quattro grandi squadre in carriera, a quale sei rimasto più legato?". Risposta: "otto anni nel settore giovanile della Roma, otto alla Juve, dove ho vinto quasi tutto. Verona, Inter e Lazio sono state parentesi, le ricordo con piacere", per poi sperticarsi in lodi sulla bellezza di Verona e spendere belle parole (meritate) su Bagnoli.
Insomma Lotì, guarda che hai fatto: c'hai tolto n'artra bandiera!
"Il tempo a volte è strano, ma il tempo è galantuomo", cantava Bennato un bel po' di anni fa...