spe spe... che per oggi mica ne hanno finite di chicche eh...
Orgoglio e riscatto, con la Juve più di una partitaIl calcio e la sociologia, dentro le radici culturali di un popolo: il pallone protagonista di un racconto diverso
di Vincenzo Sardu
Non è soltanto la tifoseria del Cagliari a individuare nella sfida contro la Juventus "la partita dell'anno". Gli stereotipi costruiti sul pallone vanno sul facile: essendo "loro" i più forti storicamente, ogni qualvolta li si sfida c'è sempre un Davide che tenta di staccare la testa dal collo a Golia. Il racconto biblico suggerirebbe una percentuale di realizzazione fissa a ogni appuntamento ma il calcio è una scienza inesatta fino a un certo punto, su un piano temporale ampio i valori differenti imprimono ai risultati un timbro di un certo tipo. E' una delle regole dello sport. Non di meno, però, restano gli altri contenuti. Per la Juve, la rivalità con la Roma ha ragioni di potere calcistico e non solo, quella con la Fiorentina ha forti connotati culturali, con le milanesi l'oggetto del contendere è anche una egemonia economica nel nord. E col Cagliari? Gli unici juventini che si pongono il problema sono quelli casualmente nati e residenti in Sardegna: per loro è difficile la vita, a cercare di mostrare simboli veritieri quanto un'arrampicata su una parete a specchio dopo un'immersione nel sapone liquido. Stilizzare, per esempio, la bandiera dei Quattro Mori in salsa juventina è come abbinare la bandana di una ban metallara allo stemma delle orsoline: una roba improponibile insomma. E questo, gli juventini sardi, lo soffrono anche perché al di là delle cosmiche bugie circa la strisciatura - non soltanto in bianco e nero - delle passioni calcistiche sarde, sanno di essere netta minoranza entro i confini del mare. Ma se è la partita speciale per loro, di più ancora lo è per i sardi con la passione rossoblù "doc". Alle nuove generazioni è stato tramandato geneticamente il sentimento di sfida che si è formato ai tempi dello scudetto. Non soltanto per il duello del 1970 ma anche per il contorno: per Riva che diceva sistematicamente no a qualsivoglia emissario spedito sui suoi passi da Boniperti su mandato di Gianni Agnelli, esultava un popolo intero che si piazzava a far quadrato intorno al suo eroe, lombardo per caso ma sardo di fatto. Perché la dura piaga dell'emigrazione - che non conosce pausa, purtroppo - ha portato spesso moltitudini di isolani a lavorare al nord, dove la concentrazione di colori calcistici urticanti è comprensibilmente più elevata. E quel "no" dava cariche esplosive di orgoglio soprattutto ai sardi costretti a star lontani dalla loro terra. Entra in gioco qui ciò che altrove non c'è e che altrove non si concepisce che esista proprio a Cagliari, ovvero il rapporto fra la gente e la squadra che va decisamente oltre la passione sportiva. Checché ne dicano ovunque, tifosi rossoblù si trovano da Santa Teresa di Gallura sino a Teulada, da Oristano ad Arbatax, in lungo e in largo, piaccia o no, la Sardegna è del Cagliari e così pure dei sardi che cercano fortuna oltre il mare. La squadra e non i suoi interpreti - Riva e gli altri eroi dello scudetto fanno storia a parte - quindi il simbolo, la bandiera, non attaccanti o allenatori, dirigenti. Non esiste altra tifoseria che usa la bandiera regionale per manifestarsi come accade negli stadi dove gioca il Cagliari. il che aiuta a capire la percentuale di fantascienza che abbonda in chi usa lo stesso vessillo per altri motivi. Così ogni partita contro la Juve diventa per forza di cose diversa. E' una riproposizione di una sfida sportiva che ha radici profonde in altri contesti. Per questo va oltre il risultato, va oltre la misurazione della forza dell'una e dell'altra. La differenza nel caso del Cagliari è che pur cadendo spesso al cospetto dei bianconeri, si è sempre rialzato con orgoglio. E' questa l'immagine che hanno i tifosi. I quali ricordano, non potrebbe essere altrimenti, anche le circostanze in cui Davide la testa a Golia gliel'ha staccata sul serio. L'anno dello scudetto, due pareggi che sapevano però di vittoria, e poi altre volte, in coppa Uefa due vittorie su due, e lì Riva già non c'era più in campo. Basterà il carico di emozioni, di ricordi, di motivazioni che arrivano da un livello quasi ancestrale, per trasferire nella truppa boema le risorse utili se non altro per ben figurare, domani sera? Certo, stavolta la partita arriva in un momento che definire assai delicato è persino un eufemismo. Vero è che in ogni caso è soltanto una tappa, non un punto di arrivo. Il Cagliari e i suoi tifosi devono costruire un futuro migliore, insieme. E questo, anche Tommaso Giulini lo sa.

è spaventoso , io davvero non ho parole.